14:28 21 Novembre 2019
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Brutto segno: la crisi potrebbe cominciare già quest'anno

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Economia
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Lo scorso dicembre 2018 si è rivelato per il mercato americano il peggiore dal 1931, cioè da quando la Grande Recessione era al suo culmine. L'indice S&P500 nell'ultimo mese del 2018 è sceso dell'11%, l'indice tecnologico Nasdaq del 12%. Gli analisti ammoniscono: queste perdite possono essere il primo segnale di una nuova crisi globale.

Arriva l'inverno

A farne le spese negli USA sono state le società che rappresentano la potenza dell'economia americana. Facebook si è svalutata di circa il doppio in 5 mesi, le azioni di General Motors in 6 mesi hanno perso un terzo del loro valore, i titoli di General Electric dall'inizio del 2018 hanno subito una riduzione stabile e verso la fine di dicembre hanno perso due terzi. Sulle Borse di altri Paesi si osserva un quadro analogo: a fine anno hanno registrato una sostanziale riduzione gli indici giapponese Nikkei-225 e tedesco DAX, l'indice francese CAC40 sta subendo perdite comparabili a quelle del Nasdaq con una riduzione del 20% da settembre.

Gli analisti parlano del peggiore Natale sui mercati dalla Grande Depressione.

Il Financial Times ricorda che nel dicembre 1931 lo S&P500 perse "solo" il 14,5%. Il riferimento è più che chiaro: il mondo è sull'orlo di una crisi di ampia portata. E il suo epicentro, come al solito, sarà la maggiore economia mondiale.

Ricordiamo che il crollo sulle borse americane è cominciato dopo la seduta della Fed il 19 dicembre. Gli investitori sono stati spaventati non solo dalla decisione della Fed dell'ennesimo aumento nei tassi (misura, del resto, prevedibile), ma anche dal commento rilasciato dal suo Presidente Jerome Powell: ha cominciato la conferenza stampa non con le consuete dichiarazioni riguardo alla potenza dell'economia americana, ma riconoscendo che dopo la precedente seduta della Fed erano sorte alcune difficoltà a causa delle quali erano stati costretti a rivedere al ribasso le previsioni di crescita economica degli USA per il periodo 2019-2020.

La politica della Fed

I gravi problemi dell'economia statunitense non sono una sorpresa per nessuno.

Gli esperti dibattono unicamente su quale sia la minaccia maggiore. Donald Trump individua il problema maggiore nella politica della Fed che mira ad aumentare i tassi. Sullo sfondo del crollo dei mercati a Natale il presidente della Casa Bianca per l'ennesima volta ha dichiarato:

"L'unico problema per l'economia americana è la Fed".

E dietro a questa affermazione c'è una logica: l'incremento dei tassi aumenta il valore dei prestiti sia per il Ministro delle Finanze USA sia per le società americane. Inoltre, parallelamente all'incremento dei tassi la Fed conduce un programma di riduzione del proprio bilancio privando così l'economia di liquidità.

Solo nel 2018 la Fed ha ridotto il proprio bilancio di 110 miliardi di dollari. Secondo le stime degli esperti dell'Istituto della finanza internazionale, per il mercato questa tattica corrisponde a un aumento dello 0,4% dei tassi.

Greg McBride, analista finanziario del portale Bankrate.com, ha calcolato che in tutta la storia della Fed questa ha già tentato di ridurre il proprio bilancio 6 volte: nel 1921-1922, 1928-1930, 1937, 1941, 1948-1950 e 2000. In 5 casi su 6 dopo questa manovra l'economia è entrata in recessione.

Effetto boomerang 

Nel frattempo il sondaggio condotto a dicembre da Bank of America sui gestori dei fondi di investimento ha dimostrato che per questi la politica della Fed si colloca solo al secondo posto nella lista dei principali rischi (questa è stata la risposta di 54 interpellati). Mentre la maggiore minaccia alla stabilità economia per il 35% degli interpellati (61 persone) sono le guerre commerciali.

Infatti, la lotta di Trump "per un commercio internazionale equo" alla fine è quella a colpire più pesantemente proprio le imprese americane. Ad esempio, le case automobilistiche General Motors e Ford si sono trovate sull'orlo della bancarotta e sono state costrette a chiudere alcuni stabilimenti anche a causa dell'aumento dei dazi su acciaio e alluminio, imposto dal presidente statunitense ad aprile.

Di conseguenza, il metallo negli USA ha cominciato a costare di più che in qualsiasi altro Paese del mondo e il costo delle auto americane è aumentato di 1500-5000 dollari per unità (a seconda della tipologia di mezzo).

Dopo l'introduzione da parte della Cina di dazi sui prodotti agricoli americani, a trovarsi sull'orlo della bancarotta si sono trovate migliaia di agricoltori americani che prima rifornivano i cinesi di soia, grano, mais, cotone, mandorle, carne di maiale, sorgo e prodotti caseari.

A dicembre Trump e Xi Jinping hanno convenuto di interrompere la guerra commerciale per tre mesi e Pechino ha dichiarato di riprendere i propri acquisti di soia americana perché ha dovuto affrontare un calo del mangime per il bestiame e il pollame.

Agli agricoltori di altre colture non resta che sperare nei programmi di aiuti pubblici: a luglio la Casa bianca ha speso per questi programmi 12 miliardi di dollari. Rimane, però, il fatto che il deficit di bilancio statunitense ha raggiunto livelli da record. Tra l'altro, poiché il Congresso non ha approvato il bilancio federale per l'anno successivo rifiutandosi di confermare i finanziamenti per la costruzione del muro lungo la frontiera con il Messico, tutte le spese statali sono state congelate a data da destinarsi. Inclusi gli aiuti agli agricoltori.

Meglio non scherzare con l'Oriente

Chiaramente, gli USA non sono gli unici a risentire delle guerre commerciali. Le conseguenze negative di queste controversie cominciano a colpire anche l'economia cinese. Secondo le stime dell'Accademia cinese di scienze sociali nel 2018 la crescita del PIL cinese si è attestata al 6,6% contro il 6,9% del 2017. E quest'anno rallenterà fino al 6,3%.

Questo rappresenta una minaccia per la riduzione dei prezzi mondiali delle materie prime il cui principale acquirente oggi è Pechino (dalle risorse energetiche ai prodotti agricoli). In seguito, taluni problemi potrebbero sorgere anche in molti Paesi in via di sviluppo che riforniscono la Cina di materie prime.

A dicembre si è registrata un'altra potenziale causa delle crisi globale: per l'Arabia Saudita nel 2019 si prevede un deficit di bilancio pari a 35 miliardi di dollari, cioè il 4,2% del PIL. Il che, per inciso, è due volte maggiore del deficit italiano che viene considerato la minaccia principale alla stabilità finanziaria dell'Unione europea.

Nonostante ciò, i sauditi hanno messo il greggio a 80 dollari al barile. Ma per adeguare il bilancio, il Regno avrebbe bisogno di venderlo a 95 dollari al barile.

Il pericolo risiede nel fatto che Arabia Saudita e Cina possiedono le quote maggiori del debito pubblico statunitense. Se dovessero affrontare problemi economici e di bilancio, entrambi i Paesi si vedrebbero costretti a svendere i titoli di stato USA. Questo inevitabilmente porterebbe gli investitori a rifuggire il debito pubblico americano in massa. Di conseguenza, il valore di mercato dei treasury crollerebbe e si creerebbero buchi di bilancio per le banche che hanno comprato molti titoli di stato americani negli ultimi mesi.

In seguito sarebbe solo questione di tempo prima che una qualche banca ripeta il destino di Lehman Brothers la cui bancarotta innescò la crisi globale del 2008.

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banche, crisi, Investimenti, Economia, Banca Mondiale, Donald Trump, Xi Jinping, Messico, Arabia Saudita, USA, Cina
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