19:56 18 Ottobre 2018
Un bambino sulle spalle di un altro bambino guarda oltre le mura che dividevano Berlino Ovest da Berlino Est

Viaggi Pianificati nel socialismo reale - 13° puntata

© AP Photo / Werner Kreusch, File
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di Luca Del Grosso
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Addio Muro! Ernesto ci parla delle sue incredibili vacanze nella DDR a poche settimane dalla caduta del Muro di Berlino. Agosto 1961 - Novembre 1989: un omaggio alla divisione più discussa della storia contemporanea.

La Germania dell’Est, paese che manteneva una discreta solidità nel campo socialista, senza particolari situazioni di degrado, abitato da un popolo che viveva con dignità nonostante le privazioni e la denuncia di un certo malessere, teneva duro.

Al tempo della mia visita, nell’agosto del 1989, non si percepiva nulla che potesse far pensare allo stravolgimento verificatosi alcune settimane dopo. Solo un occhio particolarmente esperto come quello di mia madre, che conosceva, da originaria della DDR, l’anima del regime, poteva riuscire a insinuare il dubbio partendo da piccole cose e ce lo manifestò.

Come in una particolare occasione, durante una visita ad un suo amico d’infanzia nonché di suo fratello Stefan, Micke (che non vedeva da quarant’anni), con cui trascorremmo un intero pomeriggio vicino a Dresda, in una bella casa, come tutte le case che vidi, dotata di un delizioso giardino. Io, mia madre, mio fratello, mio zio Stefan, Micke, due casse di birra accanto al tavolino, all’aperto, birra Radeberger Pilsner che lui e mio zio Stefan aprivano a rotazione, finita una ne aprivano un’altra e a fine giornata erano finite le birre… e non erano nemmeno così alticci… come per noi l’acqua, per loro la birra… cenno di nostra madre a cose strane.

Sopra la nostra testa, sui cieli di Dresda, passavano ogni dieci minuti gli aerei supersonici dell’Aviazione Sovietica. Esercitazioni. La presenza militare sovietica era imponente. Migliaia e migliaia di soldati. Passavano e ripassavano gli aerei. E Micke, barbuto, alticcio, sudaticcio, un po’ un chiacchierone, parlante esclusivamente uno stretto dialetto sassone paragonabile al nostro bergamasco dell’alta bergamasca, fece commenti sui soldati dell’Armata Rossa, usando un’ironia del tipo:

ah, bravi i nostri liberatori dell’Armata Rossa che vengono qua e guardano che a noi non succeda nulla! Salute! Prosit! Ed io e mio fratello, da buoni comunisti che andavano lì per cercare proprio l’Armata Rossa, dicevamo: “Che bravo, pensa il compagno Micke, che ogni volta che passano inneggia!”.

Mia madre poi spiegò che le cose stavano diversamente. Era strano che nel proprio giardino, dove chiunque poteva udire, ma anche nel proprio cesso si facessero esternazioni di quel genere sui soldati sovietici, neanche in quel modo, che probabilmente tutti avevano già imparato per evitare di essere sospettati di dissenso. Mia madre ci disse a posteriori che tutte quelle affermazioni a voce alta la facevano pensare. Qualcosa si stava muovendo. L’ironia sull’Armata Rossa ad alta voce non era cosa appropriata.

Nessuno si pronunciava pubblicamente sull’Armata Rossa. I toni erano bassi quando si parlava di politica. Io e mio fratello, giovanissimi, desideravamo ricercare e verificare ciò che in tanti anni avevamo sentito raccontare del socialismo. Da comunisti, quando incontravamo i soldati dell’Armata Rossa trasportati dai camion per le strade tra Dresda e i paesi vicini, noi salutavamo col pugno chiuso e sorridenti quei soldati col cappello su cui spiccava la stella rossa. Loro, anch’essi giovani, ci guardavano esterrefatti. Noi, biondi, salutavamo da una macchina tedesca e loro ci scambiavano per autoctoni. Si stupivano del fatto che li salutassimo con tanto entusiasmo. La gente di solito non li degnava di uno sguardo. Mia madre ci lasciava fare, il nostro non passava per atteggiamento ironico. Certe sottigliezze tipicamente italiane non c’erano in Germania. Se tu mi saluti, è perché veramente mi stai salutando, dopodiché rimane lo stupore.

Dresda è una città d’arte di valore indescrivibile. Si inserisce a pieno titolo nel gruppo delle grandi città europee. Vanta straordinari esempi di architettura e belle piazze, all’epoca ancora semidistrutte. L’Opera era interessata da lavori di ristrutturazione a sostegno delle parti rimaste. La devastazione di una vasta area non impediva che il teatro fosse fruibile al suo interno. Un anno dopo, al mio ritorno, a muro caduto, ma con ancora la DDR in piedi, vidi che avevano pensato di installare un pannello su cui era rappresentata la parte mancante a completamento della facciata. Quell’anno ebbi l’onore di assistere alla messa in scena dello “Zauberfloete” di Mozart.

Il teatro dell' Opera di Dresda
Il teatro dell' Opera di Dresda

Suonava la Filarmonica di Berlino. Un’esperienza da pelle d’oca. Ci andai con mia madre, indossando un vestito di mio nonno (non avevo portato vestiti adatti per l’Opera). A Dresda anche l’ultimo del popolo poteva permettersi un biglietto per l’Opera, però occorreva un minimo senso del decoro.

Per me fu un problema e anche per mia madre. Lei era vestita da contadina tedesca dell’Est, sembrava uscita da una fattoria ed io col mio vestito mezzo gessato, marrone, della prima metà del Novecento… ci stavo dentro almeno una volta e mezza… quasi da fare i risvolti ai pantaloni. Ci presentammo così.

La periferia e l’hinterland di Dresda erano fatti di piccoli paesi. Non c’erano solo casermoni, ma anche case alte al massimo tre piani, con un piccolo spazio di verde e un cancelletto. Le strade erano bucate dappertutto, chi guidava faceva zig-zag. I responsabili dei lavori di manutenzione erano dipendenti statali che non avrebbero perso l’impiego nemmeno se in una di quelle buche ci avessero messo la moglie, per cui se ne fregavano delle riparazioni.

Non mancava il cemento, mancava la voglia di fare. Il sistema si muoveva con estrema lentezza. Mio zio Stefan lavorava in una falegnameria per circa sei ore al giorno, con grande flemma. A cinquant’anni passati si sentiva “seduto”. Aveva una bella casa di sei locali che da noi te la sogni, uno stipendio normale, senza doversi particolarmente impegnare. Questa cosa lo aveva fatto “sedere”.

Lo aveva spossato, privandolo di spinta e di iniziativa. Non si poneva il problema della qualità, dei principi e dei diritti. Osservava placido quello che accadeva, godendo dell’essenzialità. Si pensava che in terra socialista non potesse verificarsi l’alienazione dal lavoro, ben conosciuta nei paesi occidentali. Non c’erano stimoli di nessun genere, non c’era altro dal momento che non ci si doveva più preoccupare del proprio contributo attivo alla produzione, alla distribuzione del prodotto e alla sua vendita.

C’era una redistribuzione continua di risorse limitate. La pianificazione era visibile, una pianificazione non progressista, però applicata con la capacità di essere vicini all’Occidente rispetto ad altri paesi dove c’era quasi sempre l’austerity. In Germania Est si vide una certa propensione a tenere il passo, sia per la vicinanza alla Repubblica Federale, sia per la cultura tedesca del lavoro. La gente era annichilita nel senso del non avere necessità, bisogni particolari. Erano gli stimoli americani e occidentali a spingere perché qualcosa nascesse. Per il popolo il pericolo era il “grande sonno”. 

Una delle gite che organizzammo fu quella ad Ober-Behrinburg, località sulla collina più alta della Sassonia dotata di favolosi impianti sciistici. Vi sorgeva la casa della mia nonna materna. Una casa incredibile: chalet in stile alpino-tedesco su quattro piani, venticinque o trenta piccole stanze, saloni al piano terra. Mia nonna proveniva da una famiglia ricca. All’avvento del socialismo le concessero di mantenere una piccola porzione della casa, una stanza grossa come uno sgabuzzino, quattro metri quadrati. Avrebbero potuto conservare molto più spazio, infatti era stata accordata la disponibilità per svariati locali.

Era la casa dove mia madre, da piccola, andava a fare le vacanze, ma il disinteresse dei fratelli fece sì che, alla fine, venisse mantenuta un’unica stanza. Mia madre all’andata raccontava… “tutta questa casa, vedrai che bella, era la mia casa!” con un po’ di nostalgia. Dopo l’arrivo mi condusse in una stanzetta, tutta in legno… piumone d’oca, faceva abbastanza freddo anche se era agosto. La cosa particolare era che in un posto come quello, non frequentato da professionisti, avevano costruito un impianto olimpionico di bob. Una cosa pazzesca! Sembravano montagne russe! Incredibili!

Al ristorante mia zia, nonostante quello che era capitato, la guerra, il socialismo, era trattata ancora come la vecchia tenutaria, come quando era ancora ricca, prima della guerra. Entrava con tutta la sua eleganza, il cameriere serissimo… con duemila lire, mangiavi dall’antipasto (cose buone, salumi particolari, patè spalmabili) al gulasch “mit nudeln” o “ohne nudeln” (con o senza pasta), agli gnocchi di patate di semolino, tondi, come una pallina su cui mettevano la puccia del gulasch. Bella situazione e accessibile.

Un ristorante della DDR
Un ristorante della DDR

Dormivamo nella stanzetta… mia madre, molto commossa, mi teneva vicino ed io, incazzoso, protestavo nei riguardi del socialismo che toglieva tutta la casa per dare una cameretta in quella che era la propria casa. Mia madre diceva che non ci dovevo pensare. Guardando nei cassetti trovai almeno una cinquantina di bandierine di carta dei paesi dell’Est europeo fatte con stuzzicadenti di formato gigante. Venivano distribuite dallo Stato in occasione delle parate. Ne usai una soltanto, quella dell’Unione Sovietica, che, incazzato, appesi fuori dalla porta.

Andammo a dormire… mia madre era quantomeno divertita dalla cosa. Mi raccontò che, dopo l’esproprio, vi erano tornati spesso per sciare. Mio nonno era un dentista, “Medaglia d’Oro dell’Armata Rossa”, che, in guerra, aveva curato i denti dei soldati russi senza chiedere nulla. Tranne che per il periodo del conflitto mondiale si erano sempre potuti considerare benestanti e andavano persino a sciare. 

L’intera vacanza trascorse tranquillamente. Non sentii la mancanza di nulla… ora che ci penso… a Dresda ci fu una discussione tra mia madre e mio fratello, a cui poi partecipai anch’io.

Quel giorno, dopo aver visto i grandi viali, i negozi, i giganteschi ristoranti (tipo mensa) dove si mangiava in maniera spartana, non riuscivamo a trovare dell’acqua minerale: avevo sete, una sete tremenda, e non trovavo da bere. Bisognava organizzarsi prima, ma uno sprovveduto avrebbe dovuto fermarsi e chiedere acqua dagli abitanti di una casa.

Mia madre esplose: “Incredibile che non riesca a dare da bere ai miei figli…”. Mio fratello si incazzò parecchio: “Ma dài! Queste cose stupide! Qui hanno la casa, case bellissime e su queste cose stupide tu vieni a protestare…”. La discussione si fece accesa e mio fratello mi guardò, certo che io, da vero duro, gli avrei dato ragione. Invece quella volta, probabilmente per la grande sete, mi schierai con mia madre.

Quando chiesi ai nostri cugini cosa facevano la sera, se uscivano per andare a bere con gli amici, a ballare in discoteca, loro risposero:

“Sì, una volta in discoteca… qualche mese fa… capita”. La sera alle nove e mezza chiudeva tutto, non si andava in giro con gli amici al bar. C’erano alcuni bar, quattro. Tutti sapevano chi erano gli alcolizzati del bar. Normalmente la gente si alcolizzava a casa. Si viveva con un po’ di alienazione, nel profondo, in solitudine. 

Visioni. Berlino. Confermo tutto ciò di cui parlano i libri di architettura socialista, lo confermo in pieno: quartieri enormi di casermoni enormi, squadrati, puliti, poche relazioni tra le persone, però non meno che in occidente.

Erano organizzati in comitati di abitanti, c’erano momenti di assemblea e partecipazione. Grandi viali e, in mezzo alle costruzioni, vaste piazze dove si trovava un po’ di tutto, anche un campo di pallacanestro, magari messo male. Si vedeva che la macchina era un di più. La gente camminava molto. Il figlio a scuola ci andava a piedi.

Si vedeva camminare tanta gente. Per arrivare alla fermata di un mezzo pubblico bisognava attraversare piazzali larghi un chilometro e mezzo e… per forza, si camminava e si incontravano gli altri e quando li incontravi, era ovvio, una parola si scambiava. Si passava dal campo di basket all’associazione. Corsie per le biciclette, molto usate, e tanta gente che andava e andava… Se pensi alla tua città, il prezzo della casa in cui abiti dipende dalla vicinanza alla metropolitana.

Esci di casa, corri verso il metrò e scendi e vai e non potrai mai incontrare nessuno, anzi: fai in modo di evitare di fermarti! 

Il centro di Berlino… l’impressione davanti a Marx ed Engels, uno seduto e l’altro in piedi… le foto di rito. Feci una bella fotografia al busto di Lenin nel giardino dell’Ambasciata Sovietica, appena oltrepassato il cancello, bellissimo busto… grandi piazze e la torre della televisione con il caffé rotante, dove vendevano le torte a fette. Le torte in Germania Est non mancavano mai. Lassù sedersi ed ordinare costava mille lire. Dopo un’ora, completato il giro, bisognava alzarsi. Locale elegante, impeccabile dal punto di vista del servizio. Panorama mozzafiato.

Berlino, la torre della televisione
© Sputnik .
Berlino, la torre della televisione

Un giorno i miei cugini portarono me e mio fratello a fare la spesa e a visitare Radebeul, il paese di mio zio, vicino Radeberg. I mezzi di locomozione erano i tram a tre carrozze, trenini che correvano veloci e coprivano grandi distanze. Collegavano a Dresda le cittadine e i paesi. Radebeul aveva viali alberati, strade con voragini, piccoli marciapiedi, quadrilateri di case molto schematici, tutto sommato era carino.

I giardini… mia nonna aveva un giardino immenso perché una ventina di membri della sua famiglia abitavano nello stesso posto, in una bella casa, con fontane, patio… ed erano semplici proletari di Radebeul! Era normale in quel periodo che in talune case provviste di giardino si coltivasse della frutta o della verdura e, per comodità di chi passava, si piazzavano dei tavolini fuori dai cancelli con sopra sacchetti pieni di patate o di altre verdure insieme ad una scatoletta per i soldi (la cassa) con scritto “un marco”.

E nessuno che controllava! Le buste erano già pronte, quattro patate ciascuna. I miei cugini si fermarono nei pressi di una ringhiera: “Ah, ci hanno detto di prendere le patate! Ah sì, prendiamo, prendiamo!” Contammo i soldi. Mancavano 30 centesimi. Niente da fare. Rimisero giù le patate, tornammo tutti a casa a prendere il necessario. Nuovamente al tavolino, soldi in cassetta, prese le patate.

In Italia, senza andare fino a Napoli, prodotto, salvadanaio e tavolino sarebbero spariti in un secondo. 

I grandi viali alberati di Dresda si distendono tra eleganti palazzi. Quella volta dovevamo andare in banca per cambiare i soldi da marchi occidentali ad orientali. Faceva caldo. Trovata una banca, vi entrammo. Le finestre erano spalancate. Il bancone dove operavano i commessi era interamente ricoperto da una sfilza di banconote ben ordinate, a mucchietti, dal pezzo più alto a quello più piccolo. Alla fine del bancone c’era una grande finestra, anch’essa aperta, che dava sul marciapiede.

Sarebbe bastato allungare la mano dalla strada per afferrare un pezzo da 500 marchi. Gli impiegati se ne infischiavano. Io e mio fratello guardavamo il denaro allibiti, con la bocca aperta, pensando al modo di sgraffignare il contante. Mia madre, notate le nostre facce, ci disse di non azzardarci, nemmeno col pensiero. Nessuno combinava mai niente! Non passava nemmeno per la testa! Con quei marchi non c’era niente da fare, niente da comprare.

​Inoltre, fuori dalla Germania Est quei soldi non valevano niente. Non c’era nulla che già non si sarebbero potuti comprare. Non avevano bisogno di acquistare una casa. La casa… bastava chiedere e gliene davano una. Tutti avevano la casa. Due mie anziane parenti vivevano in perfetta solitudine. Tante (zia, nda) Anni, una nobile della parte di mia nonna, abitava nella sua grande casa. I servizi sociali si occupavano di lei. Era un’artista.

La stessa casa in Italia sarebbe stata valutata milioni. Dentro si trovavano pendoli di fine Settecento, pianoforti… era una che aveva goduto della massima gloria nei primi del Novecento, come compositrice. Era rimasta nel suo mondo. Sua sorella Erika, la seconda moglie di mio nonno, viveva invece in una casa “prodotta” dalla Germania dell’Est.

Era stata adattata alle sue necessità, fatta sulla persona, con tutti gli ausili necessari per superare difficoltà di ogni genere, priva di barriere architettoniche e con sofisticati dispositivi come quello delle luci che si accendevano battendo le mani, porte scorrevoli che si aprivano automaticamente o con grande facilità, niente impianto a gas, ma piastre elettriche.

Mia nonna, persona dalla dolcezza infinita, dai modi cortesi, nobili, ma semplici, malata grave di Alzheimer, viveva tutta sola. Il senso dell’edificio era la relazione sostenibile, famiglie giovani insieme agli anziani, come fanno oggi nei paesi occidentali, solo che quella era una villa di fine Ottocento, pagata dallo Stato, colonnato e sedie stile liberty e un parco per giardino. Una bellezza tale da poterci ambientare un romanzo! In generale per tutti gli anziani la situazione era dignitosa, anche se questa mia nonna era stata molto fortunata, perché vi abitava già da prima.

Un’altra cugina, andata a finire male, viveva in una casetta prefabbricata… un contesto degradato, come ebbi modo di riscontrare nel corso della visita. In generale, però, la situazione era dignitosa.

Devo proprio raccontare la storia della zia, una zia giovane. Situazione di festa, molti i parenti presenti, faceva caldo e questa zia era in costume da bagno. Era uso comune bagnarsi con l’acqua della canna. Lei, seduta insieme agli altri, ad un certo punto si alzò per servire qualcosa. Istantaneamente ci accorgemmo che dagli slip le usciva una peluria rossastra che le arrivava fino alla metà della coscia! Una roba a ciuffi, boccoli, riccioli… Io e mio fratello ci guardammo esprimendo non so quale stupore. Lei si avvicinò al tavolo, vi si appoggiò, proprio vicino alla minestra da servire.

Io e mio fratello scambiammo battute del tipo “che schifo i peli nella minestra”, sicuri di non essere compresi… sguardi e ghigni fino a che la zia, servendoci, non disse: “Buon appetito!”. Che figura! Mia madre, tempo dopo, ci spiegò che lì queste cose non si guardavano. Raccontò che in piscina, quando aveva già compiuto quattordici anni, la obbligarono a indossare il costume perché fino a quell’età ci era sempre andata nuda! In Germania non si badava alla peluria e ai peli delle ascelle, l’estetica era diversa.

Piscina. Situazione spartana. Profonda, bella, con trampolini affollati da centinaia di bambini che si buttavano… circondati da una pineta… però l’acqua era marrone, senza cloro, una vasca d’acqua con pelurie e oscenità in bella mostra.

Quello era il socialismo della DDR. Quello era il socialismo. Il suo valore? Va stabilito da altre cose. L’organizzazione della vita umana non era stata determinata da eventi rivoluzionari, ma dalla decisione di trasformare quello che si era ottenuto con la vittoria sul nazismo in uno stato socialista, mantenendo il piano che stabiliva l’equilibrio che ben conosciamo. Di conseguenza molto era venuto a mancare.

Intervista tratta dal libro "Viaggi Pianificati", di Luca Del Grosso.https://viaggipianificati.blogspot.com

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