04:53 17 Dicembre 2018
A man walks past an advertisement promoting China's renminbi (RMB) or yuan, U.S. dollar and Euro exchange services at foreign exchange store in Hong Kong, China, August 13, 2015

Il destino della lira turca non minaccia lo yuan…

© REUTERS / Tyrone Siu
Economia
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Solo se dalla crisi della valuta turca saranno tratti i dovuti insegnamenti.

Il cambio della lira turca rispetto al dollaro è sceso al 17% nel giorno in cui il presidente USA Donald Trump ha dichiarato di raddoppiare i dazi sui prodotti metallurgici turchi. Nel complesso, quest'anno il cambio della lira è sceso di circa il 40%. I dazi americani hanno un impatto negativo anche sullo yuan che si è già deprezzato di più del 6%. I media internazionali prevedono che lo yuan sarà la prossima lira. 

Qual è la logica dietro questa affermazione? Entrambe le nazioni hanno sofferto a causa dei dazi americani. Entrambe le nazioni sono in via di sviluppo. Le loro economie crescono a ritmi simili. Entrambi i Paesi dipendono in larga misura dalle esportazioni. I media cinesi rispondono alla previsione di cui sopra in modo univoco: la Cina non può essere paragonata alla Turchia perché la Cina è la seconda economia del mondo, è una nazione forte e influente e possiede enormi riserve auree. Per questo, lo scenario turco non è applicabile alla Cina. Sputnik ha cercato di capire quali siano le analogie e le differenze della situazione economico-monetaria in Cina e in Turchia. 

L'economia turca ha cominciato il suo rapido sviluppo agli inizi degli anni 2000. Per stimolare la crescita, le autorità turche hanno puntato sugli investimenti e i consumi. Per fare ciò, in primo luogo, sono stati sostenuti dei tassi di interesse bassi. In secondo luogo, sono stati effettuati enormi investimenti in infrastrutture: nel periodo di crescita economica, la rete autostradale turca è quadruplicata. Il numero di aeroporti è raddoppiato. Sono state costruite anche reti ferroviarie ad alta velocità. Nel 2017 il PIL pro capite della Turchia ha raggiunto i 10.000 $, ovvero il triplo rispetto al 2002. 

Anche in Cina la crescita economica, in particolare dopo la crisi del 2008, è stata sostenuta da enormi investimenti in infrastrutture. Il governo ha introdotto nell'economia cinese 585 miliardi di dollari, cioè il 12,5% del PIL. Gli investimenti in immobilizzazioni materiali fino all'anno scorso hanno contribuito al PIL cinese per il 45%.

In 10 anni sono state costruite migliaia di chilometri di nuove autostrade ad alta velocità e di linee della metro. In verità, questo boom delle infrastrutture talvolta ha portato a progetti e investimenti non giustificati dal punto di vista economico. Ad esempio, il progetto di costruzione della metro di Baotou nella Mongolia Interna. Alla fine del 2017 le autorità cinesi hanno interrotto questo progetto che doveva costare 4,6 miliardi di dollari riconoscendo che sarebbe stato troppo caro. 

Simili squilibri derivati dai massicci investimenti in infrastrutture si osservano anche in Turchia. Ma una importante sottigliezza va evidenziata: a differenza della Cina in cui questi investimenti erano finanziati dalle banche tradizionali e dal sistema bancario ombra in yuan, le attività turche erano finanziate in larga misura in valuta straniera. Secondo le stime del FMI, il debito esterno della Turchia nel 2017 era pari a 466,7 miliardi di dollari, ovvero il 53,3% del PIL, e quasi il 90% di tale debito era in valuta straniera. Le riserve valutarie del Paese sono in tutto di 74 miliardi di dollari, dunque non vanno a coprire tutti i debiti. Inoltre, la scadenza per l'estinzione di questi debiti cadrà proprio quest'anno. In Cina, invece, le riserve valutarie sono maggiori, afferma Chen Fengying, esperto del Centro di ricerche economiche globali presso l'Istituto cinese di relazioni internazionali. 

"La Cina possiede enormi riserve valutarie. Lo yuan potrebbe comunque svalutarsi? Penso che non abbia senso comparare lo yuan e la lira turca. Le due nazioni hanno situazioni diverse. Al crollo della lira hanno contribuito fattori economici e politici. L'economia cinese è molto forte e ormai del tutto formata: i suoi sistemi economici e produttivi funzionano a pieno regime. L'economia turca, invece, non si è ancora assestata del tutto e la sua dipendenza dalle esportazioni è evidente. La portata delle due economie e i problemi con cui devono fare i conti i due Paesi non sono comparabili. Per la Cina non vi sono fattori esterni che potrebbero costituire una vera minaccia". 

Ai problemi della Turchia si aggiunge anche il basso tasso di risparmio. Dagli anni 2000 si è attestato stabilmente al di sotto del 20%. Il consumo attivo, che stimola l'inflazione, e i massicci investimenti stanno creando un deficit sui conti correnti che ha toccato già il 5,6% del PIL, ovvero il valore più alto fra i Paesi del G20. Il bilancio negativo dei conti di per sé porta a una fuga di valuta estera e, dunque, alla svalutazione della valuta nazionale. Ma poiché una quota considerevole di prestiti è stata fatta in valuta straniera, questo crea ulteriori stimoli per un suo apprezzamento a discapito della valuta nazionale. 

Dunque, le ragioni per cui la lira sta crollando erano sotto gli occhi di tutti da tempo. Ma la dichiarazione di Trump di raddoppiare i dazi sui prodotti metallurgici turchi è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Gli investitori hanno avuto paura e si è rafforzata la fuga di capitali verso le economie più affidabili dei Paesi sviluppati. Di conseguenza, anche la svalutazione ha accelerato. Dunque, l'analogia tra la svalutazione dello yuan e quella della lira è il fatto che entrambe si sono verificate a causa dei dazi commerciali introdotti dagli USA.

Le differenze, invece, risiedono nel fatto che, a differenza della Cina, in Turchia la svalutazione della lira è legata ad altre ragioni economiche più profonde. Questo spiega anche perché lo yuan non stia crollando come la lira. Per gli stessi motivi è poco probabile che lo yuan in un prossimo futuro si deprezzerà ulteriormente e ancor meno probabile che lo farà alla stessa velocità della lira turca. 

Le autorità cinesi non trarrebbero alcun vantaggio da una forte svalutazione dello yuan poiché questa andrebbe a minacciare i progetti che vogliono lo yuan come la valuta più forte al mondo. Inoltre, la svalutazione della valuta nazionale porterebbe inevitabilmente al rincaro dei beni di consumo internamente al Paese, il che è inaccettabile per la Cina anche in presenza di rallentamento dei ritmi di crescita economica. 

Un'altra questione è che la stabilità dello yuan potrebbe non essere eterna se non si impara dagli insegnamenti offerti dalla crisi della lira. In realtà, a differenza della Turchia, la massa creditizia cinese (compresi i fondi per gli investimenti in infrastrutture) viene accumulata in valuta nazionale. Tuttavia, un eccessivo accumulo di debito (il debito cinese supera il 250% del PIL) può costituire un rischio per l'intero sistema finanziario del Paese. Per questo, già da alcuni anni le autorità stanno facendo i conti con la leva finanziaria. Nell'ultima riunione del Partito Comunista Cinese il taglio dei rischi sistematici è stato definito uno degli obiettivi prioritari.

L'attuale guerra commerciale con gli USA sta chiaramente infrangendo i progetti delle autorità cinesi volti a preservare le bolle creditizie e la stabilità del sistema finanziario. Preservare la massa creditizia rallenta le attività imprenditoriali e la crescita economica. Questo potrebbe essere tollerato in condizioni normali. Ma nel mezzo di una guerra economica le attività imprenditoriali per vivere hanno bisogno di stimoli ulteriori. Servono crediti vantaggiosi e altri tipi di incentivi. Questo va contro ai progetti cinesi per far fronte alla leva finanziaria.

Inoltre, sebbene il tasso di risparmio in Cina continui ad essere due volte maggiore di quello turco, non vi sono motivi di supporre che sarà così anche in futuro. La Cina da diversi anni parla della necessità di trasformare il suo modello di crescita: gradualmente il volano di sviluppo deve diventare il consumo e non più l'export. Nell'ultimo periodo questo sta accadendo molto velocemente. Solo nel 2017 il volume di crediti al consumo a breve termine non estinti in Cina è cresciuto di 1,49 trilioni di yuan (225 miliardi di dollari). Da un alto, i consumi in crescita indeboliscono la dipendenza dalle esportazioni, il che potrebbe essere positivo durante una guerra commerciale. Dall'altro lato, come ha mostrato l'esperienza turca, questo genera l'inflazione e il crollo del cambio della valuta. 

Dunque, le autorità cinesi dovranno elaborare una politica bilanciata. Da un lato, stimolare l'economia interna in condizioni esterne sfavorevoli. Dall'altro lato, continuare a far fronte alla leva finanziaria. Per la Cina, in quanto maggiore economia globale, questo è particolarmente importante. Alcuni credono che le crisi si verifichino ogni 10 anni. L'ultima crisi mondiale è stata nel 2008. Per questo, è importante fare tutto ciò che possiamo per far sì che la nuova crisi non prenda avvio dalla crisi delle valute dei mercati in via di sviluppo.     

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Economia, yuan, Lira turca
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