03:23 25 Maggio 2018
Roma+ 16°C
Mosca+ 14°C
    Due ragazze posano davanti alla foto dei leader coreani Kim Il Sung e Kim Jong IlReagan e Gorbachev firmano il trattato di non proliferazione

    Guardo Kim e penso alla firma di Gorbachev sul quel trattato (e non solo)

    © REUTERS /
    1 / 2
    URL abbreviato
    di Mauro Lauretano
    360

    Ho un sogno. Incontrare Kim. Il leader nordcoreano. Per vedere dal vivo i test missilistici di cui parla tutto il mondo.

    L'ordine firmato da Kim per effettuare il test del missile Hwasong 15
    © REUTERS / Kim Hong-Ji
    L'ordine firmato da Kim per effettuare il test del missile Hwasong 15

    Magari in quella occasione riuscirei ad esaudire il mio sogno. Come quale? Chiedergli un autografo. Sarebbe una di quelle cose che dopo averle fatte pensi ora  "posso morire anche domani" e visto quello che si legge, non è detto che se succede andrà a finire diversamente.

    In realtà i politici non mi hanno mai interessato. Non li reputo in possesso di nessuna qualità, se non quella — che qualità non è — di cercare e ottenere il consenso dalle masse. Non sono ammirati per qualche merito oggettivo ma semplicemente perché dicono ai loro elettori di riferimento quello che si vogliono sentir dire per mantenere i loro privilegi.

    Non ho quindi autografi di politici, eccezion fatta per uno, a cui l'autografo non lo chiesi in quanto politico ma — nel pieno abbaglio dei miei vent'anni — in quanto personaggio del mondo della musica. Anche se indirettamente, molto indirettamente.

    Mi avevano bocciato in quinta superiore. Il placido e tranquillo Mauro, tutto casa e scuola, a un certo punto aveva deciso inconsciamente di ribellarsi, sentendosi stretto nei panni di bravo ragazzo. Avevo iniziato a girovagare per assecondare la mia passione, a vivere di brividi che nascevano nel momento del concepimento del mio piano e raggiungevano il loro culmine nel momento in cui si concretizzava o meno. E questo, come poi si sarebbe visto, a scapito dei risultati scolastici.

    Due oligarchi russi ad una festa
    © Sputnik .
    Due oligarchi russi ad una festa

    Mio padre soprattutto la prese male, non proferì parola per tre giorni finché sentenziò che per un anno avrei dovuto lavorare così avrei apprezzato di più il valore dello studio. I risultati non furono proprio quelli sperati da lui, tant'è che la mia prima esperienza lavorativa mi fece apprezzare la praticità del lavoro e i suoi immediati risultati in contrasto alla procrastinazione dei benefici dello studio. Troppo guardare in avanti, troppo aspettare. Le attese meglio riservarle alle star.

    All'epoca, e parlo del periodo 1998-1999, era ancora possibile trovare facilmente un lavoro che non fosse troppo qualificato, tant'è che ho pena per i ragazzi che oggi hanno la mia età di allora, costretti a faticare per trovare pure quello, ammesso che ci riescano.

    Complice un amico di famiglia, iniziai a lavorare sulle navi da crociera come fattorino col mio bel libretto di navigazione in tasca. Entrai nelle simpatie di un ricco russo, tale Anatolij, di quelli che iniziavano a viaggiare negli anni Novanta dopo la caduta del muro. Un po' pacchiano nello stile ma molto generoso d'animo — e nelle mance, soprattutto.

    Oltre a questo mi piacque fin dal primo incontro per il suo nome strano, (dopotutto in storia dell'Antica Roma presi l'unico 8 delle superiori) e per i suoi indomiti tentativi di farmi assaggiare la vodka, che teneva sempre di scorta.

    Io rifiutavo, dopotutto ero in servizio, ma lui non ci rimaneva male. Anzi. Lo riteneva un segno di affidabilità e fu per questo che prese ad assegnarmi dei vari lavoretti extra, che lui invece non si trovava in condizioni di fare.

    Una volta, in concomitanza con l'attracco della nostra nave a Sanremo, mi fece comprare un regalo molto costoso per una sua amante, parcheggiata in un hotel di lusso e impossibilitata a incontrarsi con lui perché era in viaggio con la moglie.

    Peccato che a Pavia non c'è il mare, pensai col senno di poi, altrimenti gliel'avrei fatta ordinare da Annabella quella pelliccia, che invece mi toccò acquistare con enorme difficoltà in una boutique del centro di Sanremo. Tra l'altro, visto che l'amante si chiamava Anna, il regalo le sarebbe piaciuto ancora di più.

    ​Invece, in un italiano maccaronico quanto il mio inglese (che insieme a matematica fu la materia che determinò la mia bocciatura) Anatolij mi spiegò dove andare e mi scrisse su un foglietto cosa chiedere, ma mi lasciò in tasca solo dei dollari, che puntualmente alla boutique non accettarono.

    O meglio, la commessa appena vide i biglietti verdi cambiò idea su quel ragazzo un po' impacciato che si ostinava a chiedere "una pelliccia di visone ed ermellino" come mi scrisse su un foglietto Anatolij, senza mettere nessun trattino. Il titolare invece più che amare i biglietti verdi, vantava nel suo ufficio le foto del figlio arruolato nei baschi verdi della Finanza e mi accompagnò in banca per cambiare la somma dovuta (non ricordo più quanti milioni di vecchie lire).

    Recapitai comunque la pelliccia (di visone) ad Anna e, quando scesi nella hall, vedi un nutrito gruppo di persone che ne circondavano una, anziana, ma non vecchia.

    Chiesi chi fosse a uno degli inservienti, che mi rispose lapidario: "Gorbaciov".

    Erano i giorni del festival e io, nell'ingenuità dei miei vent'anni, pensai subito che si trovasse lì in veste di ospite speciale. Da bambino, infatti, ricordo spesso mio zio che si divertiva ascoltando un 33 giri il cui refrain ripeteva: "Tovarisch Gorbaciov".

    Andai incontro a quel piccolo nugolo di gente cantando quel ritornello, che fece storcere il naso agli altri ma fece proferire in una risata proprio Gorbaciov, divertito, mentre la moglie Raissa aveva una faccia sbigottita, sorpresa ma più divertita che infastidita.

    Iniziai a farfugliare le parole apprese dal ritornello e dal ricco Anatolij (spasibo, khorosho, prekrasno e poche altre) e, mentre gli altri fecero per allontanarmi, Gorbaciov, persona affabile, fu ancora più divertito e mi invitò a non temere nulla.

    Restai lì e gli chiesi un autografo, cosa per cui fu sorpreso: come capo di stato era sì abituato a stare sotto i riflettori, ma porre le firme su documenti di tutt'altro spessore rispetto ad un blocnotes monocromo a quadretti.

    Mikhail Gorbachev e George Bush senior
    © Sputnik .
    Mikhail Gorbachev e George Bush senior

    Fu quello il mio primo e unico autografo di un politico, che approcciai più come una pop-star. Strana casualità ma fu quella l'ultima volta che improvvisai perché capii definitivamente che la carriera di un cacciatore di autografi non si snoda fuori dal Centro Palatino, con la massa, ad aspettare le starlette ma negli alberghi di lusso, dove vanno gli ospiti d'onore, in cui le lunghe attese vengono ripagate da un faccia a faccia, non da un foglietto spiegazzato allungato tra decine di altre braccia.

    Questione di gente giusta, di contatti giusti, di informazioni giuste, di occasioni giuste.

    E lì capii anche che il popolo russo, da Gorbaciov, a Raissa, ad Anatolij, mi sta simpatico.

    Tags:
    festival, Kim Hyun Joong, Michail Gorbaciov, Ronald Reagan, George Bush, Corea del Nord, Russia
    RegolamentoDiscussione
    Commenta via FacebookCommenta via Sputnik