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    Panico sui mercati mondiali

    Alexei Filippov
    Economia
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    È finita la crescita infinita, anche per la Cina, che sgancia lo yuan dal dollaro.

    Monete e banconote dello Yuan cinese
    © AP Photo/ EyePress, FILE
    È tutto iniziato l'11 agosto, quando la Banca centrale cinese, People's Bank of China, ha deciso di svalutare lo yuan. Una scelta adottata per prendere le distanze dalla politica monetaria degli Usa che si avviavano a un rialzo dei tassi a settembre, dopo sei anni consecutivi d'iniezioni monetarie tramite il quantitative easing.

    La vera motivazione delle autorità cinesi sembra  lungimirante. La svalutazione ha contribuito a fare un passo avanti nell'obiettivo strategico di fare dello yuan una valuta di riserva e, nel lungo termine, un antagonista credibile al dollaro americano.

    Per gli investitori è stato un trauma. Se il gigante cinese, che pesa per il 14% del Pil del pianeta, frena, necessariamente avrà bisogno di meno materie prime per fagocitare la calante crescita. Questo fattore sta impattando sulla quotazione del prezzo del petrolio, sui minimi degli ultimi 7 anni.

    Alla chiusura dei mercati Ue, le quotazioni del Wti perdono oltre 3 punti percentuali in area 39 dollari al barile. Ancora più accentuata la flessione del Brent, che scivola ampiamente sotto 44 dollari. Anche in questo caso, bisogna tornare al 2009 per vedere il Brent sotto quota 45 dollari al barile. Sul petrolio incide anche la preoccupazione per l'aumento della produzione iraniana, in un momento di domanda debole.

    Andamento opposto per l'oro, di cui la Cina detiene quasi 4 trilioni di riserve, essendo il più importante produttore, importatore e consumatore.

    Le Borse europee sono protette dal quantitative easing avviate a marzo dalla Bce. E anche da una valutazione abbastanza favorevole dell'euro nei confronti del dollaro (a 1,15 rispetto a 1,4 dell'estate scorsa). Anche il calo del prezzo del petrolio gioca a vantaggio di alcuni Paesi, fra cui l'Italia, importatori netti di materie prime. Eppure stanno soffrendo tantissimo questa nuova fase di turbolenza. Nell'ultimo mese l'indice Eurostoxx 50 ha perso il 15% e un calo mensile peggiore è stato registrato solo nel 2002. Questo perché risentono della debolezza della domanda cinese (non a caso la Borsa che sta perdendo di più è quella tedesca, più votata all'export e con maggiori rapporti con la Cina e i settori più penalizzati anche a Piazza Affari sono i lusso e le auto, ovvero i più esposti sul mercato cinese). Ma le Borse europee accusano il colpo anche a causa dell'andamento incerto di Wall Street che resta il faro sui mercati.

    Borse europee preoccupate per l'ipotesi di contagio cinese, con Parigi sotto di due punti percentuale, così come Berlino
    © REUTERS/ Stringer
    La caduta dell'indice Dow Jones degli ultimi due giorni, venerdì scorso e ieri, invece, non ha pari negli ultimi dieci anni. Colpa della liquidità, completamente prosciugata come nei peggiori flash crash.

    Eppure, secondo la Goldman Sachs, l'economia globale non corre il rischio di una recessione. Secondo gli analisti statunitensi, il collasso dei corsi del petrolio e delle materie prime riflettono prima di tutto un eccesso di offerta piuttosto che una domanda debole.

    Tant'è che Dennis Lockhart, presidente della Fed di Atlanta, è tornato ieri a ribadire che l'economia Usa si sta riprendendo al punto che un aumento dei tassi è possibile quest'anno. Gli ha fatto eco l'ex presidente della Federal Reserve di Dallas, Richard Fisher, secondo cui la volatilità osservata ieri sui mercati non influenzerà il dibattito dei governatori della banca centrale Usa su quando iniziare ad alzare i tassi. Ne sapremo certamente di più dal summit dei banchieri mondiali di Jackson Hole, in calendario dal 25 al 27 agosto. Forse non a caso, Janet Yelle, presidente della Fed, ha annullato la sua presenza.

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    Indice Dow Jones, Eurostoxx, Brent, yuan, Wall Street, BCE, Banca Centrale cinese, Shanghai, Cina, Europa, Cina, USA
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