18:29 29 Settembre 2020
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Fino a ieri molti non sapevano neanche dove si trovasse la Bielorussia. Cito a memoria l’ex-ministro della difesa La Russa, in diretta a Ballarò, Rai, maggio 2011: “Ma chi è ‘sto Lukashenko?” E meno male che il ministro non si chiamava La Bielorussa, perché l’effetto della domanda sarebbe stato davvero esplosivo!

Impossibile non pensare a quanto sia a portata di mano il completamento di uno stretto cordone isolante intorno alla Federazione Russa, che dal Mar Nero potrebbe raggiungere il Baltico senza soluzione di continuità. Mai nella storia dell’informazione italiana si è dedicata tanta attenzione alle vicende di questa piccola repubblica ex-sovietica.

I manifestanti sono i nuovi eroi.

Le loro ferite sono un motivo per la caduta del governo? Dipende. Non mi risulta che bastino morti, torture, manganellate e lacrimogeni per considerare un governo non legittimato, altrimenti in Italia sarebbe cambiato tutto dopo il G8 di Genova.

Mi sembra il solito polverone creato ad arte, per incanalare le nostre prese di posizione quando si tratta di proteste in paesi dell’ex-blocco orientale ai cui vertici siedono personaggi poco graditi a certi altri personaggi di casa nostra.

Notate che le campagne informative, inclusa la attuale, vertono esclusivamente sui diritti civili, quasi mai su quelli sociali. Un po’ come avviene qui da noi quando si spendono fiumi di parole per condannare le disparità uomo-donna, le discriminazioni sessuali, generazionali, razziali, ma molte meno per criticare quelle economiche tra i vari ceti, cioè le vere cause di impedimento alla mancata realizzazione individuale.

Sappiamo tutto di Navalnyj, della Tikhanovskaya, della Politkovskaja (abbiamo importanti case editrici in Italia che pubblicano qualsiasi cosa scritta dai vari dissidenti), ma non sappiamo nulla di come vivono oggi bielorussi e russi.

Ci ricordano puntualmente gli anniversari degli attacchi terroristici di New York, Parigi, Barcellona e Berlino. Seguiamo i relativi processi a distanza di anni. Avete mai sentito qualcuno in tv fare riferimento a Beslan o alla Dubrovka? Solo per parlar male della gestione delle crisi.

© Sputnik . Viktor Tolochko
Una manifestazione dell'opposizione a Minsk

Che giornalismo è questo?

E’ politica tramite i giornalisti. Altrimenti la nostra conoscenza degli abitanti di quei paesi sarebbe più ampia.

Cosa mangiano, che lavori fanno e in che condizioni, come funziona il loro welfare, perché non migrano tutti qui visto che abitano all’inferno, che film guardano, cosa leggono, dove vanno in vacanza. E soprattutto: a cosa pensano.

L’inviato Rai a Mosca non manda servizi di costume o di cultura. Mai un accenno a qualcosa di simpatico, accattivante, anche solo per stimolare in noi il desiderio di una visita.

Quelli di Berlino, Parigi, Londra o New York compaiono alle 20,23, a fine telegiornale se non è successo nulla di rilevante, soltanto per raccontare la storia dell’orsetto di uno zoo di quelle città, l’orto di una first-lady, la gente in spiaggia sul fiume, il nuovo museo, il cappello nuovo di qualche regnante…

Argomenti molto interessanti. Possibile che l’unica cosa a cui pensano russi e bielorussi sia la rivoluzione?

Per i media europei contano di più gli arrestati alle manifestazioni anti-Putin dei morti nelle metro di Mosca e San Pietroburgo, uccisi dalle bombe.

Un trafiletto, d’obbligo un servizio il giorno dopo e via.

Je suis Moscou? Jamais! Assenza di empatia, distanza siderale. Però, se manifesti lì sei un coraggioso oppositore! Qui un black-block.

La dissidenza va bene solo fuori dai confini Schengen. O negli Usa, se si decide che l’ennesimo afroamericano ucciso dalla polizia serve per far cadere un presidente sgradito. O ancora più lontano, fino a Hong Kong, anche se le persone in strada spaccano tutto.

Non ha senso, senza saperne nulla (“Lukashenko? Chi è questo?”), senza conoscere il terreno, ad intermittenza, ergersi a paladini di diritti universali dimenticati in casa propria, spingere l’opinione pubblica a tifare per chi sventola le bandiere pre-sovietiche, solo perché pare che una parte dei bielorussi si sia stancata del presente, senza sottolineare i rischi di un ribaltamento geopolitico nel cuore del continente e i rilevanti possibili vantaggi per i “nostri” interessi.

 

Degli uomini votano alle elezioni presidenziali di Bielorussia a Minsk
© Sputnik . Viktor Tolochko
Degli uomini votano alle elezioni presidenziali di Bielorussia a Minsk

Il problema, dicono, è che Lukashenko è lì dal 1994

Non mi sembra che in Italia le carriere politiche siano più brevi, anzi, pensando proprio al 1994… solo che da noi sono più furbi, abili a scegliere i burattini da manovrare di legislatura in legislatura, per potersi nascondere dietro le quinte.

Ad Est, invece, le persone sono più pratiche, dirette, non hanno bisogno di inscenare finti passaggi di consegne e i politici durano. Da noi stampano manifesti con simboli e nomi di richiamo, lì ci mettono la faccia. La gente, del resto, sa benissimo quali interessi rappresentano i candidati.

Dopo ogni grande cambiamento nei paesi orientali, dalla fine dell’Urss, pochi hanno fatto fortuna, mentre molti si sono ritrovati senza nessuna certezza. Ho letto il bel libro della Aleksievic, Tempo di seconda mano (2013).

E’ illuminante su questo aspetto. Sui quotidiani fioccano le interviste alla premio Nobel per la letteratura. Addirittura due pagine alla volta. Vi si parla esclusivamente di politica, di come creare spazio per altri soggetti nelle istituzioni bielorusse.

Perché oggi non ci dice come vivono le persone della realtà che ha descritto così bene nel suo libro più celebre?

Ci raccontino, lei e i vari inviati, cosa non va nella giornata di lavoratori, soldati, anziani e delle loro prospettive. Vogliono che tifiamo per una nuova Bielorussia? Ci spieghino i motivi reali. Ma non si usino i problemi e le aspirazioni dei giovani come pretesto per stravolgere la vita a tutti, come succede in Italia, ad esempio, nella contrattazione salariale.

Dato il grande sostegno di giornali e tv per niente indipendenti alle rivolte (siamo al 43° posto della classifica mondiale della libertà di stampa, non solo per le minacce ai coraggiosi reporter del meridione), temo che, attraverso passaggi intermedi, si stia tentando di creare lo spazio per l’insediamento di una nuova classe politica, la quale, a conti fatti, risulterà più distante di quella attuale dagli interessi primari della popolazione.

Finirà come in Polonia?

Citiamo un paese confinante. In Polonia il PIL è cresciuto di 8 volte rispetto al periodo socialista. Ma il PIL non ci dice come stanno le persone. In Polonia aumentano povertà e diseguaglianze.

La Bielorussia è il paese col più basso tasso di disoccupazione dichiarato dell’emisfero settentrionale (stimato tra meno dell’1 %, ufficiale, e 5%, osservatori esterni), con stipendi medi che oscillano tra i 300 e i 400 Euro, in un range 150-700.

Se quelli retributivi non sono valori distanti dagli altri paesi della zona, non possiamo dire lo stesso per quelli occupazionali.

La piena occupazione sta al neoliberismo come l’acquasanta sta al diavolo.

Secondo quanto raccontano i visitatori, Minsk non ha nulla da invidiare alle capitali europee, mentre nei piccoli centri abitati la vita è dura. La contraddizione città-campagna è fortissima.

Ma è un paese che, anche fuori dai principali nodi commerciali, non appare più disastrato di certe province della UE, dove il livello di vita dei residenti è “pompato” dalle rimesse di parenti emigrati in massa.

Non può non far gola ad investitori interessati sconvolgere questo equilibrio. Un contesto da allineare, razionalizzare, con meno occupati, stipendi un po’ più alti, orari più lunghi, famiglie che si separano per motivi di lavoro, “liberazione” di nuova manodopera e inondazione di beni di consumo.

I più deboli, i meno qualificati, sosterranno i costi della concessione di opportunità ai più in gamba, che si arricchiranno e viaggeranno. Poco tempo dopo anche i più deboli cominceranno a viaggiare, magari attraversando confini verso ovest a bordo di un bus per trentasei ore.

Per venire a curare i nostri anziani, pulire le stanze dei nostri hotel di lusso, riasfaltare le nostre strade e raccogliere frutta e verdura nei nostri campi. O peggio, per occuparsi dei nostri intimi problemi.

Ci pensino i bielorussi a scrivere il loro futuro e a liberarsi dai residui di socialismo. Che studino com’è andata ai loro vicini. Che ciò possa aver luogo senza interferenze e senza finta solidarietà dalle agenzie europee del pensiero unico. E speriamo che ci pensino bene, per sé stessi e per noi.

Io, comunque, la butto lì. Causa Covid, anche in Bielorussia non sarà l’anno migliore per mandare tutto all’aria e, alla fine, vedrete che non accadrà nulla. E’ troppo grande la depressione economica globale. Date le restrizioni, non potremmo neanche andare a verificare con i nostri occhi la loro ritrovata “libertà”.

Perciò, quanto manca alle prossime elezioni presidenziali in Bielorussia?

I punti di vista e le opinioni espressi nell'articolo non necessariamente coincidono con quelli di Sputnik.

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