06:35 19 Dicembre 2018
Migranti a bordo della nave Open Arms

Argonauti post-moderni

© AP Photo / Olmo Calvo
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di Alessandro Pignotti
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Tra eroismo ed ipocrisia mediatica: Atti di coraggioso sacrificio e lavori honoris causa: vera integrazione o insignificanti pupazzate?

"La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società"

-Art. 4, Costituzione Della Repubblica Italiana

Il sopracitato articolo è uno dei dodici, famosi "principi fondamentali": i capisaldi dell'identità nazionale italiana. Così varata, la Costituzione è rimasta tale sin dal non troppo lontano 1 Gennaio 1948, rigida eppure incredibilmente aperta a diverse interpretazioni; questo uno dei suoi aspetti più affascinanti. Fermiamoci a riflettere.

Subito si notano le parole "diritto" e "dovere" che insieme convergono ad una definizione circolare di "lavoro", in cui l'una richiama l'altra, all'interno dell'ampio contesto di cittadinanza: il cittadino è davvero tale a partire dal ruolo che svolge nel suddetto "progresso materiale o spirituale"…"della società"; alla limitante e restrittiva "nazione", si preferì un termine radicalmente diverso, universalizzante: insomma, così da non creare ulteriori divisioni.

La realtà attuale italiana calza dunque troppo stretta a tali convinzioni ed in questo stesso istante continua a lacerarsi; oppure no? I canali ufficiali di informazione, perlopiù in mano ad élite politiche e finanziarie, indulgono in rappresentazioni fraudolente di una problematica che prima di essere politica, economica o sociale, è prevalentemente culturale: l'immigrazione. Si preferisce imporre, in genere, tipi di notizie diverse e quando gli accaduti relativi alla tematica di cui sopra, diventano troppo scandalosi per essere ignorati, si passa prima per il caldo da bollettino rosso. Vedasi ad esempio il caso Daisy Osauke, la ragazza di ventidue anni, atleta della nostra nazionale, aggredita a Moncalieri o anche la semplice proposta veneta di prioritarizzare l'accesso all'asilo nido di bambini figli di residenti nella regione da almeno quindici anni.

C'è tuttavia un corpus di servizi tele-mediatici più sottilmente ipocriti: "Sventa rapina rischiando la vita. Primo giorno di lavoro per migrante eroe".

Teatrini umoristici presentati con serio entusiasmo. Candidati inconsapevoli di una sceneggiatura scritta ad hoc, i protagonisti scelti sono dipinti come campioni, paradigmi di un artificiale sentimento di integrazione che nel curriculum vitae sostituisce all'individuo, con unici pregi e difetti, uno sbiadito e romanticizzato combattente, ricompensato proprio con lavori all'insegna del servilismo, impedendo di fatto il concretizzarsi dell'emancipazione dai tanti e troppi pregiudizi e dell'evolversi della situazione.

Non tutti sono però consapevoli che la più alta percentuale di immigrati (e per coerenza testuale, mi riferirò a coloro giuridicamente riconosciuti tali, anche se è possibile estendere il discorso ai famosi "clandestini"), vive una situazione lavorativa precaria e irregolare, fatta di contratti a tempo determinato e manovalanza a basso costo, tanto legale quanto illegale, senza poi menzionare la chiusura del circuito sociale italiano, una rigidissima gerarchia piramidale, all'interno della quale è difficile saltare posizione. Risulta dunque imbarazzante gettare al vento parole come integrazione, quasi postulando e fingendo l'esistenza di effettivi cambiamenti del tessuto e del pensiero societario nei confronti di un'emergenza che altro non fa se non peggiorare, anche a causa di suggestioni pseudo-letterarie.

Infine suddetti servizi pongono, volontariamente o meno, basi di straordinaria miticità simil greca a processi che dovrebbero risultare spontanei e regolari tramite i mezzi che la Costituzione fornisce tanto alla classe politica quanto al popolo, primo fra tutti il lavoro.

Come membri della "società", tutti hanno il diritto ed il dovere di lavorare poiché è proprio questo l'inizio ed il passo sostanziale che è così disperatamente necessario al fine di potersi definire cittadino e quindi vero integrato. Non è però sufficiente un lavoro qualsiasi; piuttosto uno che favorisca "Il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" quale la Repubblica italiana si è orgogliosamente giurata di creare.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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immigrazione, Italia
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