10:32 16 Novembre 2018
Coppia di anziani

Riscoprire il teatro per comprendere (n.2)

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di Marinella Andrizzi
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Luigi Pirandello, con le sue opere, ci aiuta, ieri, a capire il dramma che stiamo vivendo oggi come popolo. (seconda puntata)

Ogni popolo ha caratteristiche peculiari differenti, secondo le origini e tradizioni. Ma, a prescindere da tali eterogeneità, ogni popolazione si trova unita da un fattore comune: le religioni.

Ognuna all'apparenza diversa, ma compatte e coerenti nella propensione finale alla sottomissione.

Da millenni, la religione plasma e piega le menti degli individui. Assorbe loro la volontà con perversione, fino a rendere l'essere umano simile ad un innocuo cucciolo credulone e sottomesso al padrone, alla volontà divina. Ci si può ribellare a chiunque, ma non a un dio.

Infatti, l'avvento del monoteismo, cercherà in ogni modo di cancellare il politeismo romano e greco, poiché ricchi di esempi mitologici di ribellione agli dei. E, in alcuni casi (mitraismo), troppo simili alla nuova religione in essere (cristianesimo).

Un popolo sottomesso è prezioso per qualunque classe sacerdotale, poiché incapace di ribellarsi a ciò che crede derivi dal divino.

Ma anche le classi politiche arrivarono a comprendere l'importanza di “divinizzare le istituzioni” (Joseph de Maistre 1753 — 1821, massone al servizio del casato sabaudo) e, molto prima, con il Concilio di Nicea (325 D.C.) Costantino pervenne, fra le molteplici tematiche, tra cui l'eliminazione del problema dell'arianesimo, ad accordi tra classi politiche e sacerdotali (pace religiosa), giungendo “ante litteram”, alla succitata “divinizzazione delle istituzioni”, rendendo queste, sacre ed inviolabili. Almeno, così sperava.

Se non altro, precorse quello che fu, molti secoli dopo, l'assioma di De Maistre: “La politica e la religione si fondono insieme”.

In effetti, De Maistre, essendo al soldo della monarchia sabauda, aveva il suo tornaconto nel voler “divinizzare” le istituzioni, sperando, per interessi molto terreni, di rendere eterno ciò che per sua natura è transeunte. Di conseguenza, classi sociali elevate e sacerdotali, hanno avuto da sempre ottimi motivi per sottomettere e mantenere assoggettati i popoli, lasciando una facile e comoda eredità ai moderni politici.

A partire dalla rivoluzione francese (riducibile a semplice lotta di potere tra l'arricchita borghesia e la nobiltà, condotta sulle spalle del popolo ingenuo e ignorante), si apre la strada per la strategia della disinformazione, destinata a stimolare la credulità dei singoli individui. Azione facilitata (quella della credulità), poiché già ampiamente instillata nelle menti dalle religioni monoteiste.

Ma ora, fermiamoci un attimo e cerchiamo di capire cosa sia davvero un popolo.

In ogni vocabolario troverete la seguente definizione pomposa: “Collettività etnicamente omogenea, spec. in quanto realizza o presuppone anche unità e autonomia di ordine civile e politico … e alla conservazione degli elementi più caratteristici e validi del patrimonio culturale della nazione, come la lingua, l'arte, la cultura, la scienza.

Invece, sotto l'aspetto di collettività, troverete un'altra definizione: “Sudditi di uno Stato”. E qui, le cose cominciano a mettersi male. Qual'è il vero significato di “suddito”?

Ricorriamo ancora al vocabolario: “Sostantivo — Il soggetto che dipende dalla sovranità dello stato. Aggettivo — Sottoposto a un'autorità sovrana”.

Un suddito, è un sottoposto. Ossia, posto al di sotto di qualcuno. In breve, la rappresentazione lessicale di un individuo eternamente prono.

Continuando nella catalogazione linguistica, ci scontreremo anche con un'altra definizione di popolo: “Insieme di singoli individui identificabili con la classe sociale più numerosa e meno privilegiata, riconducibili al livello inferiore e anonimo della massa”.

Si comincia ad intravedere qualcosa? Le classi più abbienti, si collocano al di fuori del popolo!

Per i sacerdoti, siamo pecore. Un gregge. Certo, fanno ricorso al “buon pastore”, ma sempre pecore si resta. Un gregge, non è certo formato da entità senzienti, come inteso dalla moderna filosofia, inerente all'autocoscienza. Ancor meno pensa, ragiona, analizza e critica.

​Per i politici, ignoranti per antonomasia (infatti hanno scambiato il termine corretto “popolare” con quello errato di “populista”, derivato da un errore di traduzione dal russo), il popolo è l'entità da spremere per eccellenza, su cui far gravare tutto il complesso economico, finanziario e lavorativo. Basta solo fargli credere il contrario. Ma, soprattutto, il popolo rappresenta la “massa”! Ossia, l'insieme anonimo di ciò che ancora oggi potremmo definire come i nuovi “servi della gleba”.

Quel 90% della popolazione che paga tutto restando in silenzio. Se poi, con provvidi attentati terroristici (vedi “Cossiga e la strategia del terrore”), oltre a pagare, se ne stanno anche rincantucciati e impauriti, accettando supinamente di perdere ogni diritto, ben venga!

Eppure, si dice che i popoli tramandino le proprie tradizioni culturali costituenti il centro focale di coesione. E come no?

Visto che il popolo è solo inteso come massa. Ovvero il 90% dell'insieme dei singoli individui meno abbienti all'interno di uno Stato, provate a parlare, ad un operaio, dei grandi sistemi, dell'espansione dell'universo. Oppure leggetegli qualche paginetta di Catullo o Svetonio. Discettate animosamente sull'astrazione del “non finito” michelangiolesco e recitategli una bella poesia cimiteriale e… poi, sentite cosa vi risponderà!

Ma, allora, il popolo da chi è formato? (La risposta potrebbe apparire retorica, ma non lo è).

Come si è fatto abbindolare così bene per secoli e secoli? Possibile che nessuno si sia mai accorto di cosa avveniva attorno a sé?

Per esserci, ce ne sono molti che, in ogni epoca, se ne sono accorti ma …

Ma c'è di mezzo la pseudocultura. Ovvero, l'ignoranza e l'insipienza travestite da cultura. In poche parole, il semianalfabetismo che circola e alligna nelle classi medie. Quel 30% leggermente più abbiente dei meno abbienti e che, per paura di perdere il suo esiguo privilegio (si accontenta di 10 senza capire che avrebbe diritto a 100), stoltamente e senza mai porsi domande, in periodo di elezioni, garantisce al potere corrotto di restare in sella. Poiché quel 30%, convinto di essere colto, informato e quindi consapevole, è quello che, ancor più dell'operaio, ormai pragmatico per costrizione, abbocca alla propaganda inculcata tramite media, senza un minimo accenno di reattività critica.

Quello stesso 30%, illuso di essere intellettualmente evoluto e che, un secolo fa, restava muto, senza applaudire, alle prime rappresentazioni teatrali complesse di Pirandello, credendolo un pazzo o un visionario. Persino deridendolo, tronfi nei loro ridicoli “tight”, solo per distinguersi dalla massa, e con futili mogli ingioiellate al seguito.

Opere che già in quegli anni, ben lasciavano intendere la situazione in cui versava il popolo, la massa! Ma, soprattutto, rappresentavano un'analisi del perché, la massa, fosse come era.

Disamina che, se effettuata ancora oggi, ci condurrebbe alla nostra attualità, consentendoci anche di comprendere come sia possibile il tradimento da parte di partiti concepiti come popolari e basati sul popolo (fasci siciliani e defezione del partito socialista). Quindi, l'inutilità dei partiti stessi. Almeno, di quelli ben radicati all'interno del potere. Tralasciando quei pochissimi nomi di grandi sognatori illuminati, disprezzati da vivi, sbandierati da morti.

Il “potere” ha ereditato dalle religioni, la capacità di mentire, per sottomettere e sfruttare, cercando di allontanare sempre più la possibilità che il popolo possa capire e, di conseguenza, reagire.

Per ottenere ciò, ricorre alla disinformazione, partendo dalla manipolazione della storia che risulterà essere non più un punto di riferimento fisso, come erroneamente si potrebbe ritenere, ma per lo più rappresenta quel che si vuole che resti, nella memoria comune, di azioni compiute nel passato, ad esclusivo vantaggio del potere stesso.

L'altro cardine essenziale della manipolazione, è rappresentato dalla creazione delle ideologie che, sia pur sfruttando i concetti dogmatici (debito pubblico, privatizzazioni, giusto per citarne un paio), altro non sono, se non mere creazioni umane e, come tali, conducono volutamente alla non conoscenza della realtà. Poiché il sapere, costituisce la base essenziale per comprendere e persino per salvarsi.

Magari, semplicemente leggendo un libro o andando a teatro, sforzandosi però di analizzare il testo in chiave esegetica, riuscendo così a cogliere il grido di allarme lanciato, oltre un secolo fa, da Pirandello, per il tramite dei suoi personaggi, dai quali emerge l'unica importanza della massa, del popolo. Non per ciò che realmente è, ma per quel che rappresenta per il potere.

Ovvero: una moltitudine anonima e acritica, ma indispensabile e inconsapevole pedina di un gioco politico progettato e già considerato realizzato, sempre per interessi di pochi, a discapito di tutti.


I vecchi e i giovani”

In questa parte, potremo osservare la triste lungimiranza di Pirandello. Triste, poiché nella lenta ripetizione storica, anticipa la nostra attualità sociale, politica ed economica di distruttiva decadenza imposta per servilismo, corruzione, ignoranza e criminalità a vantaggio di pochissimi.

 “Ai miei figli giovani oggi vecchi domani”

​Il romanzo si apre con questa dedica, nella quale si esprime appieno la volontà dell'autore nel voler rimarcare il filo conduttore dell'intero romanzo: il contrasto.

Antinomia che si è rivelata fatale a tutti i protagonisti di due diverse generazioni e di due diverse mentalità e che prelude alla disfatta del mito risorgimentale.

L'importanza della dedica è di notevole rilievo, poiché utilizzata quasi a monito per chi dovrà cimentarsi nella lettura:

“Una sola cosa è triste cari miei aver capito il giuoco! Dico il giuoco che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori,come realtà ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione…(…) fuori di queste illusioni non c'è più realtà… E dunque che vi lagnate?”

L’accento è posto sull'errata necessità personale di percepire il proprio tempo come una realtà a sé.

Oggettività che si scontra con l'illusione stessa di poter voltare pagina senza conoscere quelle addietro; ed è in questo che Pirandello avverte l'autentico dramma.

Dramma che non può risolversi se non con la rovina totale, non solo dei protagonisti, ma anche di un vero e proprio contesto storico in netta antitesi con il diffuso pensiero dominante indotto.

In quest’opera, la storia è percepita sotto una veste del tutto unica, quella del “sentimento”.

O meglio: “della mancanza di sentimento”; poiché tutti i personaggi che rivestono una loro vera e propria identità, sono trascinati dai diversi contesti del momento, fino a prevaricare o a trascurare in gran parte la sensibilità dell'animo umano, con l'unico scopo di riuscire a prevalere attraverso l'intento di portare avanti la loro “giusta causa”.

Quindi, si è come sopraffatti dalla realtà stessa, percepita a tal punto opprimente da far venire meno anche quegli ideali ai quali si aggrappava disperatamente “Mauro Mortara”, il quale è di certo visto come un eroe, ma un eroe del tutto fallimentare poiché, in concreto, questi (gli ideali), non sono nient'altro se non ulteriori illusioni scritte e dette a loro volta dalle generazioni precedenti, con l'unico intento di poter avallare tutti i loro complotti.

Di conseguenza, non è solo un problema di generazioni, ma di storia stessa.

Storia costruita da uomini senza scrupolo e che hanno volutamente fatto finire “in una bolla di sapone”, l'utopia di un'Italia veramente unita.  

Il romanzo inizia con una descrizione alquanto dettagliata del paesaggio agrigentino di verghiana memoria:

“La pioggia, caduta a diluvio durante la notte, aveva reso impraticabile quel lungo stradone di campagna, tutto a volte e a risvolte quasi in cerca di men faticose erte e di pendii meno ripidi”.

La quale descrizione prosegue, senza però essere “contaminata” dalla visione del presente, in un'alterazione del paesaggio stesso, non dato da conseguenze naturali ma dall'incuria dell'uomo, non soltanto nei confronti dell'ambiente, ma anche e soprattutto verso se stesso:

“Pioggia e vento parevano un'ostinata crudeltà del cielo sopra le piagge della Sicilia, su le quali Girgenti nei resti miserevoli della sua antichissima vita raccolti lassù, si elevava silenziosa ed attonita superstite di un vuoto senza vicende, nell'abbandono di una miseria senza riparo”.

Descrizione essenziale, come anticipazione di una decadenza circostante, anche del passato governo, che continua ad aleggiare come uno spettro non del tutto dissolto ma che, a guisa di scherno, rimane nella sgualcita divisa borbonica di quel “capitan Sciaralla”, il quale si ritrova nello stesso paesaggio ostile mentre cerca di spronare la sua giumenta bianca lungo la ripida salita verso Valsania, dove il borbonico “Laurentano” ha deciso, di sua spontanea volontà, di rimanere in esilio.

Libera decisione che rappresenta una presa di distanza da chi “mantiene le redini del potere”, ma anche nei confronti di chi lo subisce. Nettamente schivo, manifesta il suo disappunto, anche a discapito della popolazione stessa la quale, seppure non descritta, più oggetto che soggetto, resta lì, con parole mai dette, a subire allo stesso modo del paesaggio circostante.

La realtà sociale.

“…Sono tutte calunnie, le solite, quelle che ripetono i ministri, facendo eco ai prefetti e ai tirannelli locali capielettori; per mascherare trenta e più anni di mal governo! Qua c'è la fame, caro signore, nelle campagne e nelle zolfare; i latifondi, la tirannia feudale dei cosiddetti cappelli, le tasse comunali che succhiano l'ultimo sangue a gente che non ha neanche da comperarsi il pane!…”

In questo dialogo emerge tutta la drammaticità di una realtà sempre più vicina alla voluta prevaricazione dei singoli e al totale disfacimento sociale.

Completa è la consapevolezza dell'autore che “parla” indirettamente attraverso i suoi personaggi, ognuno inserito all'interno della storia con una precisa collocazione e visione dei fatti accaduti, vivendo la drammaticità delle svolte politiche durante l'unità e acquisendo coscienza nel comprendere che quel che è esibito come “nuovo”, non rappresenta alcuna svolta, ma solamente consueti giochi di potere, a totale discapito di chi si trova indirettamente a subirne le conseguenze.

Pirandello era ben a conoscenza dello sviluppo, o meglio, dell'arretratezza, presente all'interno della Sicilia; in quanto, nonostante l'unità d'Italia, l'isola viveva ancora in un ambiente feudatario, sebbene fossero già state promulgate delle leggi contro tale fenomeno.

Leggi che però non furono applicate per molto tempo e anche la trasformazione di feudi e latifondi in allodii, non contribuì a garantire un effettivo sviluppo della media società piccolo borghese, poiché la maggioranza delle terre rimase in mano ai grandi signori ex feudatari o ai nuovi gabellotti arricchiti, tanto da far persistere il latifondo anche in quella società designata come “evoluta” nell'Italia post-unitaria.

Vi è, nell'intricata trama narrativa, particolare rilievo sulla questione sociale, dato dall'intento di scavare fin nelle fondamenta di questa popolazione, tanto da dividere l'umanità in due semplici categorie: sfruttatori e sfruttati.

Si pone l'accento sulla nuova figura emergente dei gabellotti, nata nel corso del XIX secolo in seguito alla tendenza dell'aristocrazia siciliana di trasferirsi in città, cedendo le terre dietro pagamento di una gabella.

Questi (i gabellotti), a loro volta subaffittavano le terre ai contadini, per far sì che vi fosse una vera e propria speculazione all'interno di tutto il complesso sistema economico che non portò altro se non un maggiore arricchimento delle classi sociali “sfruttatrici”, attraverso il sistema della mezzadria. Identica situazione è imposta oggi a livello industriale tramite le famigerate “privatizzazioni” e anche attraverso quegli “strani fiumi” che si disperdono in mille rivoli (appalti e subappalti).

​Non solo l'autore ha una responsabile e solida visione critica d'insieme di carattere storico ma, allo stesso tempo, riesce perfettamente a calarsi all'interno di questa massa di “sfruttati”, da dove emerge la loro connaturata inconsapevolezza e in cui rivive, attraverso gesti quotidiani e voci, quel mito della “roba”, mai realmente estinto neanche ai nostri giorni.

Si descrive un ambiente fatto di uomini che vedono solamente il loro piccolo terreno come una vera e propria conquista, con l'illusione di una ritrovata (mai posseduta) indipendenza.

In concreto, una popolazione totalmente sottomessa e succube degli eventi di cui non ha coscienza.

L'amara costatazione è, per l'appunto, quella della totale inconsapevolezza, fomentata a volte sotto la volontà di riscattarsi e che porta anche organizzazioni, come quelle dei fasci, a divenire un mero strumento politico atto a voler far credere alla massa di poter essere partecipe (parallelismo con l’attuale situazione politica), sia pur nell'inesorabile realtà dell'essere, come sempre, vittima della storia stessa.

Tuttavia, non è il sottosviluppo in se stesso a creare il dissesto economico-sociale, quanto l'essere ignari del proprio sfruttamento, tanto che un territorio ricco di risorse (da ricordare che durante il XVIII e XIX secolo la Sicilia era la più grande esportatrice di zolfo del mondo), abbia portato all'arricchimento solo ed esclusivamente quei pochi che, per incapacità e mancanza di lungimiranza, hanno fatto sì che non vi fosse un rinnovamento industriale, limitandosi nello sterile e brutale abuso della forza lavoro operaia, per vendere tali risorse sotto forma di semplice materia prima, per mezzo di stipule contrattuali con altri Paesi, come Francia e Inghilterra, con l'unico scopo d'avere, senza eccessivi sforzi, un discreto, ma anche il più semplice e primitivo rapporto risparmio-guadagno.


I fasci siciliani

L'autore sviscera e descrive perfettamente questo movimento e lo individua come una vera e propria illusione. Un'organizzazione atta, almeno agli esordi, a fare gli interessi dei lavoratori, ma non da questi del tutto compresa, tanto da essere vista e additata come una “chiacchiera” paesana.

Accadimento più casuale che altro e senza alcun peso specifico.

Insomma: una voce lontana! Forse troppo lontana, affinché possa portare un reale mutamento nella storia.

“C'era una chiacchera in paese, la quale di giorno in giorno si veniva sempre più raffermando, che tutti gli operai delle città maggiori dell'isola e le contadinanze e, più da presso, nei grossi borghi dell'interno, i lavoratori delle zolfare si volessero raccogliere in corporazioni o, come li chiamavano, in fasci, per ribellarsi non pure ai signori, ma ad ogni legge, dicevano, e far man bassa di tutto”.

La rivolta non è valutata come un estremo grido di sofferenza e povertà, bensì come una voglia inspiegabile ed irrefrenabile di distruggere tutto, compresa la legge che governa e tutela i diritti dell'uomo.

Persino la mancanza del timore di Dio, assieme ad una totale assenza di fede sono presenti in questa fase.

“Orbene, questo aveva fatto il nuovo governo! E come poteva più il popolo starsi quieto tra le tante tribolazioni della vita, se più la fede non gliele faceva accettare con rassegnazione e anzi con giubilo, come prova e promessa di premio in un'altra vita? La vita è una sola? Questa? Le tribolazioni non avranno un compenso di là, se con rassegnazione sopportate? E allora per qual ragione più accettarle e sopportarle? Prorompa allora l'istinto bestiale di soddisfare quaggiù tutti i bassi appetiti del corpo!”

Affermazione volutamente erronea, vista quasi con un sorriso beffardo dall'autore, poiché i fasci si basavano sulla fede cristiana del maggior numero degli iscritti, i quali, con piena fede nei confronti dei dogmi, situavano insegne religiose soprattutto all'interno delle sedi dei fasci rurali e, le immagini dei santi, per garantirsi la loro protezione, erano esposte durante le manifestazioni.

Pur tuttavia, cominciarono a mettere in discussione le istituzioni che, in alleanza con i ricchi feudatari e per puro opportunismo (rapporto descritto nel dialogo tra il monsignore e il borbonico “Ippolito Laurentano”), si appoggiavano dietro quella stessa fede che, al contrario, veniva identificata come insita all'interno del fascio.

Un altro problema di chiara rilevanza è rappresentato dal numero delle iscrizioni.

In effetti, i giornali dell'epoca, stimavano gli aderenti al movimento superiori ai 300.000 (dato alquanto improbabile, utilizzato a puro scopo propagandistico).

Più vicina alla realtà è la valutazione fatta da Giuseppe Sesales, capo della polizia del Regno d'Italia, già nominato un anno prima senatore, incaricato da Giovanni Giolitti nel 1893 e confermato da Francesco Crispi l'anno seguente, di svolgere un'inchiesta sui fasci e sul numero effettivo degli iscritti.

Detta relazione stimò che in tutta la Sicilia vi fossero 70.553 aderenti.

Questo numero eccessivamente ridotto, è sintomo di una non presa di coscienza del proprio stato sociale e della mancata percezione dei lavoratori di far parte di quell'ambito storico generato dal sentire comune di appartenenza ad un ceto piuttosto che ad una classe sociale.  (Oggi abbiamo la mancata percezione tra l’io e il noi).

​L'ancestrale mito de “La roba” non è così in nessun modo cancellato, ma resta come unica aspirazione, al punto tale che, anche quando da parte dei braccianti, nelle prime manifestazioni dei fasci agricoli, si manifesta l'intento di mettere assieme le proprie forze per riuscire ad ottenere la proprietà di un appezzamento di terreno, sin da subito, tale comportamento, scatena lotte di prevaricazione, immediatamente sfruttate, a proprio vantaggio, dai grandi proprietari e dai gabellotti.

Il clima che se ne può trarre da tutto il romanzo è senz'altro quello di una sfiducia totale, non soltanto nei confronti dei vecchi modelli, ma anche e soprattutto nei nuovi, poiché questi ultimi sono rappresentati da personaggi tutt'altro che competenti, pervicacemente fedeli a degli ideali quantomeno anacronistici, spinti da una convinta “fede” nei confronti di un partito (partito socialista) che in quel particolare momento storico non li rappresenta per nulla e, dopo il congresso di Reggio Emilia, li congeda con una tiepida e formale approvazione.

Tuttavia, il 1883 si può dichiarare l'anno della svolta.

Il partito socialista, che in un primo momento appoggia le richieste dei lavoratori tramite i Fasci, cerca sempre più a far divenire gli iscritti, sostenitori del partito stesso.

Quest'anno si può anche annoverare come l'anno degli scioperi di tutti i lavoratori, agricoltori e operai, uniti nelle diverse manifestazioni, alcune delle quali con risposte, da parte del governo, decisamente violente, con il proposito di cercare di tenere per quanto possibile sotto controllo la voce pressante di un popolo che non riesce più ad andare avanti. 

Un popolo che comincia a vedere in queste ribellioni, l'unica via per sopravvivere.

Queste voci, relativamente trascurabili rispetto alla totalità effettiva di braccianti e operai presenti sul territorio, riescono a raggiungere il cospicuo numero di novanta organizzazioni, al punto tale che il fascio di Palermo, per elevarsi a vero e proprio strumento politico, decide di affrontare il problema organizzativo e del coordinamento a livello regionale.

A tale scopo e a completamento di quanto già citato, si organizzano due congressi, entrambi a Palermo, in cui si dichiara che chiunque sia iscritto al fascio deve imprescindibilmente aderire al partito socialista.

Un secondo punto è quello de: “I patti di Corleone”, che fa sì che queste organizzazioni pervengano all'importante effetto di unire le forze provenienti dalla campagna con quelle delle industrie.

Quest'ultimo risultato, avvenuto subito dopo i due congressi palermitani, quale la modifica degli iniqui contratti di affitto da parte dei gabellotti e maggiori diritti per i lavoratori nelle fabbriche, in realtà non venne mai applicato.

Tale mancanza, responsabile di numerosi scioperi, anche se indirettamente e in minima parte, ottiene per taluni contadini, il riscatto delle terre di alcuni grandi signori feudali.

Tutto ciò, in previsione di una rivoluzione agricola da non poter più in alcun modo essere tenuta sotto controllo, suscita forte agitazione all'interno del governo.

Dopo le nuove repressioni dell'esercito inviato da Giolitti e confermato da Crispi dopo le dimissioni del primo, giunge, da parte del Partito socialista, una risposta nel congresso di Reggio Emilia in cui si decreta, a seguito dei numerosi scioperi, il distacco totale dal movimento siciliano, con la rottura nei confronti di qualsiasi movimento affine e, tutti coloro che aderivano ai Fasci, non sono più da ritenersi facenti parte del partito stesso.

Questa digressione, essendo il romanzo ambientato negli anni '90 del XIX sec., ha lo scopo di evidenziare come i rivoluzionari descritti da Pirandello, convinti di combattere una causa in nome del partito quando questo, già da qualche tempo, aveva voltato loro le spalle, siano in realtà fuori dall’attualità del loro stesso tempo storico.


La massa

D'altrettanto interesse è certamente la visione personale dell'autore nei confronti della massa, vista come un qualcosa d’informe e sempre pronta ad adattarsi supinamente a qualsiasi mutamento politico, anche contro i propri interessi.

Emerge in Pirandello l'intento di raffigurare, o di voler porre l’accento, sulla totale assenza di reale capacità di giudizio dell'intera popolazione che sembra mimetizzata con il paesaggio circostante, al punto di far ritornare alla mente Manzoni: “Un volgo disperso che volto non ha”, parlando dell'invasione dei franchi e dell'acclamazione di Carlo Magno, visto come un liberatore dall'egemonia longobarda.

Anche se, per inciso, i franchi erano altrettanto invasori, e il volgo si ritrova inconsapevolmente disperso nella propria ingenuità alimentata da mancate speranze ed eterne illusioni.

Ora, nell’attualità dell’esposizione narrativa, anche se sono passati secoli, la storia si ripete e la popolazione siciliana vuole credere di potersi sentire liberata dalla stretta borbonica, per poi ritrovarsi, seguendo lo schema d'azione politica dell'autore, nei già collaudati intrecci, sotto la morsa di piccoli personaggi acquiescenti, per questo sempre e comunque spalleggiati e voluti alle elezioni dai grandi proprietari di zolfatare.

Il concetto di massa è stato ampiamente trattato da Pirandello come anche da Manzoni, il quale lo identifica con la ricerca del “vero storico”.

Si può dunque raffrontarlo agevolmente con ciò che in Pirandello è individuato come una fugace realtà del tutto effimera.

Facendo una rapida comparazione tra “I promessi sposi” (capitolo XI e XII, riguardo al tumulto di San Martino) e la rivolta degli zolfatari ne: “I vecchi e giovani”, si può dedurre, sotto l'aspetto sociale, sia pur con differenti contenuti e intenti, un aspetto storico quasi del tutto immutato.

Aspetto riferito alla “massa”, innanzitutto intesa come insieme di cittadini dei ceti bassi e medio-bassi.  Massa in sostanza priva di capacità di analisi e che, nei peggiori momenti, si accontenta di sfogare la propria disperazione contro semplici burattini di turno, senza mai considerare i fili che li sostengono né, tantomeno, le mani, quasi sempre celate, che li muovono.

Insomma, una disperazione che, nell'intrinseca superficialità, si crede di poter placare con il vano e primitivo atto dello scagliarsi contro una banale immagine riflessa. (La stessa tecnica è attuata ancora oggi tramite scandali “ad hoc”).

La forte carestia, descritta da Manzoni, è sfruttata per rendere ancora più estenuante la vita della “massa”, in un altalenare di rincari e diminuzioni del prezzo del pane, senza dar più alcun guadagno ai fornai, così da indurre a un totale impoverimento e inasprimento la popolazione. (Oggi si usano le “crisi” ben programmate e sempre con il medesimo fine).

Gli sfruttatori, messi quasi in secondo piano dalla stessa rivolta, sono per l'appunto nuovamente i gabellini, i quali, quasi appartenenti ad altra realtà, restano lì impassibili a godersi la rivolta con l'assalto ai forni e ai fornai, anch’essi vittime di un sistema di sfruttatori almeno quanto il popolo stesso.

Quindi, sfruttati e sfruttatori. Questi ultimi, sfruttati nel loro stesso utilizzo.

 

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Teatro, Sicilia
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