02:56 07 Dicembre 2019
Rifugiati Rohingya ad una manifestazione di protesta davanti all'ambasciata del Myanmar in Malesia nel maggio del 2015

Rohingya: tra Buddha e Allah

© AFP 2019 / MOHD RASFAN
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Quando penso al Buddhismo, normalmente, penso ad una grande spiritualità, ma nel corso della storia tutte le religioni hanno mostrato il loro lato oscuro e nel XXI secolo, ad aver fatto il suo ingresso nel lato in ombra è stato il Buddhismo.

Anno 2016, i Rohingya sono un gruppo etnico di religione islamica che parla la lingua indoeuropea denominata, appunto, Rohingya. Questo gruppo etnico vive, principalmente, nella parte nella parte settentrionale della Birmania o Myanmar al confine con il vicino Bangladesh ma che, a causa di una legge dello stato datata 1982, essi non appartengono formalmente alle 135 etnie riconosciute dal governo e per questo non hanno nessun diritto di cittadinanza e sono soggetti a durissime repressioni da parte dei Buddhisti.

Quello che sta succedendo in quella piccola porzione di terra, soprattutto a partire dal 2016, risulta oltre ogni immaginazione tanto che viene considerata una delle più gravi emergenze umanitarie a livello mondiale perpetrata da una delle fedi che dovrebbe, invece, risultare la più pacifica.

Ashin Wirathu, rinominato Monaco del Terrore, è il mandante di queste stragi contro i Rohingya, colpevole di aver diffuso in tutto il Myanmar l’odio nei confronti del musulmani che vivono nel Paese e che rappresentano appena il 5% dell’intera popolazione. Tutta questa strage, che oggi l’ONU non esita a chiamare genocidio, sta avvenendo anche grazie alla complicità governativa che pone il massimo silenzio e riserbo su tutta questa vicenda nonostante anche Papa Francesco si sia recato proprio in Birmania per diffondere un messaggio di pace. Questo silenzio è dovuto al fatto che, da sempre, in Birmania governo ed istituzioni religiose sono sempre andate di pari passo sostenendosi e questo ha influito anche sulla visita dello stesso Papa che, durante il suo discorso davanti alle alte cariche del Myanmar, non ha mai pronunciato il nome Rohingya, così come non si è mai recato a visitare i campi profughi in Bangladesh che oggi ospitano questa popolazione allo stremo.

Ovviamente queste persecuzioni non sono iniziate nel 2016, ma dal 1978 quando per la prima volta vennero poste sotto la lente di ingrandimento da Amnesty International che in una relazione scrive:

“Nel 1978 oltre 200 000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh, in seguito all'operazione Nagamin (Re Drago) dell'esercito birmano. Ufficialmente questa campagna aveva lo scopo di "controllare ogni individuo vivente nello stato, distinguere i cittadini e gli stranieri in conformità con la legge e intraprendere azioni contro gli stranieri che si sono infiltrati nel paese illegalmente." Questa campagna militare era mirata direttamente contro i civili e ha portato a omicidi diffusi, stupri e distruzione di moschee e ad ulteriori persecuzioni religiose. […]”

Il XXI secolo risulta essere l’anno di svolta semplicemente perché queste stragi vengono portate all’attenzione del grande pubblico attraverso i social media e internet, un po’ come accadde per le Primavere Arabe.

I Rohingya oggi vivono nei campi profughi del vicino Bangladesh dove le percentuali relative alla popolazione si ribaltano: se in Birmania i musulmani rappresentano solo il 5% della popolazione, in Bangladesh sono il 98% e questo dato li fa sentire decisamente più al sicuro, sebbene le condizioni igienico sanitarie rende il “problema” Rohingya una vera e propria emergenza umanitaria, la peggiore che investì il governo bengalese da 50 anni e per la quale serve un supporto concreto e maggiore dall’esterno.

I campi profughi, per esempio, non possono definirsi campi in quanto si tratta di una distesa immensa di baracche, fango, paglia e tetti di plastica dove le condizioni sanitarie sono inesistenti, infatti, non esiste un sistema fognario e per questo non è possibile capire dove finisce il fango e dove iniziano gli escrementi. A causa di questa condizione assolutamente precaria, l’aria risulta fetida ed a tratti irrespirabile, ma la cosa ben peggiore è che questo mix letale arriva anche ad inquinare le falde acquifere e quindi l’unica acqua che queste persone possono bere.

Profughi Rohingya al confine tra Bangladesh e Myanmar
© REUTERS / Mohammad Ponir Hossain
Profughi Rohingya al confine tra Bangladesh e Myanmar

Parlando con la popolazione residente in quei campi è facile venire a conoscenza della situazione in cui erano costretti a vivere in Birmania, ma è il contatto con i bambini che rende agghiacciante quanto erano costretti a subire: Fuoco, pestaggi, sparatorie a vista, esecuzioni di massa perpetrate dai militari birmani sotto la spinta delle autorità religiose buddhiste … questi sono i ricordi dei bambini Rohingya e quando qualcuno chiede loro il motivo di questi atteggiamenti, loro rispondono: ci uccidono perché siamo musulmani.

Sebbene esista ampia documentazione che ha spinto persino l’ONU a definire questa situazione Genocidio, il Cardinale Charles Bo ha dichiarato pubblicamente che non esistono prove che si tratti di una pulizia etnica, ma chi ha lasciato il mondo intero senza parole è il Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, ora consigliere di stato del Myanmar che più di tutti dovrebbe comprendere il significato della parola repressione e prigionia, ma che allontana ogni accusa dalle autorità statali e religiose buddhiste.

Oggi, le organizzazioni umanitarie stanno cercando di aiutare questa popolazione tramite l’invio di derrate alimentari che, ovviamente, non sono sufficienti per sfamare il milione di profughi del Bangladesh e quando le persone non si nutrono a sufficienza finiscono per ammalarsi, proprio per questo organizzazioni come Medici Senza Frontiere sono presenti sul posto nel tentativo di arginare epidemie di difterite e altre malattie che potrebbero causare la morte di altre persone e soprattutto bambini. Inoltre, è sconcertante pensare che questa popolazione, a causa del fatto che non era riconosciuta dal governo birmano, è stata esclusa anche dalle visite sanitarie e per questo motivo molti Rohingya sono diffidenti nei confronti dei medici e delle punture anche ora che sono in Bangladesh.

Nessuno in Birmania può parlare della situazione dei Rohingya ed in Bangladesh questa popolazione non può permettersi di uscire dal campo profughi. La cosa più incredibile e sconcertante è, tra l’altro, che ad oggi non si conosce con precisione il numero delle vittime perseguitate e che i Rohingya risultano, oggi, la minoranza più perseguitata nel globo.

 

 

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Tags:
guerra civile, Birmania
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