22:08 21 Ottobre 2020
Economia
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Il 2016 è iniziato con l'acuirsi della crisi tra Iran e Arabia Saudita a causa dell'esecuzione, da parte dei sauditi, di un importante Imam sciita. In realtà la tensione tra queste nazioni è già molto forte da qualche anno e va – comunque – letta sullo sfondo della plurisecolare ostilità esistente tra sciiti e sunniti.

Non pare azzardato dire che la guerra strisciante tra l'Iran — maggior paese sciita — e l'Arabia Saudita — paese leader del sunnismo — vada ormai avanti da qualche anno sia sul piano militare (guerra per procura in Siria e in Yemen dove i due contendenti sono schierati su versanti opposti) che sul piano diplomatico (l'Arabia Saudita era ostile alla ripresa delle relazioni diplomatiche tra USA e Iran e alla fine delle sanzioni che colpivano l'Iran) sia sul piano economico (dove ormai da più di un anno va avanti una guerra scatenata dai sauditi tendente a colpire l'Iran con il crollo del prezzo del barile del petrolio).

Concentrandoci sull'aspetto economico di questa crisi non è azzardato dire che il focus è quello del prezzo del barile di petrolio. L'innesco della crisi può essere individuato con precisione anche dal punto di vista temporale: la riunione Opec del 27 novembre 2014, dove il ministro del petrolio saudita Ali al Naimi annuncia l'intenzione di aumentare la produzione di petrolio facendone crollare il prezzo. La giustificazione di questa strategia fu quella di battere la concorrenza del petrolio di scisto americano che ha prezzi di produzione più alti rispetto a quello tradizionale. Secondo questa tesi, aumentare la produzione — facendo crollare il prezzo — avrebbe messo fuori mercato il petrolio americano e conseguentemente il prezzo del petrolio (una volta eliminato il concorrente americano) sarebbe risalito. E' evidente che le altre "vittime" gradite della strategia saudita sarebbero state la Russia e soprattutto l'Iran verso il quale stavano per finire le sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU grazie all'accordo sullo sviluppo della tecnologia nucleare tra il grande paese sciita e il cosiddetto gruppo "5 + 1" (USA, Russia, Cina, Francia, Inghilterra e Germania)

A distanza di un anno si può dire senza paura di smentita che la strategia saudita si stia rivelando come un completo fallimento: la Russia grazie ad accordi bilaterali portati avanti con i paesi asiatici ha aumentato le sue quote di mercato, l'Iran ha aumentato la sua produzione grazie alla fine del regime sanzionatorio ed anche il petrolio di scisto americano continua ad essere estratto. Dunque il cerino in mano — paradossalmente — è rimasto proprio nelle mani dei sauditi che hanno visto aumentare il proprio deficit statale (ormai pari a quasi il 20% del Pil) a causa degli ammanchi nelle entrate petrolifere che non riescono più a sostenere le spese del welfare ne le spese belliche in Yemen e in Siria.

Secondo molti osservatori proprio la crisi fiscale sta spingendo la dirigenza del paese ad intraprendere azioni sempre più provocatorie — come appunto l'esecuzione dell'Imam sciita Al Nimr — al fine di ottenere un repentino rialzo del prezzo del petrolio prima che venga minata la stabilità finanziaria del paese con conseguenze difficilmente preventivabili sulla tenuta sociale e politica.

Per paradosso proprio la strategia innescata dai sauditi per indebolire — e alla lunga abbattere — i propri avversari si è ritorta contro a chi l'ha progettata e sempre per paradosso proprio chi doveva esserne vittima ha l'interesse a mantenerla ed attendere sulla riva del fiume il passaggio del cadavere del proprio avversario. 

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Tags:
sunniti, sciiti, Guerra economica, Guerra, Consiglio di Sicurezza ONU, Il gruppo 5+1, OPEC, ONU, Nimr al-Nimr, USA, Siria, Yemen, Arabia Saudita, Iran
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