19:55 15 Maggio 2021
Economia
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La suddivisione dei ventotto Paesi europei tra “formiche” e “cicale” è ormai entrata nel sentire comune ed è difficile per qualunque commentatore prescinderne.

Naturalmente, le formiche sono i "virtuosi" Stati del nord e le cicale siamo solo noi, i famosi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). Ciò che tuttavia si sottovaluta quando si accetta questa distinzione è che, probabilmente a differenza di quel che accade nel vero regno animale, le formiche di cui parliamo non sono solo "virtuose": sono anche furbe.

La Germania, capofila dei più determinati a insistere sul rispetto del tetto massimo del 3% tra deficit e PIL fissato a Maastricht è la stessa che volutamente dimentica un altro tetto previsto dal Trattato e cioè quello che impone di non superare il tre percento tra l'avanzo di bilancio e il PIL. La Germania, infatti, ha oramai da qualche tempo un surplus superiore al sei percento, arrivando per la fine di quest'anno addirittura a una stima dell'8,5% (solo per un confronto, dal 2010 la Cina ha un rapporto inferiore al 4%).In altre parole, il Trattato chiede ai membri che dovessero trovarsi con un bilancio fortemente positivo di aumentare la propria spesa pubblica per favorire i consumi interni e, almeno potenzialmente, l'acquisto di beni provenienti dagli altri Stati membri, favorendo così le loro esportazioni.

Secondo un recente sondaggio del Centro Europa Ricerche, il 52% dei tedeschi è oggi “molto favorevole” alla moneta unica
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Secondo un recente sondaggio del Centro Europa Ricerche, il 52% dei tedeschi è oggi “molto favorevole” alla moneta unica

Secondo un recente sondaggio del Centro Europa Ricerche, il 52% dei tedeschi è oggi "molto favorevole" alla moneta unica. In Francia lo è il 40%, in Spagna il 36%, in Grecia e Portogallo il 28% e in Italia solamente il ventidue. Se incrociamo questi dati con la disoccupazione di ogni Paese, scopriamo che il giudizio "molto" positivo viene proprio da dove Il mercato del lavoro soffre di meno. Infatti, ai vertici troviamo Estonia, Lussemburgo, Germania, Austria, Olanda, Finlandia ecc. mentre tra i meno soddisfatti della moneta unica ci sono proprio i Paesi con la disoccupazione più alta quali la Grecia, Spagna, Cipro, Portogallo ecc. Se approfondiamo la ricerca, scopriamo anche che (casualmente?) in Germania il forte apprezzamento è cominciato dopo l'ingresso nell'Unione dei Paesi dell'Europa centrale e orientale, naturali zone d'influenza tedesche.

Guarda caso, la Germania ha superato il 3% di avanzo già a partire dal 2004 e, se non fosse esistita una moneta unica, la sua valuta sarebbe diventata negli anni così forte da penalizzare le sue esportazioni e obbligare la Banca Centrale ad aumentare i tassi d'interesse. Cosa che, tra l'altro, sarebbe stata necessaria per cercare di controllare una naturale crescente inflazione.

Grazie alla moneta unica e soprattutto alla crisi dell'euro, è avvenuto esattamente il contrario e cioè l'euro, anche per la Germania, mantiene un valore di cambio relativamente basso, i tassi d'interesse sono vicini allo zero e la deflazione negli altri Paesi dell'eurozona impedisce sia l'aumento dell'inflazione tedesca sia le tensioni salariali sul suo mercato del lavoro.

Qualcuno sosterrà, a ragione, che l'immagine internazionale dei prodotti manufatti in Germania è talmente positiva da spiegare da sola il surplus di bilancio dovuto all'enorme volume delle esportazioni.  Peccato che, per pura coincidenza, il mercato principale delle merci tedesche continui ad essere quello degli altri Paesi europei e, in particolare, proprio di quelli con il più alto deficit di bilancio.

Senza la moneta unica e anche supposto la Banca Centrale tedesca, per motivi sconosciuti, non avesse voluto procedere sulla strada che la macro economia solitamente prevede in quei casi, sarebbero stati i Paesi economicamente più deboli a svalutare la propria moneta recuperando così spazio commerciale per le propri imprese esportatrici e penalizzando le importazioni.

Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze della Germania
© AP Photo
Wolfgang Schaeuble, ministro delle Finanze della Germania

Di fatto, la politica dei governi tedeschi al 2004 a oggi è stata quella di accumulare avanzi commerciali a scapito sia degli altri Paesi europei sia dei propri stessi cittadini. Ci fu solo una parentesi a questa tendenza e fu quando, a seguito della crisi internazionale, nel 2008 e 2009 Berlino decise enormi interventi pubblici (anche in quella circostanza dimenticando le regole europee contro gli aiuti di Stato). Investì, infatti, allora 69 miliardi di euro a favore del proprio sistema manifatturiero e ben 646 miliardi, tra erogazioni e garanzie, per salvare il proprio inefficiente sistema bancario dal fallimento.

Formica sì, dunque, ma anche furba.

Possiamo fargliene una colpa? Furono soprattutto i francesi e non Berlino a volere assolutamente la moneta unica, sperando così di vincolare l'eventuale crescita economica tedesca del dopo-unificazione a quella del resto d'Europa. Ciò che non ebbe adeguata considerazione furono gli avvertimenti di pochi economisti, e tra di loro il nostro Antonio Martino, che previdero come, in assenza di un comune centro decisionale vero e non fittizio, si sarebbe andati incontro a un fallimento. Al contrario, gli ottimisti sostenevano, allora, che una moneta unica avrebbe portato necessariamente all'unita' politica di chi vi aderiva. Purtroppo non è avvenuto e oggi è a rischio perfino la tenuta dello stesso mercato comune.

Tornare indietro è troppo tardi e l'uscita dall'euro che qualcuno chiede causerebbe per un certo numero di anni talmente tanti danni e sofferenze alle popolazioni delle economie più deboli da far sembrare quasi ottimale la situazione odierna. Tuttavia, se non si cambia strada e non si realizza una democratica guida politica comune, lo strapotere interessato dei più forti non consentirà mai il risollevarsi di chi oggi è chiuso nel circolo vizioso del debito, della decrescita e della disoccupazione. E la fine dell'euro diventerà inevitabile.

Forse è anche il caso di smetterla con il paragone ai due insetti perché, se la politica economica di Berlino è evidentemente parassita di quella altrui, anche la sua politica "tout court" di solidale e di virtuoso ha solo l'apparenza.

Oggi si raddoppia il gasdotto russo-tedesco North Stream
© Fotolia / Iren Moroz
Oggi si raddoppia il gasdotto russo-tedesco North Stream

Vogliamo parlare del come e perché si è riusciti a impedire la realizzazione del South Stream (e oggi anche, probabilmente, del Turkish Stream) mentre si raddoppia il gasdotto russo-tedesco North Stream? E quanto alle sanzioni contro Mosca, è un rispetto delle stesse se la Siemens tedesca, attraverso la propria filiale a San Pietroburgo investe 1,7 miliardi di euro per una joint venture in Russia con le ferrovie statali di quel Paese? Si badi bene, l'operazione non è stata casuale o imprevista: era stata preparata a Berlino nello scorso aprile, in piene sanzioni, nell'incontro "German-Russian Economic cooperation: The development and implementation of infrastructure projects in the railways industry". In quell'occasione oltre alle ferrovie russe e alla Siemens avevano partecipato anche Deutsche Bahn, la Knorr- Brense e la Vosslho, tutte aziende tedesche.

 

 

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Tags:
Economia, PIL, PIIGS, Germania, Italia
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