09:04 30 Ottobre 2020
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Questa può essere definita una vittoria colossale non per noi, ma per il Pentagono che non ha vinto una sola guerra in questo secolo.

Di recente è stato adottato dal Congresso e approvato dal presidente uno dei budget militari più importanti nella storia del Paese. Si tratta di cifre che superano le spese militari previste al culmine della guerra in Corea e in Vietnam. Alla fine dello scorso anno, per sottolineare la stranezza di quanto stava accadendo, il Washington Post ha pubblicato un articolo dedicato a "una raccolta di documenti governativi segretati" (interviste a funzionari di alto livello con ruoli di responsabilità nella guerra in Afghanistan condotte dall’Ufficio dell’ispettore generale USA per la ricostruzione in Afghanistan) secondo il quale alti dirigenti e comandanti del Pentagono erano ben consapevoli che avrebbero perso la guerra. Tuttavia, di anno dopo anno hanno continuato a rilasciare "dichiarazioni deliberatamente falsate e ottimistiche", "nascondendo prove innegabili del fatto la guerra non poteva essere vinta".

Come mostra il bilancio del Pentagono per l’anno venturo, a prescindere da queste rivelazioni nessuno si metterà a riflettere quando si parlerà delle infinite guerre americane o dell’establishment militare statunitense, soprattutto in un momento in cui il presidente Donald Trump sta inviando sempre più soldati americani in Medio Oriente e ha fatto scoppiare l’ennesimo conflitto con l’Iran. Ancora più preoccupante è il fatto che pochi membri del Congresso (di entrambi i partiti) siano pronti a indurre il presidente e il Pentagono ad assumersi la responsabilità delle spese incontrollate per la difesa e per i pochi risultati che comunque ne derivano.

Considerato il modo in cui il Pentagono ha sperperato il denaro dei contribuenti foraggiando guerre infinite, in una società ragionevole questo ente sarebbe già da tempo stata sottoposta a un approfondito audit volto ad analizzare la fattibilità dei suoi programmi rispetto alle spese effettuato. Di fatto, tali controlli non sono mai stati effettuati al Pentagono. Come riportano gli esperti del progetto "Price of War" (Costi della guerra) della Brown University, Washington ha già speso almeno 2.000 miliardi di dollari per la sola guerra in Afghanistan. Il Washington Post ha sottolineato che l'entità della corruzione, degli sprechi e dei fallimenti associati a tali costi sono semplicemente sbalorditivi.

Naturalmente nulla di tutto questo ha sorpreso più di tanto coloro che hanno letto i rapporti dell'ispettore generale degli Stati Uniti per la ricostruzione dell'Afghanistan negli ultimi anni. Ad esempio, è stato provato che sono stati spesi tra i 10 e i 43 milioni di dollari per la costruzione di una sola stazione di rifornimento nel mezzo del nulla, 150 milioni per l’edificazione di ville private di lusso che gli americani che avrebbero dovuto contribuire a rafforzare l’economia afghana. Infine, vi sono prove a supporto delle decine di milioni di dollari spesi per sovvenzionare programmi falliti volti teoricamente a supportare l’estrazione di minerali, greggio e gas naturale in Afghanistan.

Ciononostante, invece di tagliare le spese del Pentagono, si continuano ad approvare aumenti di bilancio e a sostenere il "fondo speciale di stanziamento” per il Dipartimento della Difesa. Ad ogni modo, i rapporti stilati dall'ispettore generale USA per la ricostruzione dell'Afghanistan continuano ad allarmare il comando militare americano che non è riuscito a sviluppare strategie militari di successo in Afghanistan, ma ha di fatto avviato una vera e propria campagna mediatica contro l’azione informativa posta in essere da questo organo di controllo.

Dunque, si è tramutato in realtà il monito espresso dal presidente Eisenhower nel suo discorso d’addio alla nazione del 1961 in cui parlava della minaccia costituita dal complesso militare-industriale. Quasi 60 anni dopo il settore continua a prosperare e a crescere, poiché i ricavi delle imprese appaltatrici sono costantemente posti al di sopra degli interessi di sicurezza nazionale della popolazione civile.

Il noto principio della "porta girevole", secondo cui gli alti funzionari del Pentagono occupano regolarmente posizioni di rilievo nell'industria della difesa e viceversa gli alti funzionari della difesa riescono a guadagnarsi posizioni chiave al Pentagono (e in altri organi preposti alla sicurezza nazionale), non fa che corroborare le infinite campagne mediatiche a sfavore delle eterne guerre condotte dagli USA. Dopotutto, i generali in pensione e gli altri funzionari che vengono chiamati dai media per dare la propria opinione di esperti sono spesso infiltrati nelle società del settore della difesa. L’assenza di informazioni e di un dibattito pubblico su questi conflitti di interesse distorce ulteriormente il confronto della collettività sul tema delle guerre e delle spese militari. Inoltre, fornisce all’industria militare la possibilità di influire in maniera indiretta sul processo decisionale relativo alla portata delle spese militari.

Cosa dicono i media

La mancanza di dati precisi sui potenziali conflitti di interesse è nuovamente sotto gli occhi tutti ora che i sostenitori di queste aziende hanno avviato una campagna mediatica in favore della guerra con l’Iran. Purtroppo abbiamo visto casi del genere anche in passato. Ad esempio, nel 2008 il New York Times ha riferito che il Pentagono aveva avviato un programma volto a creare un circolo di ufficiali militari in pensione che in veste di esperti avrebbero sostenuto la guerra in Iraq in rotta di collisione. Ascoltando queste figure in televisione o leggendo quello che scrivevano, il pubblico pensava probabilmente che stessero esponendo in maniera onesta la loro opinione. Tuttavia, l'indagine del New York Times ha mostrato che mai fu fatta menzione del legame particolare di queste figure con il Pentagono e con più di 150 appaltatori di detta istituzione.

Tenuto conto di questi interessi, tali figure non avrebbero potuto rimanere oggettive parlando della disfatta statunitense in Iraq. Alla fine dovettero concludere nuovi contratti per tutelare gli interessi dei loro clienti. Come ha dimostrato una successiva analisi della Direzione Generale per il Controllo del Bilancio, questo programma del Pentagono ha sollevato "domande legittime" sulle modalità in cui le sue attività propagandistiche fossero legate agli armamenti acquistati. In particolare, è emersa “la probabilità di acquisti avvenuti in maniera illecita e risultanti da un potenziale vantaggio concorrenziale” di coloro a cui il Pentagono aveva prestato supporto.

Anche se il programma fu ridotto lo stesso anno, si fecero tentativi simili nel 2013 durante i dibattiti sull’eventualità di un attacco degli Stati Uniti contro il regime di Bashar al-Assad in Siria. Non vi sorprenderà che la maggior parte degli ex ufficiali e funzionari militari coinvolti in veste esperti avessero appoggiato l'idea di una campagna militare contro la Siria. Una disamina delle dichiarazioni da loro rese, condotta dall'organizzazione no-profit Public Accountability Initiative, ha mostrato che molti di loro erano direttamente collegati all'industria militare, elemento che nessuno ha segnalato. Infatti, su 111 interventi di 22 commentatori sui principali media, solo 13 di loro hanno menzionato alcuni aspetti di un potenziale conflitto di interessi che avrebbe potuto portarli a incitare alla guerra.

Il dibattito sulla decisione dell'amministrazione Trump di assassinare il generale iraniano Qasem Soleimani e su altre questioni legate all'Iran sta seguendo lo stesso schema. Sebbene sia vero che Soleimani si è opposto agli Stati Uniti e a molti degli interessi di questo Paese in materia di sicurezza nazionale, il suo assassinio potrebbe trascinare Washington in un'altra guerra senza fine in Medio Oriente. Anche in questo caso, come ha rilevato The Intercept, sono apparsi sui media molti commenti e valutazioni espressi da figure legate all'industria della difesa e volti a sostenere la decisione di uccidere Soleimani. Non sorprende che la notizia di una possibile guerra abbia portato a un significativo aumento dei dividendi delle imprese operanti nell'industria militare. Le azioni di Northrop Grumman, Raytheon e Lockheed Martin hanno registrato una significativa crescita nel 2020.

La senatrice Elizabeth Warren e il membro della Camera dei rappresentanti Jackie Speier hanno proposto un disegno di legge che potrebbe fermare definitivamente questa “porta girevole” tra i principali produttori di armi e Washington, ma tale proposta ha incontrato la resistenza dei funzionari del Pentagono e dei membri del Congresso i quali preferiscono mantenere il sistema così com'è. Anche se questa porta girevole rimanesse aperta, è necessario garantire informazioni trasparenti riguardo alle figure coinvolte in modo che la collettività capisca meglio quali sono i reali interessi degli ex ufficiali militari quando questi sostengono l’ennesima guerra in Medio Oriente.

Armi costose (e lobbisti ben pagati)

Questo è ciò che sappiamo su come funziona il sistema. I sistemi di armamenti prodotti dalle società del settore militare nelle quali generali in pensione, ex funzionari dell'amministrazione ed ex membri del Congresso USA occupano posizioni in seno al Consiglio di amministrazione (o agiscono in veste di consulenti o lobbisti), vengono regolarmente venduti a prezzi gonfiati, in ritardo e spesso non riescono a dimostrare le reali capacità di cui si fanno inizialmente vanto. Prendiamo, ad esempio, le nuove portaerei Ford prodotte dalle Huntington Ingalls Industries. Questi natanti venivano tradizionalmente utilizzati per dimostrare la potenza militare del Paese in tutto il mondo. In questo caso, tuttavia, l'attuazione del programma è stata costantemente ostacolata da problemi relativi agli elevatori e ai sistemi di lancio e ricezione degli aerei sul ponte. Tali criticità hanno comportato notevoli costi aggiuntivi e il prezzo della prima portaerei di questa classe ha subito una brusca impennata fino a toccare i 13,1 miliardi di dollari. Nel frattempo, il caccia Lockheed Martin F-35, il sistema di armamenti più costoso nella storia del Pentagono, non è affatto pronto ad operare in combattimento e ciononostante costa oltre 100 milioni di dollari a velivolo.

Ad ogni modo, nessuno si assume ovviamente alcuna responsabilità per questi fallimenti del programma e per i prezzi così alti: né le aziende che producono queste armi, né gli ufficiali militari in pensione che partecipano ai Consigli di amministrazione di queste aziende e lavorano per esse. Una delle ragioni principali di questo scarico di responsabilità è che i membri chiave del Congresso i quali lavorano nelle commissioni preposte al controllo di tali spese sono spesso i principali destinatari delle sovvenzioni date da questi stessi produttori di armi per lo svolgimento di campagne elettorali. E i membri di queste commissioni e i loro assistenti diventano in seguito lobbisti proprio per questi stessi appaltatori statali.

In tale prospettiva, le grandi società del settore cercano di distribuire i loro appalti per la costruzione di armamenti al maggior numero possibile di circoscrizioni elettorali. Tale prassi di "ingegneria politica", termine coniato dall'ex analista del Dipartimento della Difesa Chuck Spinney, permette agli appaltatori e al Pentagono di corrompere i membri del Congresso di entrambi i partiti. Prendiamo, ad esempio, la nave da combattimento della Guardia Costiera della Marina, ossia un natante che dovrebbe operare in prossimità della costa. Secondo Defense News, il costo di questo programma è già triplicato rispetto alle stime originali, ma la Marina degli Stati Uniti ha già in programma di eliminare 4 nuove navi di questo tipo per risparmiare fondi. Non è la prima volta che il programma è sottoposto a vincoli in termini di bilancio. Ma in passato, grazie a una campagna condotta dai senatori Tammy Baldwin e Richard Shelby degli Stati federali in cui erano state costruite queste navi, il programma è rimasto a galla.

Il nuovo bombardiere B-21 della U.S. Air Force, curato dalla Northrop Grumman, si colloca più o meno nel medesimo contesto. Nonostante le forti pressioni esercitate dal senatore John McCain, nel 2017 l'aviazione militare statunitense si è rifiutata di rendere pubblico o di trovare un accordo sul valore contrattuale di questo programma (si trattava di un contratto d’appalto a prezzo di costo che prevedeva altresì un compenso forfettario concordato). Tuttavia, l'Aeronautica Militare ha reso pubblici i nomi delle aziende che forniscono componenti per il programma in modo da assicurarsi il sostegno dei principali rappresentanti del Congresso, indipendentemente da eventuali e prevedibili aumenti dei costi.

Secondo i sondaggi, l'opinione pubblica non è favorevole a tale politica, anche se a lungo termine potrebbe essere una situazione vantaggiosa per tutti. Il 77% degli interpellati ha risposto negativamente alla possibilità che i rappresentanti del Congresso siano tenuti a utilizzare il budget del Pentagono per creare nuovi posti di lavoro nelle loro circoscrizioni. Due terzi si sono detti favorevoli a spostare tali fondi in settori come la sanità, le infrastrutture e l'energia pulita per creare nuovi posti di lavoro.

Inoltre, vale la pena ricordare che in questo gigantesco sistema di guadagno, il costo dei macchinari e delle armi, per quanto elevato, è solo una piccola parte. Il Pentagono spende circa la stessa somma di denaro per ciò che chiama "manutenzione" e questi contratti di manutenzione rappresentano un'altra grande fonte di reddito. Ad esempio, è stato calcolato che il programma F-35 costa 1500 miliardi di dollari per tutta la durata di vita di un aereo. Di questa somma 1000 miliardi vengono impiegati per riparazioni e manutenzione.

Ciò significa anche che gli appaltatori riescono a tenere sotto il proprio giogo il Pentagono per tutta la vita degli armamenti venduti e questo lascia spazio a una grande varietà di abusi. L’organizzazione Project On Government Oversight, dove ho lavorato da quando è stata istituita ha portato alla luce i prezzi gonfiati di alcuni componenti (ricordate il famigerato martello da 435 dollari del 1983). Mi rattrista segnalare che coprisedile in plastica del wc, che costava 640$ negli anni ’80, oggi costa ben 10.000$. Una serie di fattori contribuisce a spiegare questi prezzi assolutamente inimmaginabili, tra cui la cessione agli appaltatori dei diritti di proprietà intellettuale per la creazione dei quali sono stati spesi soldi dei contribuenti, l’inserimento di scappatoie nella normativa le quali impediscono al governo di contestare prezzi così elevati. Il problema è anche il sistema nel suo complesso il quale tutela gli interessi dell’industria della difesa.

Un esempio eclatante è TransDigm, che ha acquisito diverse altre aziende che detenevano il monopolio della fornitura di componentistica per diversi sistemi di armamenti. Questo le ha permesso di aumentare il prezzo di tali componenti senza temere di subire perdite. A un certo punto ha registrato un profitto del 9.400% sulla vendita di un bullone in metallo lungo appena mezzo pollice. Da un'indagine condotta da una commissione della Camera dei rappresentanti è emerso che ai dipendenti di Transdigm è stato imposto di non fornire al governo alcuna informazione sui prezzi dei componenti in modo che questi non potessero essere contestati.

Una filiale della Transdigm, ad esempio, si è rifiutata di fornire tali informazioni fino a quando il governo, che aveva bisogno di componenti per le armi da usare in Iraq e in Afghanistan, non ha finalmente ceduto per non mettere in pericolo la vita dei soldati in prima linea. Transdigm ha in seguito rimborsato al governo 16 milioni di dollari, ma solo dopo che la Commissione della Camera per la Supervisione e la Riforma del Governo ha tenuto una riunione speciale sulla questione la quale ha danneggiato la reputazione dell'azienda. E vale la pena notare che il comportamento di Transdigm non è un’eccezione. È tipico di molte aziende impegnate nell'industria delle armi le quali concludono contratti con il governo.

La strada giusta verso il fallimento

Per troppo tempo il Congresso ha ignorato i propri doveri quando si è trattato di giudicare l’operato del Pentagono. Non vi sorprenderà sapere che la maggior parte delle “riforme relative al sistema degli appalti” approvate negli ultimi anni hanno di fatto conferito tutto il potere negoziale ai grandi appaltatori dell’industria militare. Entrambi i partiti del Congresso stanno continuando praticamente all’unanimità a votare a favore dell’aumento del bilancio del Pentagono nonostante l’assenza di vittorie riportate negli ultimi 18 anni, i continui abusi nell’esecuzione dei programmi militari e l’incapacità di eseguire anche i più semplici controlli. Se un qualsiasi altro ente federale (o gli appaltatori) avesse ottenuto i medesimi risultati, è facile immaginare l’ondata di critiche che ne sarebbe derivata. Ma con il Pentagono no, non è possibile.

Significativi tagli di bilancio aumenterebbero senza dubbio l'efficienza di questa istituzione, limitando il suo desiderio di spendere sempre più denaro per risolvere i problemi. Tuttavia, il Congresso, ben foraggiato, continua a prendere decisioni sbagliate in materia di acquisti. E diciamolo in tutta onestà: un congresso che permette lo svolgimento di guerre infinite, spese irresponsabili e conflitti di interesse incontrollati è, come dimostra la storia del XXI secolo, la strada sicura verso il fallimento.

Mandy Smitberger, 

direttore del progetto di riforma militare presso l'organizzazione non-profit Project on Government Oversight.

Fonte: The Nation / TomDispatch

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