08:17 15 Novembre 2018
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“Ottobre nero”: il crollo dei mercati azionari sarà l’inizio di una nuova crisi

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Economia
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A ottobre le perdite totali sui mercati azionari statunitense, asiatico ed europeo in seguito a svendite importanti hanno superato i 5 trilioni di euro. È il crollo maggiore dai tempi del crack della Lehman Brothers nel 2008. L’indice americano S&P 500 ha chiuso a ottobre con un calo dell’8%, il peggiore risultato degli ultimi 10 anni.

I titoli tecnologici del Nasdaq sono calati del 9,2% stabilendo una sorta di antirecord dal novembre del 2008. Mentre l'indice azionario MSCI World, che comprende titoli negoziati in 23 Paesi del mondo, dall'inizio dell'anno ha perso il 15%. Proprio il crollo dei mercati azionari è per gli economisti la causa primaria di una possibile nuova crisi. E le grandi banche ammoniscono: il mercato è entrato in una fase di elevata volatilità, l'economia mondiale potrebbe cadere in un baratro già nel 2020.

Cosa è successo

Perché sui mercati azionari statunitensi hanno cominciato a svendere titoli? Il mercato è stato scosso dalle notizie della possibile uscita dell'Italia dall'UE e dell'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi al consolato dell'Arabia Saudita in Turchia.

Ma la ragione principale sono i timori degli investitori riguardo all'aumento dei tassi di interesse negli USA e alla complicazione delle relazioni commerciali tra Washington e Pechino. Il giro di vite della politica della Fed (quest'anno l'ente regolatore americano ha triplicato il suo tasso di interesse chiave) ha portato all'aumento dei tassi ipotecari e, di conseguenza, alla riduzione degli acquisti di immobili. Mentre le guerre commerciali hanno rallentato l'economia cinese.

Gli analisti mettono in guarda: i tassi di interesse continueranno ad aumentare grazie all'inflazione. Secondo gli economisti dell'Università di Yale il ciclo dell'inflazione negli USA registrerà l'avvio di un periodo di crescita anche a causa delle controversie commerciali sempre più aspre. Ciò significa che la Fed dovrà aumentare ulteriormente i tassi di interesse.

Tassi di interesse e protezionismo commerciale

È stata una delle maggiori banche di investimento americane, la Bank of America Merrill Lynch, a indicare che il giro di vite alla politica creditizia statunitense avrebbe scatenato una nuova crisi. Quest'anno gli investitori stanno vendendo i titoli dei mercati in via di formazione. La ragione? L'aumento dei tassi di interesse operato dalla Fed che dovrebbe rafforzare il dollaro.

La politica protezionistica di Washington è considerata un'altra minaccia alla stabilità finanziaria globale. Le guerre commerciali danneggiano in modo importante il commercio internazionale con ricadute sui prezzi e sull'accessibilità dei prodotti nelle catene di consegna. Questo colpisce pesantemente l'intera economia.

In tali condizioni soffre molto il mercato dei prodotti alimentari, come affermano gli esperti dell'Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari (IFPRI). Come sostengono gli esperti in una recente relazione, le guerre commerciali minano le fondamenta della sicurezza alimentare: la presenza di cibo, l'accesso al cibo, l'utilizzo e la regolarità delle forniture.

"Alla fine queste limitazioni porteranno all'aumento dei prezzi per i consumatori e renderanno più complicato l'accesso ai mercati per i produttori dei Paesi in via di sviluppo, il che andrà ad esercitare ulteriore pressione sulla sicurezza alimentare", osservano all'IFPRI.

Il celebre economista e investitore americano, James Richards, sostiene che l'attuale impennata dell'economia statunitense ed europea potrebbe tramutarsi in un enorme crack finanziario simile a quello del 1929. E allora sarebbe inevitabile una prolungata recessione in tutto il mondo.

Proprio questi timori vengono considerati dagli analisti una delle ragioni del crollo dei mercati di ottobre.

"La preoccupazione per il fatto che l'economia statunitense stia per esplodere ha portato all'aumento del rendimento delle obbligazioni e ha scatenato una potente ondata di volatilità sul mercato azionario", scrive The Wall Street Journal.

Il futuro ci riserva il peggio

Secondo le stime di un'altra grande banda di investimento americana, JP Morgan Chase, l'attuale crollo sul mercato azionario statunitense non è che un assaggio. Il mercato cade per l'abbondanza di fondi indicizzati, di borsa e di altro tipo che sono gestiti passivamente. Ad oggi fino all'80% di tutte le attività sono gestite passivamente mentre prima della crisi del 2008 la loro quota non superava il 30%.

La Goldman Sachs ha già stimato come potrebbe influire una serie di crolli del mercato azionario sull'economia statunitense.

Secondo le stime degli esperti della banca di investimento, se la svendita continuerà e i prezzi delle azioni nell'ultimo trimestre scenderanno ancora del 10%, l'economica del secondo trimestre del 2019 perderà circa lo 0,75% del PIL.

 La banca sostiene, inoltre, che la Fed entro la fine del 2019 quintuplicherà il tasso chiave, cioè lo aumenterà di due volte di più rispetto a quanto si aspetta al momento il mercato.

E poi?

Secondo JP Morgan Chase è prevista una crisi globale per il 2020: sarà preceduta da una serie di crolli degli indici americani. Gli analisti della banca sostengono che durante la crisi del 2007-2008 l'indice S&P 500 è crollato del 54% rispetto ai suoi valori massimi.

Si ipotizza che il futuro crollo del mercato azionario globale non sarà tanto significativo in quanto il valore delle attività nei Paesi in via di sviluppo è al momento considerevolmente inferiore a quanto, invece, fosse nel 2008.

E sebbene i mercati in via di sviluppo, di norma, soffrono per primi dei processi negativi a livello globale, un recente studio degli economisti di Harward ha dimostrato che le economie di questi Paesi non sono poi tanto indifese di fronte alle turbolenze esterne.

In primo luogo, i Paesi con un elevato debito hanno dovuto ritardare l'estinzione dei loro debiti ai prossimi decenni nell'attesa di condizioni più favorevoli. In secondo luogo, i Paesi in via di sviluppo con un maggiore rischio di default hanno sviluppato una resistenza a politiche creditizie più stringenti grazie alla riduzione del disavanzo commerciale e di bilancio.

In tal modo, la crisi di una singola economia, sia pur grande come quella americana, non sarà più in grado di scatenare una reazione a catena incontrollata. I default sovrani diverranno meno ingenti, più isolati e non porteranno alle conseguenze sistemiche che abbiamo osservato in passato.     

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commercio, Economia, Arabia Saudita, Turchia, UE, Italia, USA
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