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    Bandiere Cina e USA

    Crisi cinese, piccolo avvertimento dagli Usa

    © AP Photo/ Ng Han Guan, Pool
    Economia
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    Marco Fontana
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    Grecia e Cina rappresentano due crisi molto diverse, ma in un pianeta governato dalle regole della globalizzazione possono essere facce della stessa medaglia.

    Certamente, il fatto che la borsa di Shanghai sia riuscita a cedere in appena cinque sedute quasi il 20% e il 37% da metà giugno (quando però segnava il raddoppio della sua capitalizzazione rispetto soltanto a sei mesi prima) è un dato storico che va analizzato nella sua portata mondiale. Parliamo infatti di un Paese che continua a crescere a ritmo sostenuto: si prevede un +7% nel prossimo futuro. Abbiamo chiesto un approfondimento del panorama internazionale al noto economista torinese Paolo Turati.

    - L'improvviso crack dei mercati cinesi si presta a varie interpretazioni. Qual è la Sua chiave di lettura?

    — Non si deve sottovalutare il contesto. Il crollo delle borse cinesi, parzialmente recuperato nelle ultime sedute, mette a nudo una situazione belligerante in atto a livello globale. Deve essere chiaro, infatti, che dopo la Guerra fredda basata sulla minaccia dei missili si è passati a una guerra non convenzionale che ruota attorno a tutto ciò che è finanza e commercio. Ci sono in apparenza meno morti, ma i danni che crea sono altrettanto devastanti. Ho la netta sensazione che gli Stati Uniti abbiano lanciato un avvertimento alla Cina, la nazione che in questi anni si è maggiormente attrezzata per avere una serie di strutture che legittimino le sue operazioni — agenzie di rating in testa, capaci di generare una potenza di fuoco mai vista.

    - A parte la Cina, tutto il mondo vive una crisi profonda. Da dove nasce?

    — Principalmente da una scelta effettuata nel 1999, quando si è deciso di abolire la legge Glass-Steagall del 1933 che vietava la commistione tra banche commerciali e banche di investimento. Una legge, quindi, che regolava quel grande conflitto d'interessi le cui conseguenze viviamo oggi, cioè operatori finanziari ai quali è stata praticamente concessa licenza di uccidere attraverso le proprie speculazioni. Gli americani su questo hanno fatto scuola: non è un caso che proprio negli States esistano ben 5 cosiddette banche universali, che detengono il 92% dei 700mila miliardi di prodotti finanziari derivati. Chiaramente, se mosse a dovere diventano un'arma in grado di mettere in ginocchio qualsiasi Stato.

    - Si combatte solo sui mercati finanziari?

    — Assolutamente no, esiste anche una guerra valutaria. L'ha combattuta recentemente la Cina, l'ha messa in atto il Giappone, l'ha ripetuta l'India con l'assenso della Gran Bretagna: quest'ultimo particolare non va sottovalutato, perché Londra ha ricominciato a tessere politiche monetarie e finanziarie espansionistiche insieme agli Usa. Quella della svalutazione, peraltro, è una via battono anche quei pochi Paesi europei che non si sono agganciati all'euro: per la Grecia sarebbe stata una manna dal cielo non aver aderito dall'inizio. Insomma, la Cina è un terzo incomodo tra Usa-GB e Russia, perciò qualche avvertimento può esserle stato recapitato nelle speculazioni a cui abbiamo assistito.

    - Chi patisce di più la crisi cinese?

    — Sicuramente la Germania. In questi anni il rapporto tra i due Paesi si è andato rafforzando. Nel momento in cui si imballa il sistema commerciale mondiale, va in sofferenza tutto il sistema di export tedesco di prodotti di qualità. Ricordiamoci che in termini di esportazioni proprio i tedeschi hanno un surplus record: ma d'altra parte dall'entrata in vigore dell'euro hanno gettato le basi per ricostruire un impero, quindi naturalmente i Paesi satelliti sono i primi acquirenti. Non è un caso l'aumento esponenziale di vendite di auto tedesche in Italia, che erano di nicchia fino a qualche decennio fa e ora sono invece ampiamente presenti nel nostro Paese.

    - Che effetto può avere sulla Russia?

    — La crisi cinese può avere conseguenze geopolitiche per le recenti alleanze che sono state fatte. La Russia esporta principalmente energia, quindi a differenza di Usa-Ue non è così legata alle fluttuazioni cinesi nella produzione di tecnologia o di semilavorati. Il ribasso del prezzo del petrolio, dovuto principalmente alla nuova tecnica di estrazione lanciata dagli americani (shale energy), crea dei bei grattacapi. Questa nuova metodologia ha portato in pochi anni gli Usa a divenire autonomi, mentre prima erano fra i maggiori importatori di prodotti petroliferi. Così, la Russia oggi è costretta a vendere sottocosto petrolio e metano alla Cina. E questo sì che è un danno peggiore di quello causato dal crollo di Shangai.

    - La crisi cinese ha gettato un'ombra su quella greca. È tutto finito?

    — Assolutamente no. Esistono Stati abituati a fallire. La Germania è già fallita sei volte, la Francia sette, la Spagna più di di dieci, per la Grecia si è perso il conto. Quindi credo che per gli ellenici il problema sia solo rimandato. Un Paese che vive quasi solo di turismo non può avere una moneta forte. Ritengo che un euro a due velocità, cioè svalutazione per i cosiddetti Paesi Club Med (Francia, Italia, Spagna e Portogallo — mentre la Grecia dovrà trovare soluzioni ancor più collateralizzate) sarebbe la via migliore per smetterla di prendersi in giro, cioè di raccontare che il modello tedesco è replicabile in ogni nazione Ue.

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    analisi, Petrolio, Crollo delle borse, Crisi in Grecia, Shanghai, Cina, Gran Bretagna, Germania, Grecia, USA, Cina, Russia
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