18:52 21 Maggio 2019
La città di Hiroshima, distrutta dalla bomba atomica americana

Noi siamo americani

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di Rossana Carne
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DIVERSITA’ IN AMERICA: I Prigionieri giapponesi durante la II Guerra Mondiale

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Il provvedimento 9066 del Presidente Roosevelt varato dopo l’attacco di Pearl Harbor costrinse oltre 120.000 giapponesi residenti in America a vivere per anni in campi di prigionia appositamente costruiti al fine di allontanarli dalla società.

A man wearing Pokemon's character Pikachu costume poses to a camera prior to a parade by performers wearing Pikachu costumes in Yokohama
© REUTERS / Kim Kyung-Hoon
Il tutto rimase nascosto fino agli anni ’80 quando, la Commissione sulla ricollocazione dei civili in tempo di guerra fu incaricata dal Congresso di aprire un’inchiesta proprio sulla deportazione dei giapponesi e dopo un attento esame dei documenti ed aver letto le testimonianze di 750 superstiti, la commissione concluse che i nipponici erano stati osteggiati già prima dell’attacco a sorpresa del 7 dicembre del 1941.

A partire dall’800, infatti, i politici statunitensi avevano iniziato una politica che contrastava apertamente l’immigrazione, ed in particolare, quella giapponese, infatti questi vennero accusati di sottrazione indebita di migliaia di posti di lavoro agli americani di origine caucasica ed agli agricoltori.

I mezzi introdotti al fine di limitare la presenza giapponese negli USA furono: la limitazione dell’immigrazione, il divieto di acquistare o possedere terreni in California, la proibizione di contrarre matrimoni misti con popolazione di origine americana.

Negli anni trenta del ‘900, l’astio crebbe non solo nella classe politica, ma anche nella popolazione a causa dell’invasione della Manciuria da parte dell’Esercito del Kanto e si insinuò ancora di più dopo l’attacco alla base delle Hawaii.

La popolazione americana, infatti, si ritrovò attanagliata nella paura e per questo il 14 febbraio del 1942 il Generale John L. DeWitt, responsabile della sicurezza militare del West, raccomandò l’allontanamento della popolazione giapponese dalla costa motivando il tutto come una necessità di tipo militare e relativa alla sicurezza nazionale.

Anna Viviani
© Foto del blogger Rossana Carne/ Fotografo: Paolo Viviani
Immediatamente tutta la nazione denunciò la presenza di giapponesi alle autorità ed i militari cominciarono ad affiggere ordini di evacuazione forzata ed immediata, così la popolazione giapponese si ritrovò di punto in bianco a vivere in campi di prigionia, paragonabili alle riserve dei nativi americani o peggio infatti, le condizioni di vita erano al limite di una società civile ed in quelle baracche vennero registrate nascite di 5.000 bambini e decessi di oltre 2.000 persone.

I civili coinvolti e costretti a vivere in questi campi di prigionia dal 1942 al 1946 furono circa sessantamila e solo nel 1988 il Presidente Reagan firmò una legge che autorizzava un risarcimento di circa ventimila dollari a vittima. Ad oggi, però, non esiste ancora una terminologia ufficialmente riconosciuta che si riferisce a questa situazione ancora sottovalutata se non ignorata dai libri di storia, ad esempio, non esiste un termine che identifichi in modo serio e puntuale i centri in cui furono imprigionati i nippoamericani, così come non è chiara la metodologia usata per censire i prigionieri che venivano identificati semplicemente con dei numeri, alla stregua dei deportati nei campi nazisti.

“Diventare un numero significa non essere più conosciuto.” Ina, ex deportata giapponese.

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Seconda Guerra Mondiale, Giappone, USA
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