04:43 15 Novembre 2018
Sanaa, Yemen

Bombe in Yemen

© AP Photo / Hani Mohammed
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di Rossana Carne
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L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni. Art. 11 Costituzione Italiana

Fabbricare bombe in Italia è lecito, ma il problema è a chi vengono vendute e per quale motivo.

Nel nostro paese esiste una legge, ovvero la 185 del 9 luglio 1990, molto chiara in merito alla fabbricazione di armi belliche e che serve, soprattutto, per regolamentare la vendita delle stesse e prescrive, infatti, l’impossibilità di vendere armi a Paesi che risultano essere in una fase di conflitto armato e quindi apertamente in contrasto con le Nazioni Unite.

Nonostante questo, però, nella Regione Sardegna, ed particolare nell’azienda RWM ITALIA, non solo vengono fabbricate una moltitudine di ordigni ma questi vengono anche esportati via mare e via aerea in Arabia Saudita un paese tristemente noto per i suoi attriti con il vicino Yemen: È risaputo, infatti, che lo stato di conflitto tra i due stati non è ritenuto sotto l’egida dell’Onu e questo pone l’Italia in una situazione di grave inadempienza nei confronti della stessa legge promulgata negli anni ’90.

Le prove che questi ordigni made in Italy vengano effettivamente utilizzati nello stato yemenita ci arrivano, purtroppo, da diverse fotografie scattate da un attivista del Human Rights Watch che, trovandosi nella zona di Sa’da nel nord dello Yemen, ha avuto moto di fotografare diverse bombe inesplose e su cui era possibile leggere il codice identificativo che associava quegli strumenti all’azienda sarda.

In un’intervista rilasciata a Le Iene, Roberto Scaini di Medici Senza Frontiere racconta che vivere in un paese costantemente bombardato costringe a un’emergenza sanitaria assolutamente fuori dal comune; in caso di bombardamento, infatti, i feriti possono giungere a centinaia nei presidi sanitari e spesso questi vengono trasportati su dei camion e scaricati a terra come se fossero delle bestie. In quel preciso istante i medici devono cercare di capire immediatamente chi può salvarsi e chi no e cercare di fare il possibile per salvare quante più vite possibile. Una situazione del genere, dice Scaini, toglierebbe il sonno a chiunque e spiega che le vittime non sono solo quelle a cui è diretto il bombardamento, ma esistono anche vittime indirette tra cui i rifugiati, le persone che stavano guardando delle merci al mercato, i ricoverati in un ospedale, gli studenti delle scuole: i bombardamenti, quindi, sembrano colpire chiunque e non solo terroristi oppure obiettivi militari.

A causa di questa situazione allarmante, le persone hanno iniziato ad abbandonare le loro case e le città per raggiungere dei luoghi relativamente più sicuri, ovvero le montagne, ma dove li aspettano il freddo della notte e le intemperie che provocano a loro volta malattie come la polmonite per cui si necessitano gli ospedali che, a causa dei bombardamenti, non esistono praticamente più.

Stiamo parlando di persone normali, di civili tra cui ci sono anziani, donne e bambini che stanno vivendo una situazione agghiacciante e pensare che queste bombe che li uccidono vengono prodotte in Italia dovrebbe far accapponare la pelle ad ognuno di noi e dovrebbe anche farci riflettere su una domanda fondamentale: perché vendiamo le bombe ad un paese a cui non dovremmo venderle?

Secondo Francesco Vignarca, Coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo, una delle motivazioni è il fatturato dell’industria della Guerra italiana; l’altra, invece, la troviamo con gli ottimi affari che si possono sviluppare con i sauditi e che esulano dalla fabbricazione delle armi: basti pensare alla metropolitana di Riyad totalmente made in Italy e che ha visto alla sua inaugurazione l’ex Premier Matteo Renzi.

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Di chi è, a questo punto, la responsabilità del fatto che l’Italia ha le mani sporche di sangue?

Secondo la Legge il responsabile sarebbe il Ministero degli Esteri, unico organo deputato a rilasciare un’autorizzazione per la fabbricazione e la vendita di armi dopo aver ricevuto l’ok dal Parlamento che, a sua volta, avrebbe dovuto autorizzare il Ministero dopo aver effettuato una discussione che, per le armi che uccidono in Yemen, non si è mai svolta.

Chi ha dato, allora, questa autorizzazione fuori norma?

Le Iene hanno intervistato l’allora Ministro Gentiloni che, per tutta “eleganza”, ha negato una risposta chiara al giornalista allontanandosi senza nemmeno ascoltare le sue parole e senza prendere atto della documentazione fotografica che l’inviato aveva con sé, tra cui troviamo anche una violazione della legge da parte dei caccia sauditi che, per arrivare in Arabia Saudita, partono dall’aeroporto civile di Bologna dopo aver fatto rifornimento.

Come per le bombe, anche il transito degli aerei militari sauditi dovrebbe essere precluso a causa di questo conflitto, ma le norme anche in questo caso vengono totalmente ignorate andando in contrasto con l’articolo 1 comma 6 della legge 185 del 1990 che cita:

L’esportazione ed il transito di materiali di armamento sono altresì vietati verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle Camere

La legge, quindi, risulta essere molto chiara, ma il Governo italiano sembra non voler esigere il rispetto di tale normativa tanto da scatenare una protesta da parte della Rete Italiana per il Disarmo a cui è stato risposto che la situazione risulta essere regolamentata da accordi internazionali, così come afferma anche l’Ing. Cardi – Direttore Centrale della Regolazione Tecnica ENAC.

Nonostante queste rassicurazioni, però, un testimone oculare che ha avuto modo di fotografare questi aerei sauditi a Bologna ha permesso di far notare un aspetto fondamentale: mentre sul velivolo è scritto chiaramente che i mezzi appartengono alle forze militari saudite, la targa che identifica burocraticamente la provenienza dell’aereo è inglese. In buona sostanza è stato studiato un trucchetto per permettere a questi velivoli di partire dall’Inghilterra, luogo di fabbricazione, fare i necessari scali tecnici in Europa ed in particolare Bologna per poi proseguire verso la destinazione finale dove, tramite una piccola verniciata, la targa inglese scompare lasciando le matricole saudite in bella vista.

Donatella Rovera, Alto consigliere per le crisi internazionali di Amnesty International, ha prontamente denunciato i bombardamenti andando anche a fornire materiale foto-video comprovante gli attacchi contro la popolazione civile ed ha chiesto al Governo l’immediata interruzione della vendita di armi senza ottenere, però, alcun risultato concreto. Queste stragi sono state, tra l’altro, portate alla luce anche grazie a dei video girati da alcuni inviati di guerra locali che hanno fatto emergere un accanimento a dir poco inquietante: dopo aver bombardato una zona, infatti, i sauditi aspettano l’arrivo dei soccorsi per poi bombardare nuovamente andando ad uccidere anche loro.

È questo l’utilizzo che viene fatto degli aerei e delle bombe Made in Italy vendute ai sauditi che, a causa di questi bombardamenti, sono stati accusati di crimini di guerra contro la popolazione civile dall’Onu: sarà cambiato qualcosa secondo voi?

Il Parlamento Europeo sembra aver preso una posizione abbastanza netta andando ad emanare un embargo nei confronti dell’Arabia Saudita, ma il Governo Italiano cosa farà adesso? Secondo il Ministro Roberta Pinotti le bombe, risultate di fattura italiana e rimaste inesplose in Yemen in realtà, sarebbero state prodotte sotto l’egida della Germania che avrebbe utilizzato un’azienda di loro proprietà sul territorio italiano ed il Governo, gioco forza, ha dovuto garantire il transito delle stesse verso l’Arabia Saudita, ma le cose non stanno esattamente così e lo conferma il governo tedesco in persona tramite una dichiarazione in cui afferma di non aver mai emesso nessuna autorizzazione alla ri-esportazione verso l’Arabia Saudita di bombe eventualmente prodotte da RWM Italia.

In Italia gli unici ad aver chiesto delle interrogazioni al Parlamento sono stati i membri del Movimento 5 Stelle che, purtroppo, non hanno mai ottenuto una risposta dalla Pinotti che si è limitata a dichiarare a RepTv la totale attenzione da parte del Ministero rispetto al transito di armi anche se queste non vengono vendute direttamente dall’Italia, ma dobbiamo ricordare che anche il transito è vietato così come stabilito dalla legge 185/90. Tuttavia, siamo perfettamente a conoscenza dei rifornimenti che i caccia sauditi operano presso l’aeroporto di Bologna sfruttando una targa britannica che, in base agli accordi tra i vari stati, non necessitano di particolari controlli da parte dell’ENAC.

Mentre il nostro governo si copre gli occhi con delle fette di salame belle spesse, così come lo facciamo noi cittadini, in Yemen migliaia di civili continuano a morire da ben 19 mesi e secondo i dati locali sarebbero già 10.000 i morti ed almeno 30.000 i feriti senza considerare la gravissima emergenza sanitaria che sta colpendo anche la popolazione rimasta ancora illesa dagli attacchi aerei; se molti muoiono a causa dei bombardamenti, infatti, molti altri muoiono a causa delle gravi epidemie di colera che stanno colpendo la popolazione incapace di curarsi a causa della distruzione dei presidi sanitari e a causa della mancanza di medicine. Non solo civili, quindi, il target dei sauditi sono anche scuole, ospedali e la riduzione alla fame di oltre 20 milioni di persone che non possono ricevere aiuti nemmeno via mare a causa del blocco da parte della marina saudita dello sbarco di navi cariche di prodotti di prima necessità. Noi cittadini italiani vogliamo essere complici di questo schifo? Vogliamo continuare a voltarci dall’altra parte?

#STOPBOMBINGYEMEN! #YOUARENOTALONE

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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