17:03 28 Marzo 2020
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Il film vincitore dell'Oscar scava nell'infelicità del mondo di oggi

Quanti sono i film che meritano l’abusato titolo di capolavoro? Non si contano che sulle dita di una mano: è difficile, infatti, trovare la “giusta” pellicola che abbia in sè una mirabile forza emotiva, unita a una sceneggiatura forte e provocatoria e a un uso magistrale delle inquadrature.

Parasite è un capolavoro, lo si è detto a ripetizione: la critica internazionale e il pubblico gli hanno tributato un successo forse mai visto nella storia recente del cinema. Ma cosa ha di unico questo film, qual è la ricetta che ha rapito il mondo?

Essenzialmente Parasite è il film del secolo per una ragione semplice: è l’opera che racconta meglio la vita di oggi, lo fa in una maniera paradossale e sordida, comica e triviale, creativa e maestosa. È un film eclettico ed oltre i generi che – davvero - entra nelle viscere perché spiega cosa sia oggi la disuguaglianza.

Quando noi oggi veniamo al mondo nell’Occidente odierno, ci viene ripetuto sin da piccoli di “avere un piano”: devi sgomitare fin da piccolo se vorrai avere il tuo posto di lavoro, la tua macchina e anche un partner attraente. Noi cresciamo con la sicurezza che ce la faremo, che non finiremo in un antro sporco e lurido a pregare Dio di non farci crepare di inedia.

Il pluri-premiato regista sudcoreano Bong Joon Ho ha la testardaggine di iniziare il film mostrandoci uno di questi “antri” dove vivono i parassiti, vale a dire quelli che non ce l’hanno fatta e sono stati risucchiati nel gorgo di una povertà senza dignità. La famiglia Kim, genitori disoccupati e figli (di talento) destinati a una vita di stenti e grigia infelicità, rappresenta in fin dei conti quella che una volta avremmo definito una “famiglia della classe media”, ma che oggi – piegata da un capitalismo annientatore e perfido – è divenuta nient’altro che una famiglia di abbandonati, di persone espulse dal grande gioco della società che conta.

Bong è lì a dirci, irriverente, che spesso succede: succede che ti impegni tanto, sei anche intelligente, ma ti capita comunque di finire in un buco sottoterra a scroccare persino il wi-fi da un ristorante. Ecco che, in questo contesto di abiezione, alla fine arriva l’occasione giusta, anzi, l’unica occasione: i Kim, tramite l’arguzia geniale dei due giovani di casa, riescono a intrufolarsi nella vita di una facoltosa famiglia di Seoul, vale a dire i Park.

I Park sono belli, di successo, amano il lusso e vogliono tutto e subito. Anche loro sono quattro, ma a differenza dei Kim ostentano una gentilezza affettata e di maniera, la gentilezza di chi ha molti soldi e li usa per “comprare” i servigi più svariati. La casa dei Park è praticamente un museo a cielo aperto, l’esatto contraltare al sottoscala squallido da cui provengono i protagonisti di quella che il regista ha battezzato una “tragedia senza cattivi”.

Il film Parasite
Il film "Parasite"

Chi è il parassita? Quando si esce dalla sala la domanda è questa, ma non è possibile trovare una risposta. Non ci sono vincitori. In una società bloccata, dove l’ascensore sociale è fermo da decenni, ogni scaltrezza è ammessa: la guerra tra poveri, che è magistralmente inscenata all’interno del film, è l’unica opzione rimasta per galleggiare in una società dove termini come compassione e solidarietà – seppur troppo utilizzati – non hanno più cittadinanza. E anche i ricchi, quelli che hanno vinto, circondati da una felicità di cartapesta, alla fine sono destinati a vivere un’esistenza fatua e a essere oggetto di un odio represso che, alla fine, comporterà tragici esiti.

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