18:50 15 Dicembre 2018
Una scena della piece teatrale tratta dal film The Love Suicides at Sonezaki di Midori Kurisaki

Aokigahara: La Foresta dei Suicidi

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di Rossana Carne
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“Coloro che decidono per il suicidio sono uomini che hanno perduto la loro immagine, che hanno incontrato uno specchio in frantumi, che non possono più riconoscersi in nulla. Sono stati spogliati della loro stessa immagine.” (Massimo Recalcati)

Quando pensiamo a una foresta o a un bosco, qual è la prima cosa che ci viene in mente? Probabilmente per la maggior parte di noi le possibili risposte possono essere: verde, pace, silenzio, natura, avventura, tranquillità… la lista potrebbe continuare ancora per molto, ma nel caso di Aokigahara in Giappone, dobbiamo spingerci verso qualcosa di più sinistro ed estremo.

Chiamata anche Jukai, ovvero mare di alberi, la foresta Aokigahara è tristemente nota nel Sol Levante per essere tra i luoghi più sinistri e occulti del mondo intero. Questa immensa distesa di verde, situata alla base nord-occidentale del Monte Fuji, infatti, viene tristemente chiamata: Foresta dei Suicidi.

La sua composizione è perlopiù caratterizzata da rocce laviche, caverne, ghiaccio e da una fittissima vegetazione di alberi e arbusti che, frenando l’azione del vento, rendono tutta la foresta innaturalmente silenziosa. Inoltre, gran parte dei 3000 ettari che la compongono sono zona protetta e per questo, risulta essere spesso meta di molti escursionisti alla ricerca di avventure.

Purtroppo però, nonostante il suo lato puramente turistico, la foresta di Aokigahara vanta anche il triste primato di luogo prediletto per i suicidi. Stime approssimative, parlano di una media di circa un centinaio di suicidi ogni anno e a partire dal 1970 le stesse autorità, al fine di tenere sotto controllo la situazione tra gli alberi, decisero di formare delle vere e proprie squadre con il compito di controllare continuamente i sentieri della foresta e, nel caso fosse necessario, con il compito di recuperare i corpi degli sventurati che hanno scelto di togliersi la vita in quel bosco.

Questo luogo, quindi, insieme al Golden Gate Bridge a San Francisco, detiene uno dei primati più tristi a livello mondiale che, a partire dal 1950, flagellano l’esistenza di molte persone fino a condurle all’atto più estremo che un uomo possa compiere: il suicidio.

Solo nel 2010 ben 247 persone tentarono di togliersi la vita tra gli alberi di Aokigahara e, secondo alcune statistiche nazionali, l’apice di questi tristi eventi risulta essere nel mese di marzo, ovvero alla chiusura dell’anno fiscale giapponese. Molti opinionisti ed esperti, quindi, riconducono la maggior parte di questi episodi a problemi di origine economica e, gli stessi esperti, hanno constatato che i mezzi più usati dalle persone per togliersi la vita risultano essere cocktail letali di farmaci e l’impiccagione.

Non è inusuale per gli escursionisti interessati al lato avventuroso del luogo, infatti, imbattersi in tende, corde per l’impiccagione, scatole di farmaci e persino cadaveri in evidente stato di decomposizione, una volta addentratisi nel fitto della vegetazione.

Un ulteriore elemento oscuro di questo luogo, che contribuisce a infondergli un’aura cupa e tetra, è la presenza di numerose bambole voodoo e maledizioni contro la società appese ai rami degli alberi. Oltre ad espetti spiritici, quindi, potrebbero aver preso piede oggi anche componenti fortemente esoteriche, fatte da riti necromantici compiuti da organizzazioni o sette dedite a pratiche occulte.

A causa di questi episodi, ormai sempre più frequenti, le autorità governative e i funzionari incaricati di occuparsi della foresta decisero di installare cartelli scritti sia in giapponese sia in inglese, in cui si pregano le persone a non addentrarsi da soli tra la vegetazione e a non commettere atti di suicidio nel bosco.

Su questi cartelli, in particolare, si può trovare la scritta:

“La tua vita è un dono prezioso dei tuoi genitori. Pensa a loro e al resto della tua famiglia. Non devi soffrire da solo”.

Seguita da un numero verde da chiamare in caso di bisogno e con accanto delle cabine telefoniche per permettere alle persone di mettersi in contatto con le guardie forestali e le forze dell’ordine.

Ma cosa spinge così tanta gente a scegliere proprio Aokigahara come ultima meta?

Spesso definito “Il luogo perfetto per morire”, forse per la sensazione di profondo silenzio e di solitudine che ispira questa foresta, o forse per il desiderio del singolo di porre fine alla propria vita in un luogo isolato e solitario, lontano dal mondo caotico delle metropoli, dalla rigidità della società giapponese e dalla famiglia.

Questo luogo, tra l’altro, divenne famoso grazie al romanzo, scritto nel 1960 da Seicho Matsumoto, intitolato Nami no To, che racconta la storia di due amanti che finiscono proprio per suicidarsi in questa foresta; anche se i suicidi iniziarono ben prima della pubblicazione di questo testo, più precisamente a partire dal XIX secolo, quando gli Ubasute andavano a morire nei boschi, per poi trasformarsi in Yurei cioè in spiriti arrabbiati che, ancora oggi, infestano quei luoghi.

Potrebbero esserci, quindi, degli spiriti che spingono alcuni escursionisti a scegliere di porre fine alla propria esistenza? Che cosa significano precisamente i termini Ubasute e Yurei?

Ubasute, letteralmente viene tradotto con abbandonare una donna anziana, era una pratica utilizzata in Giappone che prevedeva il trasporto volontario di un membro anziano della famiglia in un luogo remoto al fine di lasciarlo morire. Lo spirito di questi anziani, una volta morti, diventerebbe uno Yurei ovvero un fantasma della tradizione nipponica il cui nome, letteralmente, è traducibile con spirito oscuro. Si tratta, quindi, di anime fondamentalmente incapaci di lasciare il mondo dei vivi per raggiungere l’oltretomba e questo, non solo li rende arrabbiati e furenti nei confronti dei vivi, ma soprattutto, li rende in grado di entrare in contatto con il mondo fisico trascendendo le dimensioni, creando di fatto, veri e propri problemi di possessione spiritica, che spesso spingono il soggetto infestato ad atti estremi, come togliersi la vita.

Potrebbero quindi esserci esseri demoniaci che spingono i passanti o i turisti a compiere un gesto che, normalmente, non avrebbero mai commesso? Tutta la letteratura, gli anime e le leggende nipponiche sono permeate dalla presenza di questi spiriti che, per un motivo o per un altro, entrano in contatto con gli esseri viventi e interagiscono con loro in vari modi.

Basti pensare, per esempio, alle centinaia di cartoni animati giapponesi, come Inuyasha, dove il protagonista combatte contro altre entità malvage che, invece, vogliono recare danno al mondo dei vivi.

Come tutti sappiamo, però, il suicido è un vero e proprio problema a livello sociale in Giappone, dove il tasso di incidenza è superiore al 60% della media a livello mondiale e dove, solo nel 2014, venticinque mila persone si sono tolte la vita con una media di 70 suicidi al giorno.

Questa situazione, che vede di anno in anno numeri in crescita, ha spinto il governo a cambiare approccio all’argomento Aokigahara ed in particolare, ha spinto le autorità a non rendere più noti i numeri delle vittime della foresta, con la speranza di poter attenuare qualsiasi tentativo da parte della popolazione intenzionata a compiere questi atti così estremi.

Tuttavia, la foresta dei suicidi rimane, ancora oggi, la meta preferita di moltissimi escursionisti che, per ripercorrere la strada del ritorno, segnano il percorso con dei nastri adesivi perché a causa della presenza di rocce vulcaniche e del loro magnetismo, le bussole smettono di funzionare; mentre apparecchi come il GPS e i cellulari non funzionano a causa della mancanza di segnale.

Oggi, purtroppo, la foresta sembra aver assunto un’aura molto particolare, caratterizzata da una tetra e grande tristezza, dove molti credono che i suicidi commessi in questo luogo abbiano permeato gli stessi alberi, deformandone il tracciato naturale per creare, invece, un labirinto da cui è quasi impossibile uscire e generando, tra l’altro, attività paranormali che hanno persino il potere di allontanare la fauna selvatica.

Si dice, inoltre, che le anime prigioniere nella foresta siano condannate ad abitare eternamente le sue profondità, intrappolate all’interno degli alberi e che queste anime abbiano il compito di invitare altri esseri viventi ad unirsi a loro.

“Lasciate ogni speranza, Voi ch’entrate” sembra questo, quindi, il messaggio che questa foresta vuole esprimere. Un messaggio che, grazie a Dante Alighieri, noi italiani conosciamo molto bene e che spesso, nel caso di Aokigahara, viene ripreso e portato sul grande schermo.

Come accadde con il romanzo Nami no To, infatti, anche Holliwood ha deciso di portare sul grande schermo questo luogo con l’uscita del film horror The Forest, uscito nelle sale quest’anno, in cui si narra la storia di una giovane ragazza americana che si reca in Giappone per ritrovare la sorella gemella, scomparsa in circostanze misteriose. Non ascoltando gli avvertimenti della popolazione locale, però, la ragazza si addentra nella foresta dei suicidi dove, un gruppo di anime attacca chiunque entri in quel luogo.

Ma questo non è l’unico caso. Nel film “La Foresta dei sogni” diretto da Gus Van Sant nel 2015, si racconta la storia di un uomo americano che si reca appositamente ad Aokigahara per togliersi la vita e, proprio in quel luogo, incontra un giapponese con le stesse intenzioni. Nel film viene posto l’accento sulla voglia del protagonista di porre fine alla sua stessa vita a causa di una storia d’amore tormentata che, guarda caso, riprende proprio il romanzo di Matsumoto.

Aokigahara: un luogo meraviglioso e terribile allo stesso tempo, dove la vita finisce nel silenzio e dove le grida e le parole disperate delle persone, si perdono nel mare verde degli alberi e degli spiriti che la abitano.

“Non importa quanto giovani o forti si possa essere, l’ora della morte arriva prima di quando ci si aspetti. Si tratta di un miracolo straordinario a cui sei sfuggito fino a questo giorno, ma credi di avere anche la più breve tregua in cui rilassarti?” (Yoshida Kenkō, “Saggi sull’ozio”, 1332)

 


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