10:34 19 Settembre 2018
Dollari USA

Foreign Policy: l’Europa preoccupata per l’indebolimento del dollaro

© Sputnik . Natalya Selivaerstova
Economia
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L’insoddisfazione per gli abusi sanzionatori applicati da Washington contro la Russia e l’Iran hanno spinto i funzionari europei a discutere dei metodi per ridurre la supremazia finanziaria americana e l’egemonia del dollaro, riporta Foreign Policy.

Come osserva la pubblicazione, l'Europa ritiene possibile ridurre la propria dipendenza economica dagli USA creando un sistema di pagamento internazionale alternativo e promuovendo il ruolo dell'euro come valuta internazionale.

Gli alti funzionari francesi e tedeschi stanno cercando di capire come aggirare la supremazia finanziaria degli USA e la potenza sanzionatoria ad essa legata. Questo è indice perlomeno del fatto che vi è una frattura profonda nei rapporti fra Washington e l'Europa nell'epoca di Trump, scrive Foreign Policy.

Il mese scorso il Ministero degli Esteri tedesco Heiko Maas ha invitato l'Europa ad avviare il processo di indipendenza finanziaria da Washington la quale dovrebbe essere il presupposto per riconquistarsi la libertà decisionale anche in materia di politica estera. Allo stesso tempo altri funzionari tedeschi stanno considerando la possibilità di livellare la supremazia finanziaria americana che permette all'Europa di imporre sanzioni a banche e persone fisiche praticamente in tutto il mondo.

Queste idee hanno trovato eco nel discorso del Ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire che ha invitato alla creazione di "strumenti finanziari totalmente indipendenti" al di fuori del raggio d'azione degli USA. "Desidero che l'Europa sia un continente sovrano e non un vassallo", ha sottolineato.

La Francia e la Germania hanno proposto alternative per la risoluzione di questo problema. Tra di esse troviamo la promozione del ruolo dell'euro, la creazione di un sistema globale di pagamento alternativo che non sia sottoposto all'influenza statunitense, nonché la creazione di un fondo europeo che dia la possibilità di continuare a commerciare con i Paesi colpiti dalle sanzioni americane.

L'ira degli europei è stata scatenata dalla decisione di Donald Trump di uscire dall'accordo sul nucleare iraniano e di imporre nuovamente sanzioni economiche contro Teheran sebbene il Paese avesse rispettato le clausole contrattuali. Nel frattempo, gli USA hanno minacciato di imporre sanzioni alle società europee che hanno affari in Iran: in altre parole, hanno imposto all'Europa di dimenticare la propria linea politica adottata in tale questione.

Negli ultimi anni Paesi come la Russia, il Venezuela e la Cina hanno tentato di contrapporsi alla supremazia finanziaria americana e all'attività sanzionatoria degli USA. Mosca ha cominciato ad attrarre criptovalute e prospettive per la creazione di un sistema di pagamento proprio; la Cina sta intraprendendo determinate attività per promuovere lo yuan a livello internazionale; il Venezuela, desidera creare una pseudo-criptovaluta legata al valore del petrolio.

"Tuttavia, al momento le manovre a cui solitamente ricorrono i Paesi sanzionati si vedono applicate dagli alleati degli USA. Questo è sintomo del fatto che il Paese, che un tempo era visto come il baluardo della stabilità a livello globale, oggi è considerato un elemento imprevedibile", sottolinea la pubblicazione.

"Probabilmente al momento è qualche altro Paese ad essere diventato un reietto", ha ipotizzato Nicolas Veron, collaboratore del centro di ricerca Bruegel.

Gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo chiave nel sistema finanziario mondiale a partire dalla Seconda guerra mondiale. Al tempo il dollaro americano era la principale valuta al mondo: la maggior parte dei Paesi lo utilizzava per i pagamenti reciproci e questo ha portato Washington a sobbarcarsi il ruolo di "carabiniere" finanziario mondiale.

Questa situazione ha permesso talvolta agli USA di abusare delle proprie possibilità in campo finanziario. In particolare, a partire dagli anni '90 Washington ha cominciato sempre più spesso a fare affidamento sulle sanzioni finanziarie come strumento di politica estera, impiegandole contro i cosiddetti "regimi" da Belgrado a Pyongyang.

Tuttavia, molti politici sono preoccupati che la facilità con cui vengono applicate queste sanzioni possa portare a un'esagerazione. Tali preoccupazioni sono diventate reali in particolare dopo che nel 2014 gli USA hanno imposto le sanzioni contro la Russia: questo ha scatenato l'insoddisfazione di molti Paesi europei che intrattenevano con la Russia un florido commercio.

La frattura con gli USA, però, è diventata evidente solamente dopo che l'amministrazione Trump è uscita dall'accordo sul nucleare iraniano e ha cominciato a minacciare le società europee di infliggere sanzioni se queste avessero seguito la politica applicata in tale materia dai loro governi.

"Ciò che oggi è cambiato è il fatto che gli USA utilizzano le sanzioni non solo nei confronti di Russia e Cina, ma anche nei confronti dei nostri più stretti alleati europei", ha osservato John Smith, ex direttore dell'Ufficio di controllo dei beni esteri.

Tuttavia, alcuni esperti ritengono che le recenti dichiarazioni degli europei siano piuttosto un tentativo di gettare polvere negli occhi piuttosto che la manifestazione del desiderio di intraprendere azioni concrete. A suo tempo le relazioni transatlantiche hanno vissuto diverse crisi. Ad esempio, durante la crisi del Canale di Suez il presidente Dwight Eisenhower ha dichiarato di essere pronto a mandare in bancarotta la Gran Bretagna. Agli inizi degli anni '60 Charles de Gaulle è uscito dalla NATO e le conseguenze della guerra in Iraq del 2003 ce le portiamo dietro ancora oggi.

"L'Europa si trova in una situazione difficile. Desidera dimostrare che non subirà le prevaricazioni dell'attuale amministrazione americana, ma al tempo stesso riconosce anche di aver bisogno degli USA così come gli USA hanno bisogno dell'Europa", ha dichiarato Julianne Smith, ex funzionaria dell'amministrazione Obama. E Smith ha aggiunto che, secondo lei, gli indistinti progetti dell'Europa per la creazione di un sistema finanziario globale alternativo non sono altro che discorsi vuoti.

"La maggior parte dei politici è consapevole dei limiti di simili proposte" ha aggiunto la Smith.

Tuttavia, considerato che la supremazia degli USA si basa sul ruolo centrale svolto dal dollaro, questo sviluppo degli eventi non è impossibile. Altri Paesi hanno tentato, anche se senza successo, di ridurre il ruolo svolto dal dollaro: in particolare il Giappone negli anni '80 e la Cina per diverso tempo fino al 2015. Ma il dollaro americano ha retto di fronte a queste sfide in parte perché il mondo vedeva Washington come un attore finanziario relativamente fidato e moderato. Ma ora tutto potrebbe cambiare.

"Se gli USA non adotteranno un approccio disciplinato che permetta loro di mantenere la supremazia del dollaro", allora, secondo Veron, altri Paesi si contrapporrebbero a Washington. "Evitare di infliggere sanzioni contro chiunque non sia d'accordo con noi, è una questione di autocontrollo", ha aggiunto.

Inoltre, a prendere il posto del dollaro c'è già un pretendente. L'Euro è la seconda valuta la mondo per importanza: supera, infatti, di gran lunga la sterlina inglese, lo yen giapponese e lo yuan cinese. Secondo l'economista Barry Eichengreen, per sfuggire all'ondata sanzionatrice di Washington, le politiche europee dovrebbero riuscire a trovare un modo per far girare gli ingranaggi dell'economia mondiale più velocemente di quanto facciano i verdoni americani.

"L'Europa dovrà creare un'alternativa al dollaro che le banche e le altre persone possano impiegare nelle transazioni internazionali", ha osservato. "Da questo punto di vista l'euro occupa una buona posizione".

Tuttavia, il ruolo più importante in questa situazione lo svolge non tanto la prospettiva di creare un certo sistema finanziario alternativo, quanto il fatto che alcuni stretti alleati di Washington si debbano occupare di questioni del genere, sottolinea Foreign Policy.

"A me preoccupa soprattutto il fatto che parlino di questo. Invece di cooperare per risolvere i problemi comuni, potremmo trovarci in una situazione in cui i nostri più stretti alleati lavorano contro di noi e non contro di loro", ha concluso John Smith. 

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Economia, dollari, dollaro, Europa, USA
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