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15:32 18 Settembre 2019
Euro

Vent’anni di euro: quali sono le sfide della moneta europea?

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Economia
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L’euro ha compiuto vent’anni: l’eurozona in questo periodo si è allargata nonostante i rischi rappresentati dall’uscita di alcuni Paesi dal gruppo, mentre l’apprezzamento dei cittadini dell’eurozona nei confronti della loro valuta è cresciuto.

L'adozione dell'euro è stata una delle tappe fondamentali dell'integrazione europea. Tuttavia, la sua creazione è stata preceduta da un periodo di preparazione: in particolare, la creazione dell'unione economica e monetaria. Quest'unione all'interno dell'UE fu avviata nel 1992. Fra l'altro, questa comprendeva il coordinamento della politica economica e di bilancio dei vari Paesi.

Tutti gli Stati membri dell'UE fanno parte dell'unione economica, ma solo parte di essi rientra nell'eurozona che prevede anche la presenza dell'euro come valuta nazionale e di una politica monetaria comune condotta dalla Banca centrale europea.

L'euro è diventato valuta ufficiale per 11 Stati dell'eurozona il primo gennaio 1999. Ma per i primi tre anni è stato praticamente invisibile perché veniva utilizzato nei pagamenti elettronici. Finalmente il primo gennaio 2002 l'euro è stato immesso in circolazione e ha sostituito le valute nazionali.

Nel 2002 di cambio medio euro/dollaro, secondo Eurostat, era 0,9456, nel 2008 è salito fino a 1,4708 e nel 2017 si è attestato a 1,1297. L'euro è la seconda valuta più importante al mondo, soprattutto per i pagamenti internazionali, i prestiti e le riserve delle banche centrali.

I primi membri dell'eurozona sono stati Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Olanda, Spagna e Portogallo. La Grecia si è unita nel 2001, la Slovenia nel 2007, Cipro e Malta nel 2008, la Slovacchia nel 2009, l'Estonia nel 2011, la Lettonia nel 2014 e la Lituania nel 2015.

Al momento l'eurozona comprende 19 Stati membri dell'UE per una popolazione totale di circa 340 milioni di persone. Si prevede che tutti i Paesi dell'UE, ad eccezione di Danimarca e Gran Bretagna (quest'ultima lascerà l'UE il 29 marzo), col tempo aderiranno all'eurozona una volta soddisfatti determinati criteri.

Va detto che l'euro è stato adottato anche da Paesi extra-UE come il Montenegro e il Kosovo. Inoltre, i cittadini dei microstati europei Andorra, Monaco, San Marino e Città del Vaticano utilizzano l'euro come valuta ufficiale pur non essendo membri dell'UE.

Superata la crisi

Alcuni anni dopo l'immissione dell'euro in circolazione è scoppiata la crisi economico-finanziaria globale che ha colpito sia l'UE sia il suo nucleo economico, ovvero l'eurozona di cui fanno parte le maggiori economie della regione.

Il PIL dell'eurozona nel 2009 (considerati tutti i 19 Stati che la compongono oggi) è sceso del 4,5%. Nella regione è cresciuta la disoccupazione, l'inflazione ha rallentato e diversi sono stati i problemi con le banche.

Nel 2010 ha avuto inizio una sequela di aiuti esterni rivolti ai Paesi del blocco monetario che si trovavano in una situazione finanziaria complicata e che senza aiuti dall'estero avrebbero potuto collassare. E quest'eventualità è stata la spada di Damocle di uno dei Paesi dell'eurozona proprio a causa dell'incertezza riguardo al futuro dell'euro.

Solo 5 Paesi dell'eurozona hanno ricevuto aiuti finanziari dall'esterno: Grecia, Irlanda, Portogallo, Cipro e Spagna (per sostenere il sistema bancario). In tutti i casi, sono state emesse alcune centinaia di miliardi di euro di aiuti da parte dell'UE grazie ai fondi di stabilità europei ESM, EFSF, nonché da parte dell'FMI. Questi prestiti saranno restituiti non in un anno: alcuni entro il 2030-2040, altri (come nel caso della Grecia) entro il 2060.

L'ultimo Paese dell'eurozona ad aver lasciato il programma di aiuti è stata proprio la Grecia nell'agosto del 2018.

Durante la crisi anche la BCE ha dovuto attivarsi. In particolare, la Banca ha reagito con una serie di operazioni per la fornitura alle banche dell'eurozona di liquidità a termini più prolungati (fino a 4 anni), con l'introduzione di programmi di acquisti di attività sul mercato e con il mantenimento al minimo dei tassi chiave.

In questo periodo non facile a rischio era l'esistenza stessa dell'eurozona: si parlò addirittura della possibilità che alcuni Paesi lasciassero il gruppo.

Il vicepresidente della BCE Vítor Constâncio ad aprile dello scorso anno ha dichiarato che l'eurozona avrebbe potuto persino crollare durante la crisi se la BCE non avesse adottato provvedimenti di aiuto straordinari.

Tuttavia, la situazione gradualmente si è ristabilita. Secondo l'Eurostat, il PIL dei 19 Paesi dell'eurozona continua ad aumentare dal 2014. La disoccupazione è in calo, l'inflazione in aumento. Alla fine del 2018 la BCE ha sospeso il proprio programma di acquisto di attività, ma il tasso chiave rimane ancora ai minimi.

L'eurozona è rimasta uguale e anzi si è allargata.

Una prospettiva poco rosea

Ma sembra che non sia sufficiente dire addio a una crisi esistenziale.

"La crisi esistenziale… sicuramente tornerà perché nella struttura dell'UE vi è un difetto importante. Ogni Stato membro dell'unione monetaria ha il proprio bilancio e il proprio debito sovrano, ma non controlla la valuta e la politica monetaria", ha affermato a Sputnik John Hardy, stratega monetario di Saxo Bank.

Le dimensioni del debito alla periferia dell'eurozona (in particolare in Italia e Grecia) sono importanti. Per questi Paesi l'euro è troppo caro. Mentre questi non hanno la possibilità di svalutare la moneta, il nucleo dell'eurozona guidato dalla Germania non è interessato a finanziare i deficit di bilancio dei Paesi periferici o a concedere loro di fallire.

"O l'UE si muove verso una federazione più unita con un'assicurazione comune sul debito sovrano o alla fine il progetto dell'euro sarà a rischio", afferma Hardy.

Per rispondere alla domanda riguardo alla crisi esistenziale dell'euro e alle sfide principali per la sua stabilità, l'economista di IHS Markit Ken Wattret ha dichiarato: "I rischi vi sono ancora perché l'eurozona è ben lungi dall'essere una zona monetaria ottimale. Resta molto da fare per ridurre la sua vulnerabilità. L'elevato carico debitorio è una delle maggiori fonti di irrequietezza".

Dimensioni

Tuttavia, si prevede che l'eurozona accoglierà nuovi membri senza impoverire quelli già presenti.

La BCE non esclude di espandere l'unione monetaria nei prossimi 5 anni, afferma il portavoce dell'istituto. In particolare, questi ha fatto menzione della questione aperta riguardo a Bulgaria e Croazia.

"Per quanto riguarda la possibilità che singole nazioni a breve escano dall'eurozona, credo che lo sviluppo di tale scenario sia poco probabile", ha affermato a Sputnik Sergey Drozdov, analista di Finam.

L'analista finanziario presso IC Russ-Invest Dmitry Bedenkov ha definito questa probabilità "irrilevante".

Inoltre, va detto che non è previsto un meccanismo di uscita dall'eurozona, mentre ne è previsto uno per uscire dall'UE.

Bedenkov ha ricordato, in particolare, il caso della Gran Bretagna che non rientra nell'eurozona e sta lasciando l'UE. Il processo della Brexit si è rilevato assai complicato e ancora oggi, a pochi mesi dal "divorzio", non è chiaro come questo avverrà e quali saranno le conseguenze economiche.

"L'uscita del Paese dall'UE influenzerà l'approccio della burocrazia europea alla risoluzione di controversie con i singoli Stati membri. Il prezzo da pagare per uscire dall'UE è troppo alto per intraprendere azioni avventate. Il compromesso è trovare una strategia vantaggiosa", ha osservato l'esperto.

"Una Brexit "disordinata", cioè senza un accordo sulle sue condizioni, potrebbe creare inconvenienti a più livelli (commercio, mercati finanziari, fiducia). Questo influenzerebbe in maniera negativa le prospettive di crescita dell'UE a breve termine, anche se il danno maggiore lo subirebbe la Gran Bretagna. Più complicata sarà la Brexit e maggiore sarà il prezzo che la Gran Bretagna dovrà pagare, meno probabile sarà l'uscita di altri Stati membri in futuro", ha affermato l'economista di IHS Markit.

La Brexit e l'euro

La Brexit non influenzerà la stabilità della valuta unica europea, sostengono dalla BCE.

"La Brexit può influenzare l'economia dell'eurozona, ma non la stabilità della valuta in quanto tale", ha sostenuto il portavoce della BCE.

La BCE ha osservato a fine settembre che i rischi per la stabilità finanziaria dell'eurozona sono limitati qualsiasi sarà la tipologia di Brexit adottata.

Va, inoltre, detto che le autorità dell'UE sullo sfondo della Brexit continuano ad impegnarsi per migliorare l'integrazione dell'unione economica e monetaria. Ad esempio, si discute la possibilità di creare un bilancio dell'eurozona nell'ambito del bilancio comune dell'UE nel quel rientrano le contribuzioni di tutti gli Stati membri e che ha egual valore dei bilanci nazionali. Inoltre, la Commissione europea di recente ha proposto di rafforzare il ruolo internazionale dell'euro, soprattutto nel commercio di risorse energetiche.

Apprezzamento per l'euro

In Europa negli ultimi 20 anni si è formata una generazione di cittadini che non conosce altra valuta nazionale se non l'euro.

L'introduzione dell'euro ha generato importanti profitti per l'imprenditoria e i cittadini grazie alla riduzione dei rischi legati al tasso di cambio, grazie a una maggiore stabilità dei prezzi, a condizioni di finanziamento più interessanti e all'espansione del commercio.

Il premier italiano Paolo Gentiloni
© REUTERS / Remo Casilli
Tuttavia, non tutti i cittadini dell'eurozona apprezzano l'euro. Secondo i dati di un sondaggio condotto da Eurobarometro, nel 2002, cioè quando l'euro è stato immesso in circolazione, solo il 51% degli interpellati nei 12 Paesi del blocco monetario ha affermato che l'euro fosse una buona cosa per il proprio Paesi.

Da allora la situazione è leggermente migliorata, ma non si può dire che l'abbia fatto in maniera significativa. Secondo un sondaggio Eurobarometro dell'ottobre 2018, circa il 64% degli interpellati nell'eurozona ritiene che la presenza dell'euro sia un fattore positivo per il proprio Paese. Questa percentuale è la più alta da quando la valuta unica è stata adottata e non è variata rispetto al sondaggio di fine 2017.

Vi è comunque un 25% di interpellati che ritiene che l'euro non sia un bene per la propria nazione, come evidenziato anche nel sondaggio di due anni fa.

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