03:56 19 Dicembre 2018
Una riproduzione del quadro Palmira di Akseli Gallen-Kallela

La verità del giovane Nig Pur

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di Marinella Andrizzi
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Speriamo che la follia di troppi si fermi davanti alla bellezza, anche se stravolta dalla guerra, della nazione più civile di tutto il mondo arabo.

Omaggio alla Siria

Da ragazzina, rimasi molto colpita dall’assurda guerra in Iraq, poiché studiavo la storia di quei grandi e meravigliosi popoli della Mesopotamia. E oggi, grazie a Sputnik, voglio rendere omaggio a questa terra che tanta gloriosa storia ha saputo tramandare a tutti noi, a parte la serie di improvvide fesserie imbastite e sostenute da “alcuni”, per proprio egoistico, distruttivo e criminale tornaconto.

Un omaggio che altro non è se non un adolescenziale racconto che scrissi in quarto ginnasio, quando avevo 13 anni. Non proprio per mia volontà, ma imposto dalla mia insegnante di lettere che ci impose d’impostare tutto su dei punti fissi: il deserto, due viandanti, il bivacco, la luna. Il tutto intramezzato da commenti di chi scrive.

Per cui, vi chiedo scusa anticipatamente per l’elementarità dello scritto. Forse ci saranno anche degli errori. Ma non intendo apportare correzioni e revisioni. Preferisco lasciarlo così come era.

Prima di passare al racconto, vorrei solo ricordarvi, in onore della Siria, che la bellezza monumentale incommensurabile della Roma antica, in buona parte si deve a questo stupendo Paese e ai suoi architetti. Primo fra tutti: Apollo d’oro di Damasco e il suo miracolo architettonico a tutt’oggi irripetibile. Il Pantheon!

Il Pantheon di Roma
© Sputnik .
Il Pantheon di Roma

 

Molte volte mi sono soffermata con la mente, nel cercare d’immaginare come potessero aver preso forma e consistenza i miti, le leggende, gli eroi.

Quand’ero piccola, non che adesso sia proprio grande, dal momento che ho tredici anni.

Comunque … mia madre mi raccontava queste storie, che per me erano solo delle fiabe.

Mi piaceva credere a una sorta di celeste messaggero, inviato sulla terra da grandi Dei possenti e burberi ma, in fondo, benevoli, affinché raccontasse agli esseri umani tutte queste stupende storie.  Pensavo che i primi a parlarne, dovessero essere stati i greci.

Un’estate, andai con mia madre in vacanza a Creta. Rimasi molto impressionata dal palazzo di Cnosso (da quanto resta e da quanto ricostruito), dalla leggenda di Minosse e del Minotauro. Individuai quindi, in quell’isola, tutta la Grecia e le sue leggende. Confesso che, finché restai lì, quando andavo a dormire, speravo tanto che Teseo non si fosse sbagliato e che, quel mostro, fosse proprio morto del tutto! Comprensibile! No?  Ma, avevo cinque anni!  

Con il passare del tempo allargai la mia visione ellenica oltre quel lembo di terra circondato da quello stesso mare tanto caro, se pur tanto ostile ad Ulisse. Cominciai a immaginare pastori e viandanti, seduti vicino al fuoco di un bivacco, nell’atto di raccontare storie.

Storie che, forse, traevano spesso origine da una qualche verità, anche se dilatata dalla fantasia del narratore. Poi, altri bivacchi e altri narratori, via via andarono creando, con le inevitabili aggiunte e varianti, le basi e le strutture ben congeniate, per quei meravigliosi capolavori che oggi conosciamo, appunto, come “racconti mitologici”. 

Narrazioni che, la tradizione orale, aveva adattato, in funzione di luoghi, esigenze, abitudini e costumi delle differenti regioni.

Questi racconti, oltre a costituire un saldo fondamento religioso, aiutarono nell’ardua realizzazione dei primi sistemi sociali complessi ma, non da ultimo, servirono a spiegare ciò che, in quell’epoca, non potevano sapere, soprattutto riguardo ai molteplici fenomeni naturali, compresa l’esistenza degli esseri umani e la formazione dell’universo, terra compresa.

Dobbiamo ammettere che, alle volte, con mirabile e sorprendente intuizione, logica e tantissima fantasia, si avvicinarono sensibilmente a ciò che oggi sappiamo grazie alle attuali conoscenze. Tuttavia, credo che, per quei pastori e viandanti, il ripetere e il variare tali racconti, oltre ad assolvere alla più razionale ed evidente forma di trasmissione orale di una cultura, quando ancora la scrittura era predominio di pochissimi, dovesse rappresentare uno svago, una sorta di primitivo ed improvvisato teatro all’aperto in cui, il narratore, vestiva i panni anche dell’unico attore.

Magari, con il passare del tempo, al monologo si aggiunse un primo strumento musicale che serviva ad aumentare l’attenzione, sottolineando certi passaggi o situazioni essenziali.

Ed ecco un primo “aedo ante litteram”.

Facile intuire che, con il reiterarsi di tale abitudine, anche gli spettatori, una volta appreso il senso e il valore del racconto, iniziassero a partecipare attivamente, dando luogo ad una forma teatrale più complessa ed articolata, vicina a quella che oggi conosciamo.

Sinceramente, non so se questa mia teoria possa essere più o meno fondata ma, giacché nell’architettura templare avvenne più o meno la stessa cosa, poiché nelle varie epoche, i templi, altro non furono se non la riproduzione e l’adattamento, a dimensione maggiore e con le dovute varianti spettacolari, dell’usuale modello abitativo civile, con tanto di ovile (templum in antis).

Potrebbe, quindi, trovare spazio anche la mia idea sul teatro originato dall’ampliamento di ciò che, a volte, avveniva attorno ad un fuoco di bivacco. Tuttavia, per me, questo accadeva sempre ed esclusivamente all’interno di un chiuso e ristretto mondo ellenico.

Poi, studiando sumeri, babilonesi e assiri, con le loro fantastiche leggende, miti ed eroi, scopro che tutte quelle storie, provengono proprio da questi popoli, anziché dai greci; compreso Enea, con sommo rammarico per Augusto ed il suo prezzolato “demagogo” Virgilio! Nonché, “Romolo e Remo”, il “fico ruminale”, Noé, e tanti altri, anche se con differenti nomi.

Scoperta, questa, tutt’altro che nuova, dettata, senza ombra di dubbio, dalla mia soverchia ignoranza, ma che inevitabilmente mi riporta di nuovo alle mie vecchie idee, con l’unica variante del luogo.

La mia visione non fa altro che cambiare bivacco, trasferendosi, come per magia, da un ruvido e calcareo paesaggio agreste ellenico punteggiato di ulivi, ad uno desertico, non troppo distante da due mitici fiumi: il Tigri e l’Eufrate!

Ed è qui che ambienterò il mio racconto, o meglio, quello che tenterò di spacciare come tale. Scomodando persino un re, grazie al quale e, grazie soprattutto alle sue 24000 tavolette di storia riguardante la loro società, vita e cronaca, noi riusciamo a comprendere meglio l’attuale presente e, forse, chissà, anche il nostro futuro.

Per carità, non voglio minimamente competere in fantasia con i miei antichi predecessori; quelli sì, che sapevano inventar storie! Anche senza saper leggere e scrivere. E, se non fossi stata “obbligata” dalla mia insegnante, non avrei mai scritto nulla in merito, soprattutto … per evitare inutili, brutte figure! Anche perché, un conto è trastullarsi con i propri insignificanti pensieri e fantasie, più o meno infantili, un altro è il dover pensare a qualcosa di valido, da mettere successivamente in bella forma, ordinata e filante.

Che gli dei mi aiutino! Se, almeno, avessi della “Se-bar-bi-sag” (birra). Forse potrei veder più chiaro anch’io, come, l’amico di Gilgamesch, Enkidu. Piuttosto alcolizzato. Ma, anche avendola, sono astemia!

Ma, come sovente si sente dire: necessità, fa virtù! Almeno, spero! Così, dopo un paio di giorni ed una nottata di fatica e, per merito del mio computer che, senza problemi, mi corregge e sforna sinonimi, eccomi a raccontare, con bella faccia tosta, la vicenda, ovviamente inventata, di un vecchio viandante sumero, babilonese o assiro che sia, non è importante, il quale, durante una sosta notturna, in un altopiano desertico, inizia a narrare, in vago stile “Rashomon”, al suo occasionale compagno di viaggio, la storia di un giovane compaesano, il quale abbandonerà il suo tranquillo villaggio, alla ricerca di un qualcosa molto particolare.

Storia che, quel vecchio viandante, per gran parte, inventerà, colmando con la fantasia, tutte quelle lacune e parti di fatti che non poteva conoscere ma che, proprio tramite questa sua invenzione, trasformerà, una piccola e banale realtà, forse, in un mito; di sicuro, in una sorta di piccola rappresentazione teatrale. Insomma, una piccola commedia, anche se non “Divina”!


La verità del giovane Nig Pur

—  Sì, era molto giovane, il “giovane” Nig-Pur. Come pure, tanti altri del suo villaggio.  Erano tutti molto giovani. Forse, troppo.   —

—  Ma tu, lo conoscevi bene?— 

—  Come tutti gli altri.  Però lui, lui … aveva qualcosa di diverso, qualcosa che lo rendeva speciale. I suoi occhi erano così vivi ed intensi che sembravano possedere la luce della purezza, della sincerità.   —

—  Ma dimmi, raccontami di lui!   —

—  Ormai, è passato talmente tanto tempo! Rivedendolo … non so neppure se potrei riconoscerlo. Sempre che sia ancora vivo! Ora dovrebbe esser vecchio, il giovane Nig — Pur! Forse, non vecchio come me, ma … non so!    —

—  Cosa, non sai?— 

—  Non so più se, quello che ricordo di lui, sia vero, oppure se è solo ciò che vorrei che fosse. Non so …   Quando qualcosa si allontana nel tempo della memoria, la fantasia gioca brutti scherzi. Può cambiare fatti, personaggi e, soprattutto … le intenzioni.    —

—  Che importanza vuoi che abbia? Tu racconta quello che la tua testa vuole ricordare, e per come lo vuole ricordare. Tanto, nessuno ha mai più visto il giovane Nig – Pur, da quanto mi hai detto mentre ancora eravamo in cammino!    —

—  Sì, è così. Nessuno l’ha mai più visto. Tutti credono di non averlo più visto, o …  non hanno più voluto vederlo. Chissà!    —

Distrattamente, quel vecchio dalla lunga barba bianca, con il corpo magro e asciutto, ancora tanto solido da potergli garantire il sostentamento, andava attizzando il fuoco con il suo bastone. Lo faceva con precisi colpi rapidi e, ad ogni urto, piccoli demoni scintillanti sembravano schizzar via dai quei grossi pezzi di legno, per buona parte arsi e, ogni volta, quei diavoletti prendevano vita. Una vita fatta di faville e fiamme contorte, come la verità.

La notte, in contrasto con il giorno, era gelida. A rinfrancare l’anima, solo la bianca luna amica.

Le stelle sembravano aumentare il loro indeciso tremolio, quasi a scomparire alla vivida luce del fuoco. Un chiarore che, allungando le ombre dell’infinita ragnatela dei sottili solchi cicatriziali, creati da un’intera vita passata sotto ogni genere d’intemperie, rendeva il volto del vecchio, ancora più rugoso. Ancora più assorto. Gli occhi, persi nel buio senza fine della notte, davano l’impressione che la sua mente ripercorresse, vagando a ritroso, lo spazio incolmabile che lo separava da quell’anteriore tempo presente del giovane Nig-Pur. Un presente che sembrava essere appartenuto al passato da sempre e, forse, mai esistito.

Il vento freddo si rompeva contro i bagliori del fuoco che, scaldando quelle folate, dava ristoro ai due viandanti, facilitando il racconto di uno e l’attenzione dell’altro.

I cani, finito di rosicchiare gli avanzi del frugale pasto dei padroni, si erano acciambellati vicini, quasi abbracciati, forse per infondersi coraggio o solo per scaldarsi vicendevolmente.

Poi, come risvegliandosi e sottraendosi dalle spire del passato, il vecchio riprese a parlare; mentre uno sciacallo lontano, inviava, affidando all’aria, la sua triste e monotona canzone, oltre il ricordo del giovane Nig- Pur, oltre le lontane colline rese appena visibili dal gentile e tenue chiarore lunare.

La bianca Luna
© Sputnik .
La bianca Luna

Il vecchio si sfregò le mani, avvicinandole al fuoco per scaldarle meglio e far circolare sangue più caldo nel corpo. Si ravvoltolò nella larga pelle di montone, (manto di giorno e coperta di notte) e, con voce sognante e malinconica, riafferrò quei ricordi quasi persi nei meandri della mente ….

Perché no? Perché non continuare il racconto? In fondo, solo lui era a conoscenza di quella storia, giacché con lui, Nig-Pur, parlò per l’ultima volta. Così come, sempre lui, fu l’ultimo a vederlo, o … l’ultimo a volerlo vedere. Oppure, l’ultimo ad aver voluto credere di averlo visto.

Ma questo, come già detto dall’altro viandante, non era poi molto importante ai fini della storia. Tanto, se uno non conosce il racconto in questione, vero o inventato che sia, cosa cambia? Serve solo a conoscere qualcosa in più e … passare un po’ di tempo.

 Le storie, servono a questo, no? 

Quella mattina, al villaggio, Nig-pur parlò con suo padre, uomo dallo sguardo antico e leale. Lentamente, si tolse l’amuleto che aveva sempre portato con sé, appeso al collo e, quasi a compiere un rito, lo donò al figlio.  Non che credesse ciecamente nella forza magica di quel povero e rozzo ciondolo, anzi …   E nemmeno perché quella pietruzza rappresentasse l’unica cosa che possedeva, ma solo per illudersi di poter creare una specie di prolungamento di se stesso, cercando, in questo modo, di restare vicino al figlio. 

Non v’era ombra d’alcuna tristezza nel suo sguardo, ma ciò non stava a significare che non ve ne fosse nel suo cuore. Con gli anni, aveva imparato a non opporsi al destino, quindi, neanche al desiderio del figlio, se ciò esprimeva la sua vera e ferma volontà, per assurda che potesse essere.

Nig-Pur raccolse le sue poche cose all’interno di una capiente pelle, che poi, con cura, ripiegò e chiuse come una sacca, fermandola con lacci di cuoio abbastanza lunghi da formare una specie di tracolla. Con una carezza, asciugò una lacrima che scivolava mesta sul volto non più giovane della silenziosa madre e, con passo deciso, si allontanò, andando dritto verso il cammino che lo avrebbe portato ai quattro angoli del mondo.

Uscì dal villaggio senza voltarsi. A fissare per sempre, nel suo ricordo, i volti dei genitori, dei fratelli, tanto da renderli immutabili, quasi immortali; fermi, a sfidare il tempo, come un monumento sacro.

—  Non fece mai ritorno al suo villaggio?— 

—  Che sappia io, no. Non tornò mai più. Neanche quando, molti anni dopo, una strana malattia prese entrambi i genitori e tre dei suoi fratelli. Uno dopo l’altro.   –

Il vecchio, raccontava tenendo gli occhi socchiusi, come per riordinare meglio i ricordi, o le sue invenzioni. Le braccia, poggiate sulle ossute ginocchia, protendevano le palme delle mani verso quelle lingue di fuoco, le quali, con il loro continuo agitarsi, infondevano tepore e coraggio nel corpo e nello spirito. Anche lo sguardo era preso e rapito da quelle fiamme allegre che stimolavano la fantasia e invogliavano al racconto. Quelle stesse fiamme che, in fredde e lontane notti come quella, videro, in quei luoghi aridi e disabitati, nascere tanti miti e, forse, diedero i natali persino agli Dei, prima ancora che, questi, “inventassero” gli uomini!

Se l’uomo originò dall’acqua, sicuramente, dei, miti ed eroi, presero forza e vita dal fuoco.

Dal fuoco di quegli antichi bivacchi, persi nel tempo e nella memoria delle mobili e mutevoli dune.

Acqua, fuoco ed aria. Elementi ai quali vengono affidati i sogni degli uomini.

Muovendo lievemente il capo, rivolse lo sguardo in alto, verso la luna, come a volersi accertare della sua rassicurante presenza.

—  Perché, il giovane Nig-Pur, volle lasciare il suo villaggio?— 

—  Per la più nobile delle motivazioni.   —

—  Si era innamorato?— 

—  Non per amore di una donna, ma per amore di qualcosa molto più nobile!   —

—  Cos’è, più nobile dell’amore?— 

—  Qualcosa di più elevato, qualcosa di sacro.   —

—  Voleva dedicare la sua vita a Marduk?— 

—  No! Un Dio, giacché è tale, non saprebbe cosa farsene della nostra vita! No, non desiderava dedicare niente a nessuno. Volle solo partire in cerca della “Verità”!   —

—  Ma quale “Verità”?  Di quale verità parli, vecchio?— 

—  La verità delle cose, dei pensieri, della vita e dell’esistenza. La verità della morte, della terra e del cielo!  Parlo di quella verità che è alla base d’ogni nostra azione, bella o brutta che sia. Quell’unica verità che ogni uomo custodisce gelosamente, senza neanche saperlo, nei profondi recessi del proprio cuore. Una verità che permette, a chi la trova, di poter leggere nella mente e nel cuore d’ogni essere umano, persino del proprio.   —

—  Tu già sogni! Non esiste una simile verità!   —

Il vecchio non replicò, limitandosi a sorridere bonariamente. Socchiuse di nuovo gli occhi e, quando li riaprì, il suo sguardo era di nuovo lontano, perso nella notte e nella verità del giovane Nig-Pur. Con fare assorto e distaccato, riprese a sollecitare il fuoco con il bastone, scuotendo lievemente il capo, forse a soppesare quanto appena detto.

—  Ma … sinceramente, dimmi, esiste una simile verità? E, se esiste, tu la conosci?— 

—  Certo che esiste! Dietro ad ogni cosa, c’è e si nasconde sempre una verità.   —

—  E qual è?— 

Non rispose a quella domanda diretta, ma continuò il racconto, più per sé che per l’altro.

—  Girò il mondo in lungo ed in largo. Visitò i quattro angoli della terra, senza mai fermarsi.  Conobbe tanti popoli e cercò i saggi d’ogni villaggio e di tutte le città che incontrò sulla sua via. Chiedeva a chiunque se sapessero la verità delle cose. Ricevette ben poche risposte e, di quelle poche, nessuna fu esauriente, attendibile. Dopo tanti anni, il giovane Nig-Pur, non era più giovane, ma in lui, la sete del sapere non era invecchiata come il suo corpo. Passarono molti altri anni ancora. Valicò montagne talmente alte da confondersi con il cielo. Traversò fiumi rabbiosi, laghi immensi e deserti, tanto infuocati di giorno, quanto gelidi di notte. Dopo altri anni, giunse fin dove si esauriva la terra ed iniziava l’acqua che non aveva più fine. Un giorno, con la barba ed i capelli ormai quasi del tutto incanutiti e, proprio quando la stanchezza e la delusione stavano impadronendosi del suo essere, una maga, senza neanche essere stata interrogata, gli disse che, colui che conosceva la verità delle cose, si trovava a Ninive, ed era il re Assurbanipal. Però, avrebbe dovuto affrettarsi, poiché nessuno è eterno, neppure un re!   —

 

Scrivendo queste cose, capisco la difficoltà del vecchio viandante. Comprendo i suoi silenzi, poiché faccio anch’io la stessa cosa, ovvero: prendendo tempo.

Non è facile inventare storie. Inizi e … non sai come proseguire. Certo, se avessi anch’io un fuoco da attizzare, forse sarebbe più facile. Purtroppo, nel mio tempo, i termosifoni non sollecitano molto la fantasia, specie in questo periodo in cui sono ancora spenti, in attesa del nuovo inverno.

Eppure … in qualche modo devo far finire il racconto del vecchio, prima che il loro fuoco si affievolisca del tutto e si spenga!

Non fosse altro, per non deludere l’immaginario compagno di viaggio e … la mia professoressa, ben tangibile e tutt’altro che immaginaria! E … ahimé, al contrario degli dei, non molto incline alla comprensione e alla benevolenza nei confronti di ciò che non vale almeno la mediocre sufficienza.

Ma, dico, con tanti personaggi che la storia mi mette a disposizione, proprio Assurbanipal dovevo scomodare? Era pure un Re un po’ strano, si vestiva persino da donna! Gran bevitore di “Se-bar-bi-sag” e, forse, proprio per questo aveva anche una filosofia inusitata, tutta sua e … ma sì, ecco il finale!

Era facile, no? Come schioccar le dita!

—  Ehi, vecchio, non ti sarai mica addormentato proprio adesso?— 

—  No, stavo riflettendo! Pensavo alla corsa contro il tempo che, il vecchio “giovane” Nig-Pur, dovette fare per arrivare a Ninive, per non perdere il suo appuntamento con il destino.   —

—  E ci arrivò?— 

—  Sì, giusto per veder bruciare la grande pira sulla quale il re si diede la morte, assieme ai suoi averi e a tutti i familiari, pur di non cadere in mano dei medi e dei loro alleati caldei   —

—  Allora, non riuscì nel suo intento?— 

—  Non ho detto questo.  —

—  Ma se l’unico che sapeva quello che lui cercava, era morto?— 

—  Spesso, la morte può cancellare un essere umano, ma non le sue idee! Aspettò che le acque si calmassero poi, quando l’eco della guerra si affievolì, e la vita tornò al suo normale fluire, prese a girovagare tra ciò che restava della splendida città, facendo domande, a chi era scampato, su quello strano re. Chiedeva a tutti quelli che avessero potuto sapere, direttamente o no.    —

—  E alla fine, riuscì a sapere …   —

—  Sì, un cumulo di fesserie, chiacchiere e maldicenze.  Ma, ancora una volta, la sorte lo aiutò. Incontrò un anziano scriba che aveva conosciuto il re di persona. Gli raccontò mille e mille cose, aneddoti, fatti e pensieri. Poi, improvvisamente, quale fulmine a ciel sereno, fra le tante cose dette, una frase lo colpì come una frustata!   —   

—  Quale?— 

—  Quel re, soleva ripetere spesso, quando qualcuno gli poneva delle domande difficili: “Nella vita, nulla vale! Quello che importa è: mangiare, bere e fare l’amore! Il resto, conta quanto lo schioccar delle dita!”    —

—  Allora? Cosa vuol dire?— 

—  Non hai capito? Aveva finalmente compreso ciò che voleva sapere! La verità era davvero quella! “Conta quanto lo schioccar delle dita!”    —

—  Ma uno schiocco di dita, non significa nulla, mica sono parole!   —

—  Appunto! Era una verità che, per essere conquistata, non richiedeva particolari sforzi né sacrifici e neanche colossali imprese. Bastava capirla. La verità è davvero uno schioccar di dita e nulla più, perché è qualcosa che non vuole parole, giacché: chi la sa, non la dice, e chi non la sa, non vuole saperla! Aveva finalmente compreso. Era riuscito a trovare ciò che tanto aveva cercato ma, da quel giorno, il giovane Nig-Pur smise di parlare, e nessuno udì mai più la sua voce, neanche una sola volta.   —

—  Perché?— 

—  Perché la verità è nel silenzio, non nelle parole! E, adesso, dormiamo, ché il cammino domani sarà lungo e difficile!    —

Il buio della notte abbracciò i due, con il nero cielo trapunto di piccole e tremolanti faville dei tanti bivacchi e che, sospinte dal vento, nei secoli, avevano formato il fievole firmamento; mentre lo sciacallo, lontano, continuava a lanciare il suo malinconico messaggio agli spiriti delle tenebre e alla flebile luna amica.

Beh, sembra che, bene o male, sia riuscita ad arrivare fino in fondo! Però, a questo punto, mi chiedo: “Se fosse stato tutto vero, che fine avrebbe fatto il vecchio “giovane” Nig-Pur, e soprattutto, perché la verità è nel silenzio e non nelle parole?

Per affermare la verità, qualcosa si deve pur dire! E, se il vecchio non aveva mai più visto il “giovane” Nig-pur, come faceva a conoscere tutta la storia?”

Accidenti! Mi devo sempre cacciare nei guai da sola! E adesso come potrei fare?

Per dare una risposta, dovrei inventare un finale nel finale, no?

Ci penserò sopra un pochino e, magari, dopo cena, lo scriverò. In fondo, anche il vecchio viandante racconta la sua storia dopo aver mangiato.

Nessuno seppe quale fine fece il “giovane”, né tantomeno se o quando morì. Di sicuro, non dovette esserci anima viva che lo pianse.

Non fu nemmeno eretto un monumento che potesse ricordare ai posteri chi aveva capito cos’era la verità; poiché non c’è persona che abbia così a cuore la verità, tanto che, nessuno, per un motivo o per un altro, la dice mai!

Ecco, perché non ha bisogno di parole, ma solo di silenzio! La verità, al massimo, si può solo intuire.

Se un giorno vi dovesse capitare di vedere il monumento funebre del re Assurbanipal o Sardanapalos, come lo chiamarono Erodoto e i latini, immortalato nell’atto di schioccar le dita, guardate molto attentamente e, in una di quelle falangi, forse vi sembrerà di vedere il piccolissimo ritratto di un giovane.

Il viso di un giovane vecchio dagli occhi così vivi ed intensi che sembrano possedere la luce della purezza e della sincerità, ma che morì, spiritualmente, assieme alla verità, nel momento stesso che quello strano re schioccò le dita per l’ultima volta.

Di questa mia conclusione, il compagno di viaggio del vecchio, non seppe e non saprà mai nulla. Come, d’altro canto, forse, persino il vecchio non sapeva esattamente cosa volesse significare quel suo racconto e, a dir la verità, visto che di verità si parla, fin qui, neanche io. Per cui, vediamo di continuarlo.

Ancora pensava a quella storia, mentre smuoveva le braci di quel che restava del fuoco ormai consunto. Il lieve chiarore, che già andava colorando l’orizzonte con le tinte tenui dell’alba, sbiadiva sempre più il bel cerchio della luna, annunciando un nuovo giorno di faticoso cammino.

Raccattò un po’ di ramoscelli e arbusti calcinati dal sole del deserto e ravvivò quel fuoco languido. Giusto il necessario per scaldarsi un po’, prima che il sole, scacciando del tutto l’aria fredda della notte, cominciasse a bruciare la pelle. Dalla sacca, cavò un pezzo di focaccia d’orzo. La bagnò con dell’acqua, per ammorbidirla, e la scaldò sul fuoco. Cercava di riflettere sulle ultime parole del vecchio, mentre sbocconcellava quel poco cibo tutt’altro che invitante.

Era davvero strano quel vecchio; mentre ancora dormiva, sembrava sorridere. Forse sognava cose buffe; oppure … sorrideva di lui?

—  Ehi, vecchio! Svegliati! Tra poco sarà giorno e dobbiamo riprendere il cammino.    —

—  Grazie!    —

—  Di cosa?  Non ho fatto nulla per cui tu debba ringraziarmi.    —

—  Non ringraziavo te, ma gli Dei!    —

—  Gli dei? E per cosa?— 

—  Di avermi regalato un nuovo giorno. Alla mia età, nulla mi è dovuto. Ogni nuovo sole che  vedo, è un regalo. Una concessione degli Dei.   —

—  Io preferisco non pensarci. Quando sarà …   —

—  Questo, per ora, è ancora il tuo privilegio.    –

—  Quale privilegio?— 

—  Quello di poter parlare della morte al futuro.   —

—  Anche tu non sei ancora morto! Quindi …    —

— Il mio futuro è ormai limitato a un esiguo e illusorio presente. Un presente che è solo momentaneamente in ritardo su l’unica cosa certa della vita.   —

—  I tuoi ragionamenti son troppo complicati per me. Io so soltanto che mia sorella è morta dando alla luce il suo primo ed ultimo figlio! Ed era poco più di una ragazzina. Di certo, non ho ringraziato gli dei!   —

—  Tuo nipote è vivo?— 

—  Sì, ed è anche già abbastanza grande. Non proprio un uomo, ma …  —

—  Ed è in buona salute? Sano nel corpo e nella mente?— 

—  Certo! Era di sangue buono mia sorella!   —

—  Allora, è lui che deve ringraziarli, non tu!   —

—  Sì, ma lei …    —

—  Oh, gli Dei danno, oppure riprendono quel che hanno dato. La vita è un prestito. Un dono temporaneo che ci viene concesso, ma anche tolto!  Possiamo forse impedirlo?— 

La discussione fu interrotta dalla prima luce del sole che iniziava ad affacciarsi sul mondo. Un mondo che si colorava di un rosa stupendo. Un colore talmente vivo, da far venire la voglia di ringraziare comunque gli Dei.

Delle tetre ombre della notte, restava solo il ricordo. Come anche del giovane Nig – Pur e, forse, neanche più quello.

Raccattarono le loro poche cose; gettarono sabbia sul fuoco, e iniziarono il nuovo giorno di cammino.

A metà della giornata, dopo aver valicato un’interminabile serie di collinette aride e pietrose, si fermarono per riposare e mangiare. Sedettero a ridosso di una grande roccia, al riparo dal sole cocente, ben contenti di poter fruire di quella provvida e fresca ombra. Bevvero la poca acqua rimasta, tanto, le sorgenti non distavano molto.

—  Nella tua vita, hai visto molti posti?— 

—  Abbastanza! Tanti da non poterne conservare un chiaro ricordo.    —

—  Avrai conosciuto molte persone. Saprai molti fatti, molte notizie. Perché non ne racconti  un’altra? Mi piacciono le tue storie. Anche se poi, non ne comprendo bene la fine.   —

—  Non c’è molto da capire. Il significato vero è in te. Se per te una storia significa qualcosa, devi solo decidere cosa debba voler dire. Ognuno di noi dà un significato differente ad ogni pensiero e fatto. Chiunque ha e dice la sua verità, non altre.   —

—  Non ti capisco bene. Una verità è una verità, come può cambiare da persona a persona?— 

Il vecchio raccolse il suo bastone e glielo mostrò.

—  Cos’è questo, per te?— 

—  Oh, vecchio, mi prendi per scemo? Cosa vuoi che debba essere? Un bastone, no?— 

—  Sì, è vero, per te è un bastone e, in effetti, lo è! Per me è diverso. Per me, questo, non è affatto un bastone!   —

—  Ah, no?— 

Disse con fare ironico

—  E che cos’è? Un nibbio, forse?— 

—  No, non è un nibbio e nemmeno un avvoltoio. Semplicemente un amico! Un fedele ed insostituibile amico.   —

—  Un amico?  Questa, poi …  —

—  Vedi, lui mi aiuta a scansare i sassi che incontro per la mia strada. Mi ci appoggio mentre cammino, e mi serve anche per difesa. Senza di lui, la mia vita sarebbe più dura, più difficile e, se cado, mi aiuta a rialzarmi. Come vedi, per me, non è un bastone! Piuttosto, direi, un ottimo amico. Da tutto ciò, puoi constatare che stiamo dicendo due cose ben differenti, eppure, abbiamo ragione entrambi.   —

—  Sei sempre così contorto! Però, da come hai detto tu …   Ma, non credo che possa andar bene per tutto.   —

—  Tu hai conosciuto mio fratello?— 

—  Certamente no. Fino a due giorni fa, non conoscevo neanche te!  —

—  Quindi, chi è per te, mio fratello?— 

—  Uno sconosciuto!   —

—  Hai ragione anche questa volta ma, quello che per te è uno sconosciuto, per me è mio fratello!  Per cui, la verità appartiene a me, come a te.   — 

Continuando a parlare, ripresero lentamente il cammino. Aiutandosi, con le parole, a sopportare la fatica e il caldo che rendeva difficoltoso il respiro, ma rendendo più breve il volgere del tempo.

—  Quindi, se ho ben capito, quando sorge il sole, significa che un nuovo giorno inizia, ma questo non vuol dire che tu abbia torto se, invece affermi che segna la fine di una notte! Anche se così dicendo, dici tutto il contrario di quello che ho detto io, giusto?— 

E, un passo dopo l’altro, parola dopo parola, rincorrendo la sfaccettata realtà della verità, si accompagnarono con quei pensieri, per tutto il percorso del sole, fino alla fine del suo grande arco nel cielo ma, stando alle idee del vecchio, anche il sole, poteva ben dire di aver accompagnato lui, quei due strani viandanti, senza paura di mentire.

Se la verità delle cose del giovane Nig-Pur, era una verità assoluta, definitiva, quella degli uomini, sembrava essere fatta di tante verità relative. Allora, tutto lo sforzo di Nig-Pur era stato vano?

“Dipende! ” Direbbe il vecchio. Dipende dalle persone e dal loro modo di vedere e, se qualcuno afferma che esiste una verità assoluta, ha senz’altro ragione! Come pure, però, ha ragione chi afferma che la verità non è mai assoluta. Ecco perché, all’inizio, ho fatto riferimento a “Rashomon”, permettendomi di “rubacchiare” o traslare le diverse e contrastanti verità descritte nello stupendo film di Akira  Kurosawa.

Le ombre si allungavano sempre più sull’accidentato terreno, ad indicare la fine di un altro giorno, oppure, senza tema di smentite, l’arrivo di un’altra notte.

Trovarono un buon posto per dormire e per accendere un nuovo fuoco ristoratore.

—  Sono contento di averti conosciuto, vecchio. Mi aiuti a comprendere quello che non sospettavo neanche che dovesse o potesse esistere. Come il fatto che vi sono sempre due verità. Se una cosa è chiara, e lo è veramente, ciò non vuol dire che non possa o non debba essere scura. Dipende da come si guarda o da chi la vede.  —

—  Certo, ma se esiste una verità diversa dall’altra, esiste anche una menzogna che potrebbe essere anche verità.    —

—  Eh, no! Questo non posso crederlo. Come potrebbe mai essere possibile?  Una cosa o è vera o è  menzogna, e viceversa.    —

—  No, è più semplice di quanto tu non possa credere. Per esempio, se desideri tanto una cosa, sopra ogni limite, e la desideri per tanto tempo; beh, proprio il tempo, con il suo fluire, potrebbe cancellare talmente bene alcuni particolari, da farti credere che la cosa che avevi tanto desiderato, in un tempo per te ormai troppo lontano, eri riuscito ad ottenerla. Da quel momento in poi, tu crederai d’averla avuta, convinto di dire la verità, pur essendo una menzogna.   —

—  Forse ho capito anche questa! Se credo di aver visto una persona, e me ne sono veramente convinto, alla fine potrei giurare d’averla vista, sicuro della mia verità, che però è una menzogna. Giusto?— 

—  In pratica, sì. Tutto si può asserire che sia vero. Oppure, che non lo è, pur essendolo!  Spesso, come nel caso del “desiderio”, dovremmo dire che non è vero quello che è vero, quanto ciò che invece, vorremmo che sia vero. Ma, questi, sono esempi chiari, lineari. Esempi ingigantiti come la polvere su di un petalo di rosa posta sotto una goccia di limpida e fresca rugiada. La realtà è più subdola, più sottile e meno percettibile. Tanto che, in alcuni casi tutt’altro che rari, riesce, a torto e a ragione d’ambo le parti, a scaldare gli animi. Tutto questo, mi ricorda la storia della bella Zoraide…    Ma ora è tardi, ricordamela domani.    —

Gettò ancora un po’ di legna sul fuoco e chiuse gli occhi, mentre il suo interlocutore cercava di ricordare quante verità potessero essere ammissibili in uno stesso fatto e, sotto quante forme si potesse presentare una verità o una menzogna.

Certo, anch’io so, perché mi è stato detto e spiegato, che tutto è relativo. Però, credo che il vecchio abbia esagerato un po’, oppure no? Di sicuro, sto morendo di curiosità circa la storia della bella Zoraide. Chissà chi era e se era bella davvero. Ma cosa sto pensando? Il vecchio non esiste, sono io che invento storie. Gira gira, finisco davvero con il credere all’esistenza di questo vecchio saggio.

Vuoi vedere che ha ragione lui? Tutto è relativo e, alla fine, si finisce con il credere ciò che non è vero, ma che, magari vorresti che lo fosse! Come l’esistenza di Nig-Pur.

Certo, sarebbe bellissimo, soprattutto comodo, conoscere un vecchio saggio così! Non è vero?  Perché non esistono più? Forse per via che da noi non ci sono deserti? Oppure, più semplicemente, non li riconosciamo poiché non vanno più in giro con una cappa di montone e con la lunga barba bianca. Tutta colpa della moda!

Dopo molti giorni di viaggio e … altre storie, i due arrivarono al bivio dove i percorsi si separavano, così come anche le loro vite, momentaneamente unite dal deserto. Quello stesso deserto che ora ne divide e ne distrugge tante. Troppe altre.

Si salutarono, come da tradizione, abbracciandosi e porgendosi gli auguri rituali. Anche i cani lo fecero a loro uso, annusandosi e scodinzolando. Poi, proseguirono ognuno per la propria via, accompagnati dal festoso e continuo andirivieni dei cani.

Dopo poco, però, il più giovane si voltò gridando:

—  Ehi, vecchio! Non mi hai mai detto il tuo nome?  Chi sei?— 

Il vecchio non si fermò. Non si voltò nemmeno a guardare un’ultima volta il suo interlocutore. Proseguì con lenta andatura, abbassando lievemente il capo, quasi a nascondere un impercettibile sorriso, mentre, con voce leggera, inudibile, parlando a se stesso, sussurrò appena:

—  Nig – Pur, il mio nome è:  Nig – Pur!   —

E continuò a camminare, appoggiandosi ad ogni passo al suo fedele amico-bastone, sotto quel sole che, scacciata la pallida amica notturna, si sollevava sempre di più, sempre più forte, su quella strana terra di “Uomini, Dei ed Eroi”.

 

 

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