04:26 26 Settembre 2018
Una rappresentazione de I giganti della montagna di Pirandello al teatro Fomenko di Mosca

Riscoprire il teatro per comprendere

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di Marinella Andrizzi
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Luigi Pirandello, con le sue opere, ci aiuta, ieri, a capire il dramma che stiamo vivendo oggi come popolo. (Prima puntata)

Popolo inteso come forma sociale e politica, o inteso come massa?

In che modo potremmo utilizzare e rispolverare il teatro per avere una maggiore comprensione della nostra situazione? “Conoscerai pochi volti ma tante maschere”. Questa è forse una delle frasi più celebri di Pirandello,il quale provava per la fissità di un tale oggetto, quel “terror” antico ed  ipnotico dato da un'analisi ed un'immersione per quell'affascinante ed eterna fissità che traspare nei suoi scritti ma che al contrario, si rivela indice di un”horror” di qualsiasi quotidianità e di qualsiasi tempo vogliate usare come punto di riferimento.

Potrei ora parlare della rottura con le unità aristotelitiche e della grande e immensa disquisizione manzoniana e dell'abbattimento della quarta parete, ma, credo che il problema di fondo sia un altro: possiamo riconoscerci in una massa che non ha il nostro volto? Oppure perdiamo il nostro stesso volto quando vi siamo in mezzo?

Questa riflessione non appartiene a me ma è ripresa dalla celeberrima frase manzoniana: “Un volgo disperso che volto non ha”, ovviamente il riferimento era storico, ma ognuno di noi trattiene e vive anche per breve durata, la storia che poi essa stessa, ci frantuma nuovamente in massa vissuta in un epoca imprecisata  e senza nessun volto.

Possiamo dunque forse  estraniarci dalla caducità degli eventi e renderli nostri? Pirandello con la sua pièce sull'Enrico IV da ampie delucidazioni e ne mostra  la sottile linea fra follia personale e saviezza della “massa” per poi invertire magistralmente i ruoli.

Con tutto questo preambolo vorrei rimarcare quanto l'apparato politico, come anche quello storico, abbia arbitrariamente già deciso per noi; l'immutevolezza degli eventi che ci paiono in perenne mutazione ma che, in verità, “sono  ciclici”.

Dal sistema liberale monarchico, a quello fascista  ed infine a quello democratico repubblicano, per divenire poi  un lunghissimo periodo di “blocchi di potere”.

I governi tornano, cambiano i nomi, le idee forse ma gli uomini rimangono invariati così come la nostra posizione che è quella di far scorrere la storia sulle nostre membra. Salvo restare attoniti di fronte alle folli decisioni parlamentari.

Il fatto è che qui siamo costretti ad indossare delle maschere che non riproducano in modo distintivo i nostri tratti somatici e, il più delle volte, non le indossiamo neanche con effettiva consapevolezza. Questo, se non altro è quello che ci insegna il teatro.

L'altro cardine essenziale della manipolazione, è rappresentato dalla creazione delle ideologie che, sia pur sfruttando i concetti dogmatici (debito pubblico, privatizzazioni, giusto per citarne un paio), altro non sono, se non mere creazioni umane e, come tali, conducono volutamente alla non conoscenza della realtà. Poiché il sapere, costituisce la base essenziale per comprendere e persino per salvarsi.

Magari, semplicemente leggendo un libro o andando a teatro, sforzandosi però di analizzare il testo in chiave esegetica, riuscendo così a cogliere il grido di allarme lanciato, oltre un secolo fa, da Pirandello, per il tramite dei suoi personaggi, dai quali emerge l'unica importanza della massa, del popolo. Non per ciò che realmente è, ma per quel che rappresenta per il potere.

Ovvero: una moltitudine anonima e acritica, ma indispensabile e inconsapevole pedina di un gioco politico progettato e già considerato realizzato, sempre per interessi di pochi, a discapito di tutti.

In tale contesto si evidenzia la figura di Pirandello all’interno del suo ambiente storico e sociale.  Come anche in qual modo l’artista subisca e allo stesso tempo trasfiguri la realtà del suo presente attraverso un'analisi, al fine d'identificare la verità storica percepita da egli stesso.

​Il termine “percepire” è usato a indicare l’intento analitico della visione storica di Pirandello. Azione questa, che l’ha portato dapprima in una fase di consapevolezza di un determinato contesto, per poi ribaltare quegli stessi relativi valori imposti dalla storia, per ottenere, come conseguenza, una netta modifica all'interno del intreccio sociale che questi stessi avevano generato, sino a giungere alla deduzione della loro illusorietà, con la conseguente crisi dovuta alla presa di coscienza della mancanza di reali valori.

Si giunge così a una definitiva visione dell’estraneazione dell’essere umano, da cui emerge l'irreale ed effimera apparenza attraverso la ricerca di miti perenni ed indelebili. Visioni queste che, quasi in una sorta di sdoppiamento, non appartengono solo ai personaggi, ma anche allo stesso Pirandello che, nel vivere la sua realtà, come anche al di fuori di essa, sarà prepotentemente trascinato, per tutta la durata della sua esistenza, in un estenuante cammino percepibile come senza fine.

Tutto ciò conduce Pirandello, per mezzo di un'acuta interpretazione dei fatti, a profonda disamina della società e della collettività.

Una società già in via di disfacimento, dove la ricerca di questi miti porta altresì a una distruzione interiore, in cui si scorge un Pirandello non impassibile e muto come un verista, ma alla ricerca di delineare un profilo storico, sia pur percepito nelle contraddizioni ed esaltazioni vitali della realtà dei singoli personaggi, i quali esistono e sono sottomessi a soggettive e singole percezioni.

Profilo che s'inoltra in uno studio estenuante di quei punti fermi, non sempre esistenti, cui appigliarsi. Il tutto appare evidente nelle sue celebri opere, una per tutte: “I vecchi e i giovani”, dove si raffrontata con una precisa epoca storica, quale quella post-unitaria, focalizzata in special modo sulla Sicilia e sul suo popolo tradito dalle illusorie aspettative d’indipendenza, rivelatesi non come vero progresso, bensì come un'immobilità sociale finalizzata all'affermazione ed al rafforzamento delle proprietà feudali e delle false speranze riposte nei “Fasci siciliani”, dando loro un preciso contesto e analizzando questa corrente in ogni dettaglio.

Introspezione che si pone sempre più come una lente d’ingrandimento posta sulla società, al punto tale da avvertire “stretto”, se non proprio estraneo, il verismo, data la necessità di interpretazione personale e dalla volontà di ribaltare tutti quei valori appena costruiti dalla nuova classe emergente borghese, così come vuole la visione grottesca e la necessità di mostrarli in realtà ad un pubblico scettico, come se questi rappresentassero veramente: maschere.

Questo è ciò che in fondo l’autore cerca: mettere in scena come soggetto, delle maschere, per poi voltarle e strapparle per far trasparire cosa ci sia dietro e dentro, e a quale gioco di prestigio mal riuscito si sia ormai giunti, con l'intenzione di mettere a nudo “vere verità”, per relative o assolute che siano e che non sempre sembrano essere rassicuranti, al contrario delle maschere fisse e immutabili nel tempo.

Per poi passare allo sconvolgimento e stravolgimento delle stesse maschere per giungere, con il metateatro (in riferimento a ciò che ha preceduto “Sei personaggi in cerca d'autore” con la novella “La tragedia di un personaggio”), a evidenziare l'impassibilità della maschera che conferisce al personaggio staticità che stimola lo spettatore a percepire qualcosa di eterno.

​E questo è il dramma: sfiorare l’eterno. Cercare valori fissi, senza riuscire a rappresentarli.

Concetto che si riversa nel romanzo pirandelliano con la necessità di strappare la propria identità, per poi procurarsene un’altra, con l'intento di poter cambiare il destino senza tener conto che la società non accetta mutamenti, pur facendo credere nella mutevolezza dei tempi, in cui emergono, nei diversi contesti, l'incongruenza di “modernità” che si identifica indissolubilmente con il passato, senza apportare così alcuna modifica per schiacciare ancor di più l'individuo, il quale oppresso, non si sente più tale, bensì facente parte solamente di una massa senza volto e identità precisa, in virtù della contraddittorietà della società in cui chiunque non è ciò che realmente è, ma vuole solo apparire per quel che in realtà non è.

Incoerenza e ipocrisia per la quale, paradossalmente, si può essere uno, ma anche nessuno o centomila, al punto tale che ognuno possa percepire le parole e l’aspetto di un altro in una maniera diversa.

La percezione dell'autore, sfociante nel metafisico, giunge a un vero e proprio punto di rottura con la storia stessa, da entrare così tanto in collisione da porsi il problema (“Enrico IV”) di come il singolo viva questa stessa e se sia possibile esistere in un contesto storico diverso da quello reale, facendo supporre all'esterno di essere giunto alla follia come unica possibilità di uscita rispetto alle pressioni schiaccianti imposte da una società cieca e crudele.

Il pensiero pirandelliano, come in un’eterna altalena tra mutabile e immutabile, non si esaurisce con la sua epoca, con la sua società, bensì continua ad agire inarrestabile e, senza mai perdere efficacia, con geniale intuizione precorritrice, si spinge fino ai nostri giorni, alle nostre sofferenze e problematiche, frutto ereditario di quell’incongruente conseguenza da lui individuata, osservata e anticipata.

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Teatro, Italia
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