08:07 16 Novembre 2018
Nigel Farage

Brexit il nuovo paradigma europeo

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di Blogger Graziano
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«Che nessuno dubiti della nostra determinazione o metta in questione la nostra risolutezza: la Brexit sta avvenendo.» (Theresa May)

Che la Gran Bretagna avesse sempre preferito stare con l’Europa piuttosto che far  parte dell’Europa si sapeva fin dalla notte dei tempi,almeno a partire dalla Guerra dei Cent’Anni.

Ma per tornare ai giorni nostri, bisogna dire ad onor del vero, che l’Impero Britannico iniziò lentamente il suo declino nel XX secolo con la Germania che sfidò il vantaggio economico inglese e questa fu una delle principali cause dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, durante la quale la Gran Bretagna fece gran affidamento sul suo impero. Il conflitto mise un'enorme pressione sulle risorse militari, finanziarie e di manodopera della Gran Bretagna e pur mantenendo la sua enorme estensione territoriale non riuscì più a essere la potenza preminente del mondo. Durante la seconda guerra mondiale le colonie nel sud-est asiatico furono occupate dall'Impero giapponese. Nonostante la vittoria della Gran Bretagna e dei suoi alleati, il danno al prestigio britannico contribuì ad accelerare il declino dell'impero.

Aggiungiamoci l'India, il territorio più prezioso e popoloso dell'impero,che ottenne l'indipendenza come parte di un movimento più ampio di decolonizzazione,la crisi della sterlina, le conseguenti politiche deflazionarie  e il crescente successo economico della Cee, fecero mutare l’atteggiamento consolidato delle classi dirigenti britanniche sull’adesione del Regno Unito alla Comunità. Certo, i partner europei mal tolleravano i tentativi di richiesta di “associazione esterna” e non “full membership” da parte dei negoziatori UK in sede di trattativa, ma sullo sfondo del Foreign Office cominciavano a farsi strada una serie di diplomatici  destinati a ribaltare le convinzioni di ministri e uffici centrali dei partiti. Nel 1963, Sir Con O’Neill fu nominato capo della delegazione britannica a Bruxelles, e con il suo vice, John Robinson, produsse The Next Steps, “I passi successivi”, testo base per una rivalutazione della posizione del Paese nei confronti del processo di integrazione europeo. Una, in particolare,: la necessità di entrare nella Comunità perché al momento non c’erano alternative credibili a essa.

Naturalmente, la questione della sovranità era sempre dibattuta a Westminster, Nel gennaio del 1967 Wilson e Brown, iniziarono un tour in giro per l’Europa per promuovere la causa di un Regno Unito membro della Cee. Partirono dall’Italia, ma in Francia si scontrarono con il Generale De Gaulle, il quale, dopo avere rimarcato come non amasse particolarmente che Brown dopo avere bevuto un po’ troppo lo chiamasse “Charlie”, tenne una conferenza stampa in cui parlò del “pericolo di una distruzione degli equilibri nella Comunità con un eventuale ingresso britannico, anche a causa della debolezza della sterlina”.Tuttavia l’uomo da tutti considerato il Padre della Gran Bretagna europea è, sorprendentemente, un Conservatore. Edward Heath   portò  il Regno Unito  nella Comunità il 1° gennaio 1973. Le negoziazioni non furono brevi nemmeno questa volta: le questioni relative ai prodotti caseari neozelandesi, l’erosione del territorio riservato esclusivamente ai pescatori britannici e, più in generale, il prezzo del cibo proveniente da Oltremanica, le diatribe sul ruolo della Corte di Giustizia europea e sulla perdita di sovranità statale.

L’adesione alla CEE era comunque destinata a cambiare la politica inglese e il futuro del Regno Unito. Nel 1974  i Tories elessero Margaret Thatcher come loro leader. Il suo rapporto con la Comunità plasmò gli 11 anni (1979-1990) in cui guidò il Paese.La Thatcher in Europa si scontrò con il Presidente della Commissione Jacques Delors, il vero e proprio ideologo dell’Unione Monetaria e dell’Europa federale.  Si detestavano cordialmente fino a quando sbottò contro di lui alla Camera dei Comuni: “Il Signor Delors – disse, alzandosi in aula con un tono per nulla conciliante – vorrebbe che il Parlamento europeo fosse il corpo democratico dell’Unione, che il Consiglio dei ministri fosse il Senato, e la Commissione fosse il suo governo: no, no, no!”.

Questa polemica seguì un intervento pronunciato al Collegio Europeo di Bruges il 21 settembre 1988, il famoso Bruges speech in cui affermava come “il Regno Unito non avesse fatto arretrare le frontiere del socialismo in questi anni, per vederlo rientrare dalla porta di servizio attraverso l’Europa”.

Il suo successore Major dovette affrontare da subito il contrattacco degli euroscettici a Westminster per la ratifica di un nuovo Trattato destinato a cambiare le relazioni tra l’Europa e gli stati aderenti. In vigore dal 1° novembre 1993, il Trattato di Maastricht trasformava la vecchia CEE in Unione Europea, un cambiamento che indicava l’irreversibilità del percorso politico. Major riuscì a ottenere per il Regno Unito l’opt-out dalla moneta unica – che si sarebbe concretizzata di lì a poco – dalla Convenzione di Schengen e dal social chapter tanto caro a Delors. Quando tornò in patria fu accolto dalla stampa e dal suo partito come un eroe.

Il resto è storia recente,da Tony Blair il sostenitore della Terza Via a Gordon Brown,per arrivare  alla nascita e il successo dello United Kingdom Independent Party (UKIP) di Nigel Farage composto principalmente da elementi del partito Conservatore che hanno criticato la linea troppo morbida di Cameron sull’Europa e i migranti economici. Il premier ha trattato con Bruxelles nuove condizioni per la Gran Bretagna nell’Unione, ed ha indetto un referendum da lui stesso promesso. Dopo la vittoria dei Brexiteers  i Tories pro-Brexit lo hanno sfiduciato assumendo la guida del partito.

​Il 23 giugno 2016 in Gran Bretagna il globalismo vede la creazione di un nuovo paradigma ovvero più popolo meno finanza,il liberismo sfrenato deve se non altro fare i conti con le nazioni.

Sulla scia della Brexit arriva la vittoria di Donald  Trump che senza mezzi termini ha detto a Davos 2018 che avrebbe condotto i colloqui con la Ue in maniera diversa ovvero più propenso per una hard Brexit.

​Certamente l’elite che volle la globalizzazione dopo la caduta del Muro di Berlino sbandierando slogan politically correct  è in crisi di panico ma prova a reagire con il

Russiagate, la lotta alle fake news e più recentemente  alla post-verità un termine che ha trovato la sua fortuna grazie all’Oxford Dictionaries il quale  ha deciso di eleggerla parola dell’anno in relazione ai pericoli del populismo manifestatosi  in entrambe le sponde Atlantiche,al  movimento Best of Britain (pro Remain) che,almeno a quanto si legge sul Telegraph e sul Daily Mail,ha ricevuto £ 400.000 in finanziamenti dalla Open Society Foundation di Soros.

​Forse l’elite finanziaria starà rimpiangendo il giorno in cui venne istituito il suffragio universale,ma tant’è,come ha detto Nigel Farage questa è la vittoria del popolo sulla finanza sconsiderata.

​E mentre aspettiamo di vedere se la Brexit creerà un precedente infiammando gli indipendentismi europei partendo dalla Catalonia o dalla Corsica,la cosa certa è che questo nuovo paradigma non è una fake news.

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Brexit, Theresa May, Gran Bretagna
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