14:46 10 Dicembre 2018
Mare d'Azov

Terrorismo “marittimo”: la situazione nel mare d’Azov

CC BY-SA 4.0 / Foreman 1982 / Бердянский морской торговый порт (cropped photo)У
Economia
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Washington accusa Mosca di aver danneggiato gli interessi economici di Kiev nel mar d’Azov: a causa dei maggiori controlli effettuati sulle imbarcazioni ucraine al loro ingresso nelle acque territoriali russe le acque dei porti di Mariupol e di Berdyansk stanno perdendo parte del loro flusso di merci.

La Russia addossa la responsabilità all'Ucraina definendo eccessivi i fermi di imbarcazioni russe. Gli esperti di Sputnik concordano sul fatto che Washington stia sostenendo l'Ucraina moralmente, ma non finanziariamente. Per questo, Kiev sarà costretta a scendere ad accordi con Mosca.

La lotta per il mar d'Azov

La situazione nel mar d'Azov peggiora ormai dall'inizio dell'anno. A marzo l'Ucraina ha fermato il peschereccio "Nord" accusando il suo capitano, Vladimir Gorbenko, di aver visitato clandestinamente la Crimea "con l'intento di danneggiare gli interessi nazionali". Mosca ha definito le azioni di Kiev alla stregua di "terrorismo marittimo": Gorbenko è ancora in carcere nonostante abbia già subito due crisi ipertensive nella prigione ucraina.

Ad agosto nel porto di Cherson è stata fermata la petroliera "Mekhanik Pogodin". La costruzione della nave era stata finanziata dalla società "VEB-Leasing", che figura nell'elenco delle società sanzionabili da Kiev.

Per questo motivo i funzionari ucraini da allora si rifiutano di restituire l'imbarcazione ai legittimi proprietari.

Le autorità russe hanno risposto intensificando i controlli frontalieri sulla propria sponda del mar d'Azov. Secondo i dati ucraini, prima di agosto almeno 150 imbarcazioni hanno incontrato difficoltà nel passaggio attraverso i porti di Mariupol e Berdyansk: l'attesa in alcuni casi è arrivata a toccare anche i 2 o 3 giorni. I porti marittimi subiscono dei danni perché le imprese cominciano a scegliere nuovi percorsi per la fornitura delle merci. Tuttavia, le misure adottate dalla Russia rispettano il diritto internazionale e l'accordo del 2003 tra Russia e Ucraina sulla cooperazione nell'uso del mar d'Azov.

La petroliera Mekhanik Pogodin
La petroliera "Mekhanik Pogodin"

La forza contro la legge

I politici radicali ucraini chiedono sempre più frequentemente di rispondere alla Russia con la forza. Al Parlamento ucraino è arrivata una proposta di legge che prevede l'uscita unilaterale dall'accordo del 2003. Tuttavia, il governo è contro. Secondo il vice-ministro degli Esteri Elena Zerkal, un atto simile provocherebbe un indebolimento di Kiev poiché la Russia in risposta potrebbe avviare una controversia territoriale. Zerkal ha definito una "questione di sicurezza" per l'Ucraina la necessità di tutelare lo status quo.

Non tutti i politici ucraini, però, condividono questo punto di vista.

A luglio Sergey Gayduk, vice-ammiraglio ed ex comandante della flotta militare ucraina, ha proposto di minare il mar d'Azov. Secondo il militare, Mosca "attaccherà" il bacino d'acqua, quindi bisogna fermare questo tentativo con tutti i mezzi a disposizione.

Anche Viktor Muzhenko, funzionario del commissariato generale delle Forze armate ucraine, invita a un giro vite: rafforzare i comparti della marina militare nella zona e accompagnare le imbarcazioni con navi di protezione.

In tal senso, Kiev spera nell'aiuto di USA e NATO. Georgy Tuka, ministro per i cosiddetti territori temporaneamente occupati, ha dichiarato che nel mar d'Azov su richiesta di Kiev potranno essere schierati i contingenti di ONU e NATO. Tuttavia, ancora nessuna richiesta ufficiale a tal proposito è giunta alle organizzazioni internazionali.

Kiev non ha assi nella manica

Vista la situazione l'unico successo diplomatico dell'Ucraina è l'intervento del Dipartimento di Stato USA. Tuttavia, non è possibile definirlo un passo decisivo: Washington, ignorando nella sua dichiarazione le imbarcazioni russe fermate dagli ucraini, non si è detta pronta a difendere seriamente Kiev. Tanto più che i danni che sta subendo l'Ucraina sono finanziari. E gli aiuti monetari di Washington sono minimi. L'unico modo per evitare le perdite è scendere a patti con Mosca. Tuttavia, questo stride con la politica adottata dal presidente Poroshenko nei confronti del Cremlino.

Mikhail Pogrebinsky, direttore del Centro di studi politici e del conflitto a Kiev, ha dichiarato in un'intervista a Sputnik che crede nella possibilità di una risoluzione pacifica della situazione in quanto l'Ucraina non ha assi nella manica. "Interrompere questa escalation è un interesse dell'Ucraina. Tanto più visto il precedente. Per la prima volta dopo lungo tempo l'Ucraina ha ricevuto una risposta rapida e dura in seguito a una brusca operazione anti-russa, cioè il fermo del "Nord". Kiev crede di aver ottenuto carta bianca da Washington in virtù del sostegno ricevuto. Ma questo è un errore: gli USA non stanno compensando le perdite finanziarie dell'Ucraina e continuano a crescere", ritiene l'esperto.

Secondo il politologo la proposta dei militari di convogliare le navi ucraine che attraversano il mar d'Azov non sarebbe di ampie vedute. "Secondo l'accordo del 2003 la Russia ha il diritto di sottoporre a controlli le acque che si trovano nelle proprie acque territoriali. Se arriveranno con un convoglio, ciò significherà che il convoglio sarà distrutto. Va, inoltre, considerato che in caso di una violenta contrapposizione su un territorio limitato il vantaggio l'avrà la controparte che è più forte militarmente. E in questo caso non è l'Ucraina", conclude Pogrebinsky.    

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porto, Navi, Economia, Mare d'Azov, Russel Square, Ucraina, USA
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