14:46 09 Agosto 2020
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L'attuale tragedia in cui è sprofondato il nostro Paese non è solo il risultato di una imprevedibile pandemia, ma anche di precise scelte politiche che hanno indebolito stato sociale e sanità pubblica, imponendo la mercificazione d'ogni cosa. La classe politica e le istituzioni di oggi sono squalificate, è tempo di nuove idee.

Non è il momento di dividersi, di accusare, tuttavia è tempo di riflettere. Pensare ad esempio alle carenze del nostro sistema sanitario, della previdenza sociale compartecipi dell’attuale situazione, e dunque individuare i corresponsabili della tragedia in atto. In secondo luogo, abbiamo il lusso di concentrarci e pensare a quale Italia vogliamo risorga da questa crisi, per quale futuro vogliamo batterci e come costruire quegli argini che possano almeno limitare i danni di una futura crisi. Appare sempre più chiaro che un domani non può esserci spazio per l’Italia e l’Europa per come le abbiamo conosciute, così come per la classe politica che ci ha governato fino ad oggi.

In Italia si consuma una tragedia, è ora il momento dell’unità nazionale, della mobilitazione disciplinata per il bene collettivo.

Quello dell’emergenza non è chiaramente il tempo della caccia alle streghe. È tuttavia tempo di riflessione. Non ci si può limitare a pretendere un ritorno al passato, la crisi non ce lo permetterà ed è chiaro che la normalità che ha preceduto la pandemia nemmeno sia desiderabile, avendo avuto un ruolo non secondario in quelle dinamiche che ci hanno portato ad oltre 18.000 morti e 147.000 contagiati.

Questi impressionanti numeri sono infatti collegati all’eccessiva pressione sul sistema sanitario nazionale, incapace di somministrare le dovute cure a tutti o di analizzare tutti i tamponi fatti, nonostante l’altissima professionalità e lo sforzo titanico del personale sanitario italiano.

Una situazione che tra l’altro presenta differenze da regione a regione, con isole e mezzogiorno, a differenza del Nord, che presentano in media più deceduti che dismessi guariti. Inoltre, chiare deficienze strutturali emergono in casi come quello di Sassari, dove numerosi contagi sono avvenuti tra il personale medico e i pazienti nei luoghi in teoria più sicuri, ospedali e case di cura, al punto da costringere la Procura di Sassari ad aprire una inchiesta sull’avvenutoSintomi evidenti della fragilità del nostro sistema sanitario, così come del nostro Stato, incapace di adattarsi alle esigenze poste da una tale emergenza. Si tratta delle conseguenze di precise scelte politiche.

Ed infatti il padre della politica moderna, Machiavelli, paragonava il caso, la fortuna, ad un fiume le cui piene sono imprevedibili, rischiando così di distruggere quanto costruito con fatica, senza che si possa far nulla per ripararsi, per fermare la catastrofe. Eppure, se è vero che quando un fiume esonda ci sia poco da fare, lo scrittore fiorentino suggerisce si possa prevenire con degli argini:

non resta però che gli uomini quando sono tempi quieti, non vi possino fare provvedimenti e con ripari, e con argini, immodochè crescendo poi, o egli andrebbe per un canale, o l’impeto suo non sarebbe sì licenzioso, nè sì dannoso.

È chiaro che il nostro Paese, così come più in generale, l’Occidente, non avesse alcun argine tanto per il coronavirus, quanto per le sue conseguenze sociali, economiche e politiche.

Il mutuo sciacallaggio della nostra classe politica con reciproche accuse di tagli alla sanità pubblica sottolineava una verità importante: il sistema sanitario, il cui scopo primario - la garanzia del diritto universale alla salute - nulla ha che vedere con il profitto, in Italia è stato sistematicamente marginalizzato ed indebolito con tagli. Un secondo punto invece tutti si guardavano dal nominarlo, ma è diventato presto evidente, come sottolineato da una interessante inchiesta del Post: tutti i governi dell’ultimo ventennio, di centrodestra e di centrosinistra hanno sottratto risorse alla sanità e seguito nella sua decentralizzazione. A parità di inflazione il finanziamento alla sanità è costantemente diminuito. In relazione al PIL spendiamo meno di francesi e tedeschi e secondo il sindacato dei medici in Italia mancano 46 mila operatori, di cui 8 mila medici, infine, come segnalato nel rapporto di D. Affinito, l’Italia è in svantaggio coi maggiori Paesi europei per numero di posti letto in terapia intensiva ogni 100 mila abitanti.

Una politica sposata a destra e a sinistra, a livello nazionale ed europeo. La risposta dell’UE alla crisi finanziaria del 2008, alla disoccupazione è stata l’austerità, la delega al mercato, la precarizzazione forzata formalizzata da trattati come il Fiscal Compact, il Two Pack ed il Six Pack e da concetti eufonici come il long-life learning, riassunto da Calenda con:

Una delle più grandi cazzate che abbiamo raccontato è che non si salvano i posti di lavoro, ma si salva il lavoro. Per cui pensiamo che un operaio di cinquant'anni che ha passato la vita a fare impianti può andare a lavorare nell'economia delle app. Queste cazzate le abbiamo sostenute, io le ho sostenute, per 30 anni.

Si è così costretta la Grecia a tagliare il proprio debito al costo di distruggere la propria sanità pubblica, così come ad altri Paesi, il nostro compreso, a contenere l’investimento pubblico a spese dei diritti fondamentali dei suoi cittadini. Quello stesso tipo di politica che il FMI e la Banca Mondiale hanno imposto ovunque intervenissero. E’ giusto notare che tuttavia i nostri governi, quando si è trattato di far cassa, hanno sempre tagliato sullo stato sociale e sui diritti dei lavoratori, preferendo al limite far debito, invece di tassare i grandi industriali o anche solo azzardare una patrimoniale. Si tratta solo di uno dei risultati di una politica che ha fatto del ritiro dello stato dall’economia il suo cavallo di battaglia, tanto a sinistra, quanto a destra, tanto tra la Lega, quanto tra il PD.

Una battaglia che ha ci raccontato che il mercato è il modo migliore per regolare le nostre vite, che ha delegato il nostro benessere alla semplice legge del rapporto tra costo e beneficio. Una legge che ha svuotato l’Europa di aziende strategiche nel settore sanitario, ora delocalizzate, come spiegato da Fabrizio Landi, presidente della Fondazione Toscana Life, in Paesi a basso costo in Estremo Oriente, rendendo così difficile il reperimento di respiratori e mascherina. Landi sottolinea come ciò sia anche il risultato di procedure d’acquisto previste dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, dell’UE e dall’Italia, basate sul ribasso dei costi, senza alcuna preoccupazione per interessi che trascendano il profitto. Ciò rende impossibile mantenere una parte della manifattura sul suolo nazionale o Europeo, a vantaggio non solo della sanità pubblica, ma anche dell’occupazione nazionale e della sicurezza sociale.

Per farla breve, i morti per carenza di posti in terapia in tensiva, per risposte tardive, per contagi evitabili, non sono vittime di mera casualità, ci sono responsabilità sistemiche e personali. Quando la quarantena finirà o la situazione migliorerà, le conseguenze sociali ed economiche del virus saranno peggiori di quella della crisi economica del 2008. Che questo sia vero lo dimostrano non solo le proiezioni dell’Economist sulla crescita delle maggiori economie mondiali, ma anche le risposte che vengono predisposte da istituzioni nazionali ed europee, pronte ad azioni che sconfessano le politiche bipartisan degli ultimi 40 anni. E così la Commissione annuncia il piano SURE, 100 miliardi di euro mobilitati con la vendita sul mercato di titoli garantiti da 25 miliardi di euro messi a disposizione dai governi nazionali, viene sospeso il Patto di Stabilità e Crescita che ha condizionato fino a questo momento anni di semestri europei, leggi di bilancio nazionali, si discute di utilizzare il MES con condizionalità alleggerite ed addirittura non sembra fuori discussione l’idea, fino a due mesi fa fantascientifica, di eurobond.

A livello europeo è già iniziata la battaglia per la forma che l’UE prenderà dopo la pandemia, su quali saranno le sue competenze e soprattutto per circa la concreta attuazione del concetto, parte integrante dei trattati, di solidarietà. Insomma, si decide se l’UE debba socializzare i debiti nazionali, se ci debba essere una redistribuzione dai Paesi e dalle regioni più ricche a quelle più povere tramite uno stato sociale minimo ed infine fino a che punto limitare la spesa pubblica e l’intervento statale nell’economia. Un conflitto potenzialmente distruttivo, poiché è difficile ottenere uno dei suddetti obbiettivi senza l’altro. Difficilmente ad esempio si può pensare ad una maggiore, anche se giustificata, libertà di spesa pubblica, senza l’europeizzazione del debito, il prezzo sarebbe allora un mercato unico sotto il costante ricatto di speculazioni finanziarie, crisi asimmetriche, instabilità monetaria e conseguente incertezza economica sul lungo termine. Una situazione che si può evitare solo attraverso la disciplina fiscale, incarnata da strumenti come il MES, capaci di diminuire il rischio speculativo e contenere gli effetti di una crisi del debito in un Paese membro oppure tramite meccanismi non condizionali di redistribuzione, che però, allo stato attuale, finirebbero solo per aumentare il rischio speculativo. Considerando i rapporti di forza, difficilmente si costruirà un’Europa sociale e redistributiva a svantaggio dei Paesi Nordici ed in particolare della Germania, Paese creditore, esportatore e locomotiva dell’economia europea. Ed infatti oggi il dibattito sembra dirigersi verso un compromesso che di fatto non cambierebbe l’attuale impostazione dell’Europa, ma semplicemente l’alleggerirebbe, ossia un MES con condizionalità, temporaneamente, meno pesanti, ma sempre lì, pronte a imporre ristrutturazioni del debito, privatizzazioni, distruzione dello stato sociale. Ricette compartecipi della tragedia di fronte alla quale ci troviamo.

Dopo un dibattito durato 20 ore tra i ministri dell’Eurogruppo, questo compromesso sembra essere stato raggiunto nel MES senza condizionalità. Un compromesso tuttavia magro, per la maggior parte favorevole ai Paesi Bassi e agli altri falchi fiscali. Difatti, il MES ora erogherebbe aiuti, senza condizionalità, fino ad un massimo del 2% del PIL del Paese che ne fa richiesto da destinare esclusivamente a investimenti sanitari per combattere la pandemia. Si tratta tuttavia di un aiuto limitato sia in termini settoriali e quantitativi, dal momento che non potrebbe essere usato per rispondere alle grandi sfide socio-economiche che il coronavirus ci pone. Inoltre, dal momento che il MES nasce come strumento per ristrutturare debiti insostenibili, è possibile che il suo utilizzo in questi termini, estremamente limitati, finisca per segnalare una debolezza strutturale dello stato interessato che si ripercuoterebbe dunque sullo spread, motivo per cui Conte è stato chiarissimo fin da subito nell’affermare che l’Italia non ha bisogno e dunque non utilizzerà il MES.

Questo vuole dunque dire che il recente accordo dell’Eurogruppo non è una risposta alle sfide poste dal coronavirus ed equivale, nei fatti, ad una resa di Paesi come Spagna e Italia al fronte dell’austerità rappresentato in questi ultimi giorni dall’Olanda.

Per quanto riguarda gli ulteriori strumenti posti in essere a livello europeo, il più importante è il già citato SURE, detto anche “cassa di integrazione europea”. Non si tratta in questo caso però di nuovi fondi, ma di diversione dei contributi previsti per il bilancio europeo e la somma di 100 miliardi di euro, per quanto altisonante, è, se distribuita tra gli stati membri, insignificante ed incapace anche solo di mitigare le spese sociali richieste dalla crisi che seguirà la pandemia.

La lotta in Europa si sta già facendo, ma non bisogna illudersi, non è una lotta per l’Europa, ma una lotta di egoismi nazionali, l’Italia non è “generosa” e la Germania “egoista”, Roma fa semplicemente il suo interesse. F. Cuniberto dalle pagine di Limes ci suggerisce di

“Prendere atto non già che l’Ue è in crisi, o è (oggi) schiacciata dall’egoismo teutonico, ma che l’Unione Europea è un castello di cartapesta fin dal trattato di Maastricht del 1992, e comunque dalla nascita dell’euro. Questo fantoccio ha sempre custodito nelle sue viscere un mosaico di forti fisionomie nazionali […] con una cessione di sovranità solo parziale e sempre calcolata in funzione di un tornaconto privato.”

È questo un invito a lasciar tutto? Si distrugga l’Unione Europea? No, il coronavirus, ha dimostrato che da soli in un mondo globalizzato non si va da nessuna parte, che addirittura l’Europa è troppo piccola come orizzonte per le sfide del XXI secolo. Questo è un invito a prendere atto degli interessi divergenti e lottare per i propri in maniera pragmatica nell’UE, senza limitarsi ad essa e come suggerisce il rinnovato vigore nei rapporti e nella cooperazione con Cina, Russia ed Egitto.

Questi interessi nazionali però non possono essere slegati dall’interesse della popolazione ed in particolare dei lavoratori, degli operai, dei magazzinieri, degli impiegati nei settori dei servizi, dei medici, degli insegnanti etc. che oggi si rivelano incontestabilmente la parte più necessaria della nostra società, quella che produce valore e manda avanti le nostre vite nelle sue correnti forme sociali. Cosa che difficilmente oggi si può dire dei “padroni”. Non si può slegare la risposta sovranazionale e nazionale alla prossima crisi economica da questioni fondamentali come il ruolo dello stato nell’economia, la redistribuzione, i diritti fondamentali e soprattutto l’egemonia dell’ideologia neoliberista che mercifica ogni cosa, sottoponendola al divino giudizio del rapporto costo-beneficio. Il disastro che viviamo ha dei corresponsabili. Si tratta di chi ha sposato l’ideologia neoliberale fino a questo momento, chi ha giustificato in Europa e nelle proprie capitali ogni scelta con Trattati Europei che oggi si dimostrano carta straccia, con chi ha tagliato i fondi alla sanità, con chi ha prodotto precariato, distrutto lo stato sociale e ha smesso di riconoscere la saluto ed il lavoro come diritto che lo stato deve garantire, condannando così intere fasce della popolazione non solo alla miseria, ma anche alla pesante, forse fatale vulnerabilità di fronte alla crisi che oggi apre il coronavirus.

È chiaro dunque che l’Italia, l’Europa ed il mondo che necessariamente dovranno riemergere da questa tragedia, non possano essere lasciati in mano ad una classe politica che va da destra a sinistra, dal PD alla Lega ha per 30 anni, per dirla con Calenda, sostenuto cazzate. L’Italia si merita di meglio, nuove energie devono rinvigorire le sue membra, ad animare il suo governo devono essere nuove idee, nuove visioni che non prendano corpo dai moribondi interessi di partiti zombie, di cosche d’interesse pubblico-privato, che hanno dominato la gestione della cosa pubblica fino ad oggi a scapito del bene collettivo.

Oggi è il momento dell’unità, anche con chi, pur di far voti sulla pelle della gente, parla di riaprire biblioteche o chiese. Iniziamo però a lavorare affinché domani sia tempo della giustizia e, chissà, del cambiamento.

Del resto, l’ha detto anche Conte:

“Questa è l'occasione per fare delle riflessioni che di solito non riusciamo a fare, presi dalle attività quotidiane, e in queste giornate abbiamo più tempo per riflettere e trarne il giusto insegnamento”.

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