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    Liberi e Uguali, la fiamma di FdI: cambia tutto, ma non la politica

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    di German Carboni
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    In questi giorni a cambiare non sono stati gli orizzonti del Paese, la visione che si vuole realizzare di esso e della sua società, non cambia il modo di fare politica autoreferenziale dei ceti alti, ma cambiano solo i simboli e i nomi dei contenitori.

    La politica italiana si avvia verso le elezioni politiche del 2018 in fermento.

    La campagna elettorale non si è mai interrotta, dal governo Renzi in poi ogni notizia, ogni azione, dai referendum costituzionali, alle difficoltà dell’ATAC, sono non inscritte in grandi visioni o storie, ma estrapolati e sfruttate nel breve termine del ciclo politico dettato dalla legislatura, in poche parole come elementi di campagna elettorale con lo scopo di rafforzare la propria posizione nei sondaggi o danneggiare quella altrui.

    Questa sembra essere la cifra della politica detta “post-ideologica”, ma sarebbe più corretto definirla sistemica, cioè inscritta nel quadro economico, istituzionale, ossia nel sistema, al punto di finire per reputarlo scontato insieme all’ideologia che lo sostiene.

    Oggi i partiti politici sono poco radicati nel territorio, non hanno una visione di lungo termine che li sostiene, ma sono più comitati elettorali, cricche di un ristretto ceto professionale proveniente quasi esclusivamente dalle fasce abbienti della società, da compagini come quella degli imprenditori, degli avvocati, degli accademici, dei medici.

    Questo non stupisce, con la spoliticizzazione delle fabbriche, delle università (grazie anche alla cooptazione nel sistema di quelli che furono gli animatori dell’antagonismo e qui il pensiero non può che volgere repentinamente a tutto il ceto politico del PCI ad esempio), senza partiti capaci di fare formazione politica, fornire gli strumenti di sostegno per l’attività di governo, la politica si rivela un’attività costosa in tempo ed in danaro.

    Ciononostante la politica in questi giorni sembra fiorire, sulle pagine dei giornali, nelle bacheche dei social network la partecipazione e l’entusiasmo di fronte ad annunci e riunioni sembra alle stelle. Nello specifico mi riferisco al Congresso di Fratelli d’Italia e alla presunta rinascita della Sinistra con “Liberi ed Uguali”. La campagna elettorale ininterrotta sembra in questi giorni avere dei picchi.

    Al Congresso di Fratelli d’Italia si è confermata la Meloni come leader del partito. Interessante il fatto che continui ad essere l’unica leader di una forza politica di primo piano nel Paese e soprattutto fa un certo effetto considerando la dirigenza tutta al maschile di “liberi ed uguali”. Insomma non è cambiato nulla a parte il simbolo.

    ​Questo è di fatto uguale, con la differenza di non guardare più alle sue radici con la cancellazione del simbolo di AN. Si parla così tanto di questo “nuovo simbolo” sui giornali e davvero non si capisce perché, tanto rumore per nulla.

    Di cambiato forse sono le idee del leader di FdI, che da giovanissima Segretaria di Azione Giovani festeggiava la sospensione della leva obbligatoria nel 2004 dichiarando al Secolo XIX “Quello che molti consideravano “un anno perso” diventa un'opportunità lavorativa per i giovani” e ora ne chiede a gran voce la reintroduzione sulla scia di Salvini.

    Ma sono passati anche 13 anni. Ben meno è passato da quando nacque Fratelli d’Italia e si decise di avere nel proprio emblema il simbolo di Alleanza Nazionale (e quindi anche quello dell’MSI) e questa decisione, se non essere più appetibili verso un elettorato maggiormente centrista, difficilmente avvicinabile al mondo che MSI e AN rievocano, ha poche altre spiegazioni.

    AN non se n’è andata per via di una nuova visione del modo di fare politica, ma per puro calcolo di comodo, tatticismi in vista del 2018.

    Dall’altra parte dello spettro politico a Roma tre gruppuscoli minoritari si fondono, senza alcun processo partecipato dal basso sui territori, in un’unica lista che si dice di sinistra, col nome di “Liberi ed Uguali”.

    Il nome più che all’esperienza del PCI, si richiama a “Giustizia e Libertà”. Tuttavia l’idea di un socialismo capace di coniugare la libertà con l’eguaglianza non era poi estranea al PCI, oggi si ricorda soprattutto la sua popolarizzazione con Berlinguer. È una lista su questo solco quindi? No. Come il nuovo simbolo di FdI anche i tre moschettieri (più D’Artagnan ovviamente) di liberi ed uguali hanno paura della storia e nessuno di loro parla di socialismo.

    Qualcuno parla di Art. 1 per riferirsi al lavoro, ma si dimentica che il lavoro citato in costituzione è inteso come fattore di produzione irriducibilmente contrapposto negli interessi al capitale, un lavoro quindi inserito in una visione, che se non critica per alcuni, per tutti riconosceva delle criticità radicali nel modo di produzione capitalista. Tutto questo però manca ed una lista che ha per nome due concetti giganteschi e importanti, di fatto si occupa di tematiche a breve termine, collegate al ciclo politico, ma senza visione e senza anima, forse con un po’ di sentimento, ma nulla di più.

    ​Per questi il lavoro vuol dire jobs act, in funzione totalmente anti-renziana e non inserita in un’idea più grande di creazione di spazi di democrazia sul posto del lavoro, di capacitazione (o empowerment come si suole dire oggi) dei dipendenti, forse uguaglianza vuol dire ius soli in contrapposizione diretta al centro-destra, senza un dibattito serio sul significato di cittadinanza in società globalizzata attraversata da flussi in cui non si può eludere, da una parte e dall’altra, il rapporto tra cittadinanza, comunità politica e destino del territorio che questa abita e (si spera democraticamente) governa.

    Non si sa se tra loro parlino anche della possibile incompatibilità tra uguaglianza e sfruttamento dell’uomo sull’uomo o universalismo democratico-liberale in politica estera, è lecito dubitarne.

    Questa politica puramente elettorale non stupisce se diamo un’occhiata al profilo Twitter di Speranza, uno dei fondatori della lista (a fine legislatura), solo 3 anni fa (ad inizio legislatura).

    Il 30 Novembre 2014 scriveva:

    “Grazie a tutti i @Deputatipd che in una settimana intensa in aula hanno permesso approvazione Jobs act e legge di stabilità. @pdnetwork”.

    La disciplina di partito spiega il voto, ma non i festeggiamenti, le prese di posizioni sui social network e ringraziamenti per dell’abolizione dell’art.18 dello statuto dei lavoratori e con esso del lavoro stabile per le presenti e future generazioni. Oggi a gran voce richiede agli stessi deputati PD che ringraziò, la reintroduzione dell’art. 18 che contribuì attivamente a cancellare condannandoci alla precarietà.

    Quindi? Quindi o costui è inaffidabile o non agisce su una logica di lungo termine, sulla base di idee e valori su cui modellare il Paese, ma su una logica di ciclo politico, interessata all’obbiettivo immediato dell’elezione. Se questa è la logica alla base dell’azione politica di “Liberi ed Uguali” allora non è nato nulla di nuovo, non di certo la sinistra, ma solo l’ennesimo soggetto che si propone di portare avanti quell’attività politica sistemica di cui si è parlato all’inizio, offerta in gradazioni tanto simili, da confondersi, da tutti gli altri.

    In questi giorni a cambiare non sono stati gli orizzonti del Paese, la visione che si vuole realizzare di esso e della sua società, non cambia il modo di fare politica autoreferenziale dei ceti alti, ma cambiano solo i simboli e i nomi dei contenitori.

    Un cambiamento che è l’emblema stesso di una politica di pochi, vuota di contenuti e di puro asservimento all’esistente.

    Tags:
    Elezioni politiche 2018 in Italia, Italia
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