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    Un mosaico della stazione Mayakovskaya nella metropolitana di Mosca

    Abbiamo bisogno di sovranità e di eroi

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    Vittorio Nicola Rangeloni
    di Vittorio Rangeloni
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    Ieri a Mosca si è tenuta l’Assemblea Federale annuale in cui il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha tenuto un discorso differente da quelli che il mondo è abituato ad ascoltare.

    Noto per la sua pacatezza, calma, razionalità e diplomazia anche a di fronte alle situazioni più esasperate, dove altri capi di Stato probabilmente avrebbero reagito con metodi differenti ed aggressivi (ricordiamo ad esempio l’abbattimento del SU-24 russo da parte della Turchia), questa volta ha mostrato i muscoli e invitato i “partner” d’oltreoceano a riflettere, senza mezze misure.

    Nel corso del suo intervento ha presentato innovazioni in campo tecnologico e militare che fino ad ora il mondo ha solo immaginato nei film di fantascienza.

    Armamenti che  - come sostenuto da Putin –, nel momento in cui qualche altro paese riuscirà ad eguagliare, verranno già ritenuti obsoleti, perchè nel frattempo gli specialisti russi si saranno già portati avanti, migliorandosi.

    Il discorso del presidente russo non vuole essere una dichiarazione di guerra velata, ma al contrario un monito e deterrente ad essa. Un invito per ristabilire la sicurezza internazionale in seguito – come spiegato da Putin — alla violazione dei patti di sicurezza da parte statunitense, ed il loro conseguente espansionismo. Il clima di tensione non giova a nessuno e Mosca ha invitato al dialogo.

    Ancora una volta Putin ha dimostrato cosa significa il termine “sovranità” in nome degli interessi dei cittadini russi. Concetto che in giro per il mondo è sempre più dimenticato, complici le pressioni politiche di stati più influenti e per un impoverimento morale dei popoli. Salvo poi, talvolta, ricordarsene quando si verificano crisi o disastri sociali e politici.

    In Russia la conservazione della sovranità è stata resa possibile grazie a diversi fattori tra i quali proprio la consapevolezza popolare.

    In Russia la memoria storica è una realtà sacra e non circoscritta ad un determinato periodo storico. Esistono eroi e riferimenti popolari di diverse epoche: da Alexandr Nevskij, passando dal periodo zarista e poi all’Unione Sovietica, arrivando al giorno d’oggi.

    Sicuramente le guerre hanno contribuito a forgiare l’unità del mondo slavo. Il sangue versato e la memoria tramandata di generazione in generazione, sono una ragione importante dell’attaccamento alla propria terra. Il ricordo delle gesta di eroi e degli antenati è un valore onnipresente nella cultura dei popoli dell’est.

    Questo spirito consente alla Russia di oggi di svilupparsi, modernizzarsi e di essere pronta a difendersi, qualora ci fosse questa necessità.

    Con lo stesso spirito nella storia recente si sono manifestati nuovi eroi come il maggiore Filipov, il pilota del SU-25 abbattuto dai terroristi in Siria, che una volta paracadutatosi e toccata terra è stato circondato ma nonostante questo ha continuato a combattere sparando gli ultimi colpi di pistola a disposizione. Una volta finiti i proiettili e coi terroristi a pochi metri, si è fatto esplodere con una granata gridando “questo è per i ragazzi”. Il pilota è stato decorato post mortem con la stella d’oro “Eroe della Russia”, l’onoreficenza più prestigiosa. Nel corso dell’assemblea di ieri, Putin ha affermato che “nessun paese avrà mai ufficiali come il pilota Roman Filipov”.

    Un partecipante della manifestazione Bessmertny Polk ad Orenburg, Russia, porta la foto di Alexander Prokhorenko, il paracadutista acquisitore russo morto durante la liberazione di Palmira.
    © Sputnik . Nikolaj Khizhnyak
    Ma è solo l’ultimo atto d’eroismo a manifestarsi nel tempo. Sarebbe sbagliato dimenticare i recenti esempi morali di Prokhorenko, quando nel 2016, nelle operazioni per la liberazione di Palmira dall’ISIS, trovandosi da una settimana oltre le linee nemiche per individuare le loro estate posizioni, è rimasto circondato dai terroristi e si è sacrificato richiedendo un bombardamento aereo sulle coordinate dove si trovava.

    Ieri cadeva un altro anniversario. È stato celebrato il ricordo delle eroiche gesta della 6a compagnia (2battaglione, 104reggimento della 76esima divisione dei parà russi) nella seconda campagna di Cecenia, quando 90 parà, per maggior parte diciottenni, si ritrovarono in un’imboscata e dovettero affrontarono circa 2500 tra guerriglieri e mercenari per il controllo del punto strategico noto come “rilievo 776”. In questa battaglia diventata leggenda, i soldati russi, nonostante l’enorme differenza di forze in campo, non indietreggiarono per non perdere le posizioni, combattendo fino all’ultimo proiettile a disposizione, arrivando anche al contatto corpo a corpo. Su 90 soldati russi furono solo in 6 a tornare a casa vivi.

    La pace è mai un concetto scontato. Essa può avere luogo solamente quando tutte le parti coinvolte ne hanno consapevolezza, intenzione e soprattutto quando non ci sono soggetti che possono decidere per terzi, ossia quando ognuno ha la propria sovranità. Cosa che, ad esempio, in Italia scarseggia.

    Putin ha avuto le sue ragioni per impostare il suo discorso di ieri in quel modo. Non voglio creare allarmismi inutili e fuori luogo, ma se in uno scenario ipotetico i “partner occidentali” (che alla fine è un giro di parole di Putin per dire Stati Uniti d’America) del leader russo volessero continuare a fregarsene dell’appello a trattare per la sicurezza internazionale, sfidandolo e provocando la Russia scatenando un conflitto, l’Italia, che voglia o meno, avrebbe la forza di rifiutarsi di venire coinvolta? (In casa nostra ospitiamo soldati ed armamenti americani e come ci insegna la storia, gli USA preferiscono combattere mandando avanti gli altri). E qui ricordo solo come l'Italia non si fece problemi a dare il consenso alla NATO ad inviare 140 soldati in Lettonia per rafforzare i confini con la Russia, in ottica di difesa… da chi?!

    Per sperare in un futuro migliore non occorrono guerre e tantomeno nuovi martiri ma basterebbe ricordare quelli che già ci sono. Ogni terra ed ogni popolo ne possiede, anche se ciò non toglie che si possa imparare anche da quelli altrui. Ma questo è uno sforzo che andrebbe fatto collettivamente, “ribellandosi” al disinteresse ed all’apatia nei confronti delle sorti della società in cui viviamo.

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