14:59 23 Maggio 2019
Alla borsa di Hong Kong, Cina.

Cina: unico Paese al mondo senza crisi da 40 anni

© REUTERS / Tyrone Siu
Economia
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La Cina è l’unico Paese in cui non c’è mai stata una crisi economica negli ultimi 40 anni.

Di questo ha parlato in un’intervista esclusiva rilasciata a Sputnik Lin Yifu, direttore dell’Istituto di nuova economia strutturale presso l’Università di Pechino ed ex vicepresidente della Banca mondiale.

Secondo lui i timori per l’economia cinese e i vari problemi accumulatisi, fra cui i debiti dei governi locali, sarebbero stati presentati in maniera esagerata.

Del miracolo economico cinese sono in tanti a parlare già da una decina di anni. Il tema del confronto tra il gradualismo cinese e la “terapia shock” russa è presente in studi di scienziati e analisti russi sin dall’inizio delle riforme russe. La scorsa settimana all’Istituto dei Paesi dell’Asia e dell’Africa presso l’Università statale di Mosca si è tenuta una conferenza congiunta con l’Istituto di nuova economia strutturale dell’Università di Pechino. Tema della conferenza le riforme effettuate nei due Paesi. Gli scienziati russi e cinesi, fra cui anche Lin Yifu, hanno cercato di determinare i principi di un modello economico ottimale.

La trasformazione graduale da economia pianificata a economia di mercato, la solidità del sistema politico, le riforme promosse dallo Stato sono tutti elementi del cosiddetto approccio gradualista che la Cina ha adottato negli ultimi 40 anni.

Le riforme cinesi, secondo gli esperti, si sono rivelate vincenti. A differenza della Russia, dove le riforme di mercato e la liberalizzazione dei prezzi si sono verificate in maniera brusca, in Cina il passaggio all’economia di mercato si è prodotto senza shock a livello sociale.

I sostenitori delle riforme del mercato russo all’inizio degli anni 90 sostenevano che l’URSS non potesse seguire la strada del gradualismo cinese. Nel Paese si era già concluso il processo di industrializzazione, il 98% delle persone lavorava presso aziende statali e oltre alla “privatizzazione dall’alto” il problema non poteva essere risolto. La situazione economica era talmente deplorevole che non era possibile rimandare la liberalizzazione dei prezzi.

Tuttavia, a una rottura così brusca del sistema economico non erano pronti né i funzionari né la popolazione. Nel giro di una notte qualcuno magicamente si arricchì e qualcun altro divenne povero. Gli enti statali e i meccanismi fiscali non furono adeguati alla nuova situazione. Di conseguenza, la crescita economica fu molto al di sotto del suo potenziale e l’erario non riusciva a riscuotere le tasse dovute. Questo portò alla crisi del 1998 quando il governo dichiarò lo stato di default.

In Cina non vi furono shock simili. Non vi fu un’improvvisa impennata dei prezzi. Lo sfaldamento della popolazione si verificò, ma in maniera graduale. Inoltre, alcuni economisti sostengono che una transizione completa all’economia di mercato non sia possibile senza riforme impopolari e brusche per la popolazione. Questi economisti affermano che la Cina, a differenza dell’URSS, riuscì per lungo tempo a mantenere ritmi elevati di crescita senza una brusca liberalizzazione dei mercati. Ma l’economia pianificata e le intromissioni del governo di per sé provocano squilibri strutturali che di anno in anno non fanno che rafforzarsi. La Cina, sottolineano, adesso è arrivata a un punto in cui non potrà sostenere questa crescita senza condurre riforme importanti.

I partecipanti cinesi della conferenza, invece, hanno criticato il modello di completa e immediata liberalizzazione del mercato. Hanno sostenuto che i Paesi con un’economia di transizione in una situazione simile perdono immediatamente tutti i propri vantaggi concorrenziali. In tal modo, dalla loro liberalizzazione guadagnano solo le altre nazioni con un’economia forte. In Cina il modello di investimenti statali è totalmente diverso da quello occidentale. Questo è un altro elemento che rende la Cina poco vulnerabile agli shock esterni, così ha affermato nell’intervista rilasciata a Sputnik Lin Yifu.

“Il vantaggio delle autorità cinesi consiste nell’avere una comprensione matura della situazione economica. Ogni mese vengono seguite le diverse tendenze per comprendere come stanno davvero le cose. Ogni trimestre, ogni semestre e ogni anno vengono aggiornati i dati dinamici. Per questo, i provvedimenti possono essere presi non appena si osservano cambiamenti. Prendiamo, ad esempio, il problema dei debiti dei governi locali. Quando le autorità cinesi annunciarono la campagna per limitare la leva finanziaria, hanno anche annunciato una riforma strutturale dell’offerta in 5 punti: eliminazione delle unità produttive eccedentarie, alleggerimento generale, limitazione della leva finanziaria, diminuzione dei costi di produzione e rafforzamento dei punti deboli. Con limitazione della leva finanziaria si intende la riduzione del peso creditizio sui governi locali. Qui bisogna temere i cosiddetti “cigni neri”. Se in passato i governi locali chiedevano prestiti tramite apposite piattaforme di investimenti, adesso possono emettere loro stessi obbligazioni e poi scambiarle con un prestito in banca.

Cosa c’è di buono in tutto ciò? I prestiti sono a breve termine, mentre le obbligazioni emesse a lungo termine. Così, si può rifinanziare continuamente il debito. Chiaramente, se i governi locali si impegnassero in prestiti a lungo termine, questo diminuirebbe in maniera sensibile i rischi di credito. Ma le autorità cinesi seguono attentamente la situazione economica. Se si dovessero presentare i primi segnali di crisi, le autorità sarebbero pronte ad eliminarli. Proprio per questo in Cina da 40 anni non vi sono state crisi”.

Gli esperti occidentali sostengono che con i vecchi metodi la Cina non riuscirà più a stimolare la sua economia in rallentamento. Durante la crisi del 2008 le autorità cinesi hanno pompato liquidità nell’economia. Così le autorità centrali non hanno accumulato grandi debiti. Il peso più grande l’hanno dovuto sopportare i governi locali che erano anche responsabili dei progetti sociali e infrastrutturali e dovevano rendere conto dei ritmi di crescita delle economie dei territori loro subordinati. Tuttavia, al momento è come se la massa creditizia avesse raggiunto un punto in cui i governi locali non sono nemmeno in grado di gestire il debito esistente. Questo, chiaramente, è sintomo dell’aumento della pressione creditizia. Lin Yifu ritiene che il problema dei debiti dei governi locali sia stato esagerato dagli economisti occidentali. Secondo l’esperto, il debito in Cina sarebbe molto inferiore di quello di molti Paesi occidentali.

"Ritengo, chiaramente, che si tratti di questioni importanti alle quali le autorità cinesi stanno cercando di rispondere. Tuttavia, il problema dei debiti dei governi locali è stato esagerato oltremisura. I debiti delle autorità centrali e locali nel complesso non superano il 60% del PIL, un valore molto basso per gli standard internazionali. Inoltre, le autorità centrali devono rispondere solamente del 17% del debito. I debiti dei governi locali (fra cui i prestiti delle società private ai governi locali) sono pari al 40%. La Cina ha un modello di investimento del tutto diverso da quello occidentale. In Occidente i prestiti statali vengono impiegati per soddisfare i fabbisogni della società: sussidi di disoccupazione, previdenza sociale. In Cina, invece, questi prestiti si usano per investire in infrastrutture: autostrade, aeroporti, opere di urbanizzazione. Dunque, questi investimenti sono garantiti da attività che generano utile e stimolano la crescita economica. Per questo, se prendiamo in considerazione il valore delle attività, il debito vero e proprio sarà inferiore al 57% del PIL (valore delle attività escluso) o inferiore al 30% (valore delle attività incluso). Non sto in alcun modo dicendo che sia necessario chiedere più prestiti. Bisogna affrontare le situazioni in maniera oculata. Ma esagerare, come fanno i media stranieri, e dire che il debito in Cina è altissimo non è accettabile. Infatti, gli occidentali non tengono in conto il valore delle attività legate agli investimenti in questione”.

Chiaramente non vi è formula magica per garantire la crescita. E solamente il tempo mostrerà se le riforme cinesi avranno successo. Come ha scritto in un suo recente articolo il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, tutti prevedevano il collasso dell’economia cinese già 6 anni fa. Ma non c’è stato nessun collasso. Dunque, il problema cinese va discusso con maggiore attenzione. E ogni allarmismo va accolto con una buona dose di scetticismo.

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Finanza, Economia, Banca Mondiale, Crisi, Cina
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