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01:02 23 Settembre 2019
Il monumento alla tomba di Karl Marx a Londra.

“Non c'è verità più grande di quella stabilita dal potere” Carl Marx

© flickr.com/ Scott Kaintz
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Capire il presente tramite lo studio del passato.

Tutti ne parlano, ma quanti lo conoscono?

Come si arriva alla conclusione di vivere una società basata sullo sfruttamento, la truffa, l'inganno, l'usura e il crimine ai danni del popolo?

Ci si arriva tramite ricerca. Una ricerca che si sviluppa nei secoli. Poiché un qualsivoglia fenomeno economico, finanziario e politico, affonda sempre le sue radici nel tempo e, per poterlo comprendere e giudicare, occorre analizzare, ripercorrendo a ritroso tutte le tappe (almeno quelle essenziali), servendosi di filosofi, storici, economisti, ecc.

Forse sarà noioso da leggere, ma senza un minimo di sforzo, non si giunge a nessuna soluzione. Poiché non può esistere una qualsiasi verità in forma telegrafica. Non esiste una analisi degna di tale nome, in forma di “sms”.

Per rendere la lettura più agevole, mi sono servita di uno scrittore di romanzi. Ma che con il suo acume, già negli anni '30, è riuscito a comprendere il marcio in cui hanno immerso intere popolazioni.

A tale scopo userò, come “trait d'union”, John Steinback, per ridurre, nei limiti del possibile, la rigidità quasi sacrale che caratterizza qualsiasi analisi, ad una forma semplice e persino un po' romanzata, onde facilitare la lettura, altrimenti intransigente nella forma e nel lessico eccessivamente accademico.

In oltre, l'uso di un romanzo con i suoi personaggi, traduce i criteri in termini umani e in eventi reali, anche se di fantasia, evitando che il tutto resti relegato sul piano puramente teorico e propositivo.

Cercherò di rappresentare in forma comparativa (con modalità estremamente semplificata), varie realtà sociali a partire dal medioevo, per poi giungere all'attuale piaga degenerata.

Chi riuscirà ad arrivare fino alla fine di questo breve escurso, si accorgerà che strappare quel velo che ci è stato calato sugli occhi dal potere, non è poi così difficile. Come non è difficile inficiare tutte le menzogne imposte nei secoli, a livello politico, economico, sociale, popolare e persino religioso. Basta volerlo!

Questa ricerca presenta l'intento di trasporre un concetto che potremmo definire astratto, pur tuttavia ben concreto, quale: la voluta pauperizzazione della civiltà odierna.

In particolare ho cercato di individuare quei processi storici che hanno condotto a tale condizione coloro che maggiormente sono stati colpiti da tale fenomeno e quali siano gli effetti derivanti dall'emarginazione sociale, riportando molteplici testimonianze di intellettuali, i quali pongono l'attenzione sulle diverse cause e conseguenze, non soffermandosi solamente sul processo storico, ma descrivendo ed analizzando, sotto molteplici punti di vista, l'inserimento del singolo individuo, fino ad evidenziare il processo di produzione umano e, non da ultimo, se l'uomo possa essere giudicato attraverso il suo operato, in particolare sulla sua produzione o, per usare un termine marxiano: la sua “forza lavoro”.

Gli autori presi in considerazione (Marx, Jeremek, Mezzadra), affrontano una visione del mondo sotto molteplici aspetti, a partire da quello socio-economico fino alle sue controversie psicologiche, d'inserimento e di riconoscimento delle capacità individuali (Federici, Foucault).

Furore” di Steinbeck si rileva come tramite di tali elaborati e pensieri ove si è posta la possibilità d'individuare nel suo scritto, un riscontro alle tesi dei molteplici autori, racchiudendo con straordinaria capacità, poliedriche immagini di una società (americana) sempre più incline al tracollo e sempre più vittima del cadere in false accuse verso i soggetti più deboli e, quindi, più facilmente imputabili.

La sua visione decadente non mira soltanto ad una descrizione superficiale e agevolmente arguibile, bensì approfondisce con perizia, scava nell'animo umano, dando voce alla moltitudine, composta da coloro che difficilmente hanno parola: gli sfruttati, gli oppressi e quei miseri, privi di tutto, persino della possibilità di scelta sulla propria esistenza.

Da questa “voce”, emergono classi sociali che lottano e si accusano a vicenda (stessa tattica usata oggi tramite il fenomeno della migrazione, procurato volutamente tramite rivoluzioni controllate, guerre imposte e colpi di Stato). In realtà, si presentano tutte come vittime di uno Stato e di un sistema economico sordo alle richieste e bramoso di sfruttamento a vantaggio di pochi.

Quei “pochi” individuati con estrema efficacia dall'autore, che svolge una funzione di tramite onnisciente dei pensieri dei suoi stessi personaggi, come entità talmente lontane, al punto da risultare astratte.

La lotta di classe femminile

L’influenza della donna e la mancata emancipazione nella sua funzionalità genitrice, nel sistema storico racchiuso nel nucleo familiare, partendo da una storicizzazione delle mansioni femminili a partire dall’età medievale sino al capitalismo.

Disamina tesa a far emergere la figura nodale femminile nel quadro storico. Rilevanza trascurata anche dal testo chiave del marxismo, poi pilastro del comunismo, quale: “Il capitale”, analizzato e contestato con cura sensata, in alcune sue rilevanti manchevolezze.

La porzione di testo qui di seguito analizzata, si concentra partendo dalla funzionalità del villaggio, prima che il colonialismo e il sistema capitalistico vi penetrassero.

Sistema (ampiamente bistrattato da Marx) che disponeva di una sua efficace funzionalità, in cui la donna aveva un suo ruolo specifico, quale “curatrice”, balia e ostetrica.

Un organismo chiuso e certamente isolazionista, come afferma Marx ma, allo stesso tempo, funzione implicita di autosussistenza e, in qualche modo, di possibile parità.

Una sorta di uguaglianza rimossa e distrutta a causa dell’appropriazione e sfruttamento delle terre.

Il concetto di proprietà, come il suo labile confine, è senz’altro la tematica fondamentale.

L’autore, imperniando l’opera sulla famiglia “Joad”, la presenta quale emblematico esempio di un’intera classe sociale, quella dei braccianti, sfruttati e vagabondi che, grazie alla veloce ed imperdonabile industrializzazione, hanno perso la “loro” terra.

Il virgolettato non è certamente da considerarsi una casualità in quanto, all’inizio del romanzo, il concetto di appartenenza, nella mente di questa famiglia, come in quella di tante altre, è ben presente.

Lo scritto procede incalzante sino a quando i “Joad”, con improvvisa presa di coscienza, si rendono conto di non avere alcun potere di appropriazione e di non essere padroni di nulla, non potendosi neppure identificare con il “proletariato”, poiché nemmeno proprietari della loro stessa prole, non avendo la possibilità, oberati di lavoro per il loro stesso sostentamento, di dargli un’adeguata educazione e istruzione. Situazione che si sta ripetendo oggi.

Tutto ciò fa sì che un senso di miseria, forte e penetrante, pervada l'esistenza della famiglia. Situazione ormai in tutto simile alla Grecia attuale e preannunciata per l'Italia.

L’inizio, come già accennato, si prospetta con una distinzione ben definita dei ruoli, anche se di rilevante subordinazione:

“Dopo un po’, le facce attente degli uomini persero la loro stupefatta perplessità e si fecero dure, rabbiose e ostinate. Allora le donne capirono che erano saldi e che non sarebbero crollati. Allora chiesero: Che facciamo? e gli uomini risposero: Non lo so. Le donne capirono che andava tutto bene e i bambini che andava tutto bene.(…) Non esistevano disgrazie insormontabili se i loro uomini restavano saldi. Le donne rientrarono in casa per sbrigare le faccende(…)”.

In poche righe, lo scrittore, trascina il lettore all’interno di un quadro ben delineato: divisione dei ruoli, sottomissione della donna e della prole alla volontà (in tal caso all’incertezza) degli uomini, senza contestare o domandarsi sul da fare, essendo il pilastro familiare interamente garantito dalla figura maschile.

Pertanto, alludendo alle affermazioni della Federici ed al suo testo “Calibano e la strega”, si evince come, con il trascorrere dei secoli, ci si avvii sempre più verso una vera e propria “caccia alle streghe” ed una demonizzazione della donna, con una sempre più stretta subordinazione dovuta senz’altro ad una facilitazione dello sfruttamento all’interno del sistema capitalistico.

Usare la donna come genitrice di prole, consente al sistema di avere un maggior numero di lavoratori e braccia a disposizione; il che, a sua volta, si traduce in una richiesta di manodopera così numerosa da poter essere retribuita anche solo con una cifra bastevole a sfamare la famiglia ma, allo stesso tempo, a dare maggior profitti agli industriali ed ai grandi proprietari terrieri:

“Si è perciò evidenziato che nella nuova famiglia borghese il marito diventava rappresentante dello Stato, incaricato della disciplina e del controllo delle “classi subordinate”. Da qui, l’assoluta necessità del controllo delle famiglie, trasformandole in vere e proprie istituzioni politiche”.

Credo che ora comincerete a capire perché ho scelto questo romanzo, poiché ripropone la maggior parte delle tecniche di controllo e sfruttamento usate ancora oggi tramite l'azione di indebolimento finanziario atto ad ottenere un facile controllo dei singoli, delle famiglie e quindi delle masse.

Ma procediamo.

Nel 1555, con la pace di Augusta (Concilio di Augusta), si prospetta l’apertura di una nuova epoca in cui, le certezze del cattolicesimo, già profondamente alterate da Martin Lutero e dalle sue tesi, subiranno uno sconvolgimento in buona parte del mondo.  La penetrazione di un’alternativa alla classica visione cattolica di Santa Romana Chiesa, si insinua sempre più in svariati Paesi europei, come anche in America, ove saranno propriamente i massoni detti: “Padri pellegrini” (anche se con forme diverse rispetto al luteranesimo originario) a portare i suoi insegnamenti. Questi fondarono, all’inizio del Seicento, le prime comunità puritane del New England, febbrilmente convinti di dover portare nel mondo la verità biblica, che fosse con le buone o con le cattive.

Immediata è l'unione con la congiura massonica di sovversione mondiale del potere, che ben presto si saldò al puritanesimo nel corso del Settecento, andando a costituire un’esplosiva miscela di intollerante invasività.

Sappiamo che, da quei tempi lontani, un unico disegno fondamentalista muove all’azione degli eredi di quella duplice formula puritano-massonica: la conquista dichiarata del mondo, l’assoggettamento delle popolazioni del pianeta al potere degli “eletti” e la costruzione del tempio universale di Salomone. Ecco perché i sionisti!

“Cosa sia questo “tempio”, quanto di spirituale esso racchiuda, è ben detto dalla struttura del templarismo bancario cui appartengono, da sempre, le amministrazioni americane, a cominciare dalla potente loggia Skull and Bones (una delle tante porte d'accesso per il Nuovo Ordine Mondiale), di cui erano membri i Bush. L’obiettivo del potere mondiale che queste sette si son date, sin dagli esordi, lo si raggiunge servendosi dell’infiammata parola di predicatori che agiscono in maniera martellante dai pulpiti mass-mediatici, quando basti. Quando non basti, ci si rivolge senza indugio alla soccorrevole intercessione della più brutale violenza, ad esempio elargendo ai popoli riottosi le note somministrazioni di napalm, il santo argomento che negli ultimi decenni numerose nazioni hanno potuto apprezzare in qualità di concreto sostegno al diritto, che una ristretta casta cosmopolita si riserva, di erigere una repubblica universale a sua misura”.(Nicholas Hagger: “Il segreto dei padri fondatori. La nascita degli Stati Uniti fra puritani, massoni e la creazione del Nuovo Ordine Mondiale” casa editrice Arethusa).

Interessante è anche la lettura di: “Gli eletti di Dio. Lo spirito religioso dell’America (Editori Riuniti) del giornalista Marco Nese.

Proprio in quest’ultimo, ad esempio, si trova scritto in quale maniera la sindrome elettiva degli antichi e degli attuali puritani non abbia per nulla in vista una democrazia sociale, quanto piuttosto una “repubblica teocratica” su base oligarchica, strumento diretto di una ristretta minoranza di fondamentalisti, che si spacciano con virulenza come possessori di un mandato universale, intorno al quale veniamo assicurati che si tratta della diretta volontà del Geova biblico. Quella che normalmente la si direbbe una patologia da alienati è divenuta la giustificazione di un gigantesco potere che avanza pretese di universalità, e che ottiene incredibili riscontri di assuefazione e persino di condivisione, attraverso lo strumento dell'ignoranza imposta, della disinformazione, nonché tramite minaccia e l’intimidazione. Oppure, tramite i beni materiali diffusi, col miraggio dei quali si registra l’ammorbidimento dell’opinione pubblica internazionale.

Ecco spiegato l'accanimento contro la Russia che, giustamente, nega e rifiuta tutto ciò. Oltre al rifiuto del liberismo in generale (maggio 2016). Restando saldamente ancorata al concetto di: politica intesa come reale mandato del popolo e per il popolo.

Concetti, questi ultimi, considerati osceni da chi è osceno per sua natura.

Ma continuiamo con l'escurso:

Quindi si può ritenere del tutto logico e sensato lo stretto legame che, dalla metà del XVI sec. in poi, possa coesistere in tre elementi, quali: nucleo famigliare, politica e religione, che si compenetrano sempre più, fino quasi a divenire un'unica entità difficilmente scindibile.

La materia religiosa può senz’altro svolgere un’azione restrittiva di assoluta coercizione, subordinando maggiormente il ruolo femminile. L’avvento del protestantesimo, rispetto al cattolicesimo, ha alterato profondamente la percezione della donna all’interno della società, passando dall’immagine femminile verginea, più associabile al cattolicesimo, ad una figura destinata unicamente alla procreazione e ad avere come obiettivo essenziale: la famiglia.

Visione in cui, la ricerca di un futuro marito, coincide con il naturale processo di maturazione femminile. Ed è proprio il “concetto di “naturale” che viene più volte messo sotto accusa, facendo evincere come, durante i secoli, la scelta femminile di abbandonare il celibato e di portare avanti la propria discendenza, si sia tradotta come un mero fatto naturale, quindi privo di libero arbitrio.

Di conseguenza, lo sfruttamento femminile, si è facilmente tradotto nella possibilità di potersi servire della donna come una semplice risorsa atta alla sola procreazione.

Deducibile dunque l’ingenuo giudizio popolare verso quelle donne che non intendevano maritarsi o che usavano contraccettivi, di essere condannate duramente dalla società, al disprezzo e ad un lavoro sottopagato (o non pagato affatto), risultando come una semplice elemosina non dovuta e che, da bravi cristiani, si era portati a concedere a queste donne “senza timor di Dio”.

Steinbeck, seppur non esplicitamente ma “dietro le quinte”, manovra i suoi personaggi come se avessero vita propria; testimoni dell’ignominia di un intera società basata prettamente sulle risorse e sfruttamento di queste, con leggi che favoriscono il depauperamento e che danno adito al sogno di “libertà americano”, il quale, ben al di là di ogni realtà, rimane solamente impresso nelle diverse locandine dove si cercano nuovi braccianti per la raccolta, fomentando il loro il desiderio di un autosostentamento, nella brama di un pezzo di terreno.

Bramosia che sembra non poter sopraggiungere mai, sebbene cosi vicina al possibile.

Breve parentesi utile a far comprendere come questa società sia ricca e prodiga di illusioni e falsi convincimenti, al puro scopo di mantenere la sottomissione in forma pacifica.

La materia religiosa è qui trattata con estremo tatto dall’autore, attraverso il personaggio dell’ex predicatore “Casey”, futuro capo di un gruppo di scioperanti, il quale ha forse perduto quasi del tutto la fede, lasciando nel lettore un perenne dubbio riguardo la sua eccentrica personalità e credenza:

“Poi si è fatta notte e quando mi sono svegliato era buio. C’era un cojote che ululava lì vicino. Senza manco accorgermene mi sono messo a gridare “Al diavolo tutto quanto! Non c’è nessun peccato e nessuna virtù. C’è solo quello che la gente fa (..) E certe cose che la gente fa sono belle e invece altre non sono belle, ma questo è il massimo che l’uomo ha il diritto di dire”.

(E anche questo rispecchia la nostra realtà: abbiamo libertà di espressione, purché non la si usi per dire verità e, soprattutto, mai contro il potere e i suoi dogmi).

Casey si presenta come una voce a sé stante, come un corifeo delle tragedie greche.

Una figura di “raisonneur”, considerato dagli altri protagonisti, anacronistico e del tutto “balordo”.

In “Furore” è altresì presente la superstizione e l’ignoranza, aggressivi garanti dell’incatenamento femminile:

“la donna si alzò in piedi e fece un passo indietro (..) Puntò l’indice contro il viso di Rose of Sharon (..) Indietro! Lo sapevo che dentro questo campo si nascondeva il demonio.(..) Infelice? E La loro anima?E quei bambini morti e quelle povere peccatrici rovinate perché hanno fatto teatro? (…) Sta attenta io t’ho avvisata. Bada a quella povera creatura che hai nella pancia e stai alla larga dal peccato”.

In tale contesto, per peccato, s’intende ciò che è citato nel “Calibano e la Strega”. Ovvero, azioni quali: farsi vedere in giro sola; ballare senza il proprio marito; avere contatti fisici inopportuni; abbandonare il proprio nucleo famigliare.

Uno dei molteplici interessi che può suscitare un romanzo come “Furore”, è quello delle diversificate possibilità che l’animo umano possa presentare, quali il riscatto e la consapevolezza di sé e degli altri. Sentimenti assolutamente non così scontati come si possa credere; la crescita interiore non ha né età, né sesso. La salvaguardia di se stessi e della prole può tradursi con un allontanamento dalle credenze e dalle consapevolezze sino ad ora acquisite o fatte acquisire da forze esterne, a seconda dei casi, tanto da rendere sorprendente il coraggio della signora “Joad”, delineata all’inizio come ubbidiente e sottomessa alle leggi non scritte di una famiglia patriarcale, fino a prendere, in una situazione di assoluto pericolo, quale lo smembramento della sua famiglia, le redini della sua stessa vita, utilizzando, per conseguire tale scopo, persino gesti di violenza generata dalla sua indignazione, tradotta in consapevolezza che coinvolge anche suo marito che, avendo perso tutto, è costretto, almeno per il momento, a scindere il concetto di moglie da quello della proprietà.

Il pericolo e l’impossibilità quasi di sopravvivere, si traducono in un riscatto per la donna, mentre l’uomo, senza più la sua terra e non più spalleggiato dagli abitanti del suo villaggio, tende a far cadere tutte le uniche sue certezze e non ha più la forza d’agire e di reagire.

L'alienazione umana

In questa parte, cercherò di rendere evidente, tramite lo studio di Karl Marx, come un sistema economico capitalistico abbia influito duramente sulla società ed abbia, come ripercussione, portato un maggior incremento della povertà, presentandolo come conseguenza inevitabile, nell'eterno cerchio della coattizzazione del lavoro.

Indispensabile, si può dunque ritenere, al fine di comprendere l'immane elaborazione dello studioso, cosa egli possa intendere per “alienazione”.

Alienazione è l'estraniarsi dalla propria natura e naturali tendenze, per trasformarsi in qualcos'altro. Concetto apparentemente semplice ma che si rivela piuttosto complesso, tanto da coinvolgere tutti gli aspetti della vita umana, compreso quello religioso, ideologico, infine, ma essenziale, anche quello economico, rendendo sempre più emergente il carattere alienante della società capitalistica, ove l'operaio consegna la propria essenza nei prodotti, i quali cessano all'istante di appartenergli.

Da qui ne deriva lo studio mirato alla concezione, alquanto flebile e mutevole, di proprietà privata.

Per citare ancora Steinbeck, il quale rende, in parte del suo romanzo, omaggio a Marx:

“Ma se un uomo ha una proprietà senza vederla, o senza avere il tempo di infilarci le dita, o senza poterci stare per camminarci… be', allora la proprietà è l' uomo. Lui non può fare quello che vuole, non può pensare quello che vuole. La proprietà è l'uomo, e è più forte di lui. E lui non è grande, è piccolo. E' il suo patrimonio ad essere grande, e lui è il servitore della sua proprietà.(…) I tempi sono cambiati non lo sai? Questi ragionamenti non danno da mangiare ai figli (…)”.

La critica marxista riguardante il pensiero di molti economisti, per i quali il capitalismo rappresenta un avvenimento naturale, è per l'appunto, dall'elemento di alienazione, subito smentito.

L'uomo viene privato dal godere dei frutti del proprio lavoro, subordinato da poteri più alti di lui, quasi intoccabili ed incomprensibili. Unica proprietà rimane la sua vita stessa e la sua forza produttiva.

La snaturalizzazione evidente delle sue capacità, collide nettamente con la possibilità di affiancare il capitalismo come una semplice evoluzione del lavoro umano.

Il capitolo del “Il Capitale” preso qui in esame, descrive minuziosamente l'evoluzione storica, a partire dal feudalesimo, sulle diverse leggi che hanno condotto la società verso una concezione sempre più vicina a quella dell'utilizzo del capitale a danno della maggioranza della popolazione, partendo da una concezione di “proprietà comune” ove i confini di proprietà erano labili come era parziale l'azione di controllo dei “signori”; quindi vi era la possibilità, per i lavoratori, di usufruire dei frutti del proprio operato.

“La proprietà comune, completamente distinta dalla proprietà statale che abbiamo or ora considerato, era una antica istituzione germanica, sopravvissuta sotto l'egida del feudalesimo. Si è visto come l'usurpazione violenta della proprietà comune, per lo più accompagnata dalla trasformazione del terreno arabile in pascolo, cominci alla fine del secolo XV e continui nel secolo XVI”.

La crescita demografica e lo sviluppo dei cosìddetti “enclosures” (fenomeno sviluppatosi prevalentemente in Inghilterra) e di leggi emanate a tutela dei grandi proprietari terrieri, ha incrementato il forte fenomeno migratorio.

Citando Steinbeck, lo sfruttamento dei terreni di chi “Non conosceva né venerava né implorava la terra”, fino alla fine delle sue stesse risorse, tramite l'abuso di un'agricoltura intensiva, ignorante del consueto ciclo di riposo detto “maggese”, ma l'utilizzo di quel terreno per la coltivazione di un solo prodotto (monocoltura) per una maggiore produzione e distribuzione (destinata anche all'esportazione), comporta la conseguenza dell'impoverimento del terreno a causa della compromissione delle sostanze organiche e delle caratteristiche chimico-fisiche, rendendolo, in tempi abbastanza brevi, inutilizzabile:

“Be', lì ci raccolgono il cotone, tutti quanti, pure i bambini e tuo nonno. Mettono insieme un po' di soldi per andarsene all' Ovest. Si vogliono comprare una macchina per andarsene all' Ovest che lì si campa meglio. Qui non c'è più niente.”

L'incremento del depauperamento ne è una logica conseguenza, una volta effettuato il raccolto, i lavoratori non hanno più la possibilità di un nuovo utilizzo e sono costretti all'eterna migrazione, facendo accrescere condizioni di denutrimento e di malattie. La conseguenza è quella di apparire, agli occhi della società, come vagabondi e portatori di malattie infette. Perfettamente deducibile, è la consequente xenofobia che ha, tra le tanti matrici, il capitalismo. (Vi ricorda qualcosa?)

“Prima Okie voleva dire che venivi dall'Oklahoma. Ora vuole dire che sei un lurido figlio di puttana, che sei lo schifo dell'umanità.”

La migrazione è uno dei tanti fenomeni del capitalismo, dovuto, come già accennato, sia alla problematica dello sfruttamento delle terre sia, d'altro canto, alla fortissima industrializzazione che ha favorito una raccolta e produzione sempre più celere e richiedente manodopera minore.

Questi due elementi non spiegano interamente l'incremento dell'impoverimento della popolazione, causa di una problematica più grande: quella del capitalismo. Il quale a sua volta non si può sviluppare senza la concezione di “accumulazione originaria”.

Qui l'autore spiega dettagliatamente gli intricati processi che hanno condotto ad una appropriazione terriera e ad una capitalizzazione industriale.

La genesi del capitalismo, inizia grazie a delle leggi mirate che permettono di disporre dell'intera proprietà di una vastità di terreno (terreno una volta suddiviso ed appartenente, seppur con scadenza, a quelli che oggi si possono definire agricoltori) a dei proprietari ignoranti delle problematiche della terra stessa, con conseguente acquisizione di diritti anche sui lavoratori, usufruendo delle loro stesse vite come se fossero delle mere risorse da sfruttare, al pari di una vanga o di un aratro.

Da qui è ormai possibile parlare di “accumulazione originaria” in quanto vi è una netta separazione del produttore dai mezzi di produzione.

“(…) Finché, per tutto il secolo XV, il contadino indipendente e il servo agricolo che oltre a prestare il servizio salariato coltiva anche per proprio conto arricchiscono se stessi col proprio lavoro, la situazione del fittavolo ed il suo campo di produzione rimangono egualmente mediocri. La rivoluzione agricola dell'ultimo terzo del secolo XV, (…) arricchisce il fittavolo con la stessa rapidità con la quale impoverisce la popolazione rurale”.

Un piccolo inciso, che potrebbe risultare interessante, è un breve confronto con il romanzo pirandelliano: “I vecchi e i giovani”.

Sebbene Marx parli espressamente della problematica di appropriazione terriera in Inghilterra e parallelamente della conseguente colonizzazione americana, anche in Italia il fenomeno non era certamente meno diffuso, in special modo nel meridione, ove per tutto l'ottocento, l'agricoltura era la risorsa primaria. Pirandello denuncia quindi, tanto quanto l'autore del “Capitale”, l'intenso sfruttamento delle risorse umane, parlando di gabelle e gabellotti, in una catena infinita di “fittavoli dei fittavoli”:

“(…)tutto il resto era ceduto in piccoli lotti a mezzadria a poveri contadini, non dal principe Don Ippolito direttamente, a cui anche quel feudo apparteneva ma da fittavoli di fittavoli, i quali, non contenti di vivere in città da signori sulla fatica di quei poveri disgraziati, li vessavano con l'usura più spietata e con un raggiro intricato di patti esosi”.

L'utilizzo del plusvalore, dunque la mancata equa redistribuzione dei profitti, ha condotto, per riprendere la logica marxiana, ad uno sfruttamento sino a giungere ad una vera e propria schiavizzazione.

La libertà di associazione, combattuta ben dopo la rivoluzione francese, ne è un palese esempio; leggi varate appositamente al fine di uno stretto controllo, teso a soffocare possibili insurrezioni, induce la popolazione, oppressa dalle continue ed ingenti tasse, a lavorare per garantire la propria sussistenza.

“Fin dall'inizio della tempesta rivoluzionaria la borghesia francese osò sottrarre agli operai il diritto d'associazione che si erano appena conquistato. Con decreto del 14 giugno 1791 la borghesia dichiarò che ogni coalizione operaia era un “attentato contro la libertà e la dichiarazione dei diritti dell'uomo” (…)”.

(Ed oggi, con l'annullamento pratico, tramite corruzione, dei sindacati che sopravvivono solo sulla carta e in teoria, ricadiamo negli stessi vincoli di sfruttamento senza controllo e difesa da parte dei lavoratori).

Da una appropriazione rurale, si è, grazie alla rivoluzione industriale, passati ad un capitalismo industriale, ove i lavoratori, specialmente quelli espulsi dalle campagne, vengono sfruttati nella produzione di risorse, con il minimo salariale e con orari di lavoro assolutamente fuori da ogni condizione umana. Si riscontra, dunque la legge della domanda e dell'offerta; più recinzioni che delimitano la proprietà e più macchine vuol dire meno bisogno di personale, pertanto più emigrazione alla ricerca di un nuovo impiego, i quali incrementano la domanda, ma sono incapacitati nel pretendere una paga adeguata, poiché la forte richiesta ne comporta una facile sostituzione e, tutto questo cerchio, impenna i guadagni dei capitalisti ed impoverisce i comuni lavoratori. Questo è lo sfruttamento del plusvalore. (Applicando tutto questo all'immissione dei robot come forza lavoro, si giungerà a comprendere meglio persino i fini di “eugenetica”, quindi il concetto di riduzione drastica dell'umanità, considerata ormai un inutile peso).

La mancata libertà di formare sindacati, genera ignoranza e paura, la quale comporta una precarietà estrema, portando ad una richiesta di minime forme di sussistenza, atte alla sola ed unica sopravvivenza. (Sembra di essere proprio ai nostri giorni).

Per citare nuovamente Steinbeck, ecco un brano che spiega in poche righe il concetto chiave del capitalismo:

“Ascolta” — disse il ragazzo — “ Metti che tu hai lavoro per un operaio, e che per avere quel posto si presenta solo uno. Ti tocca dargli la paga che vuole. Ma metti che si presentano in cento.” (…) “ Metti che quel posto lo vogliono in cento. Metti che quei cento hanno dei bambini, e che quei bambini sono affamati. Metti che dieci centesimi bastano per comprare un po' di farina di mais a quei bambini. Metti che cinque centesimi bastano per fargli mettere almeno qualcosa sotto i denti. E per quel posto si sono presentati in cento. Tu offrigli cinque centesimi, e vedi se non s'ammazzano tra loro per avere i tuoi cinque centesimi ”.

L'induzione alla violenza (oggi si fa ricorso al “terrorismo” controllato), si ritrova come valida soluzione per soggiogare intere popolazioni e renderle schiave tramite l'oscuramento di ogni speranza di riappropriazione della propria libertà.

Questa è la base di ogni “civiltà sviluppata”, come Marx critica aspramente:

“la violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova”.

Citazione riferita allo sfruttamento dei colonizzatori, da cui lo storico attinge a piene mani, aprendo così una lunga parentesi sullo schiavismo, sulle leggi che tutelavano questo stesso e su una popolazione che appoggiava tale politica fomentata dal forte razzismo e dalla facile propaganda dei rispettivi governi, i quali celavano lo sfruttamento con la funzione di acculturazione delle popolazioni indigene.

“Il sistema coloniale fece maturare come in una serra il commercio e la navigazione. Le “società monopolia” (Lutero) furono leve potenti della concentrazione del capitale…”.

Lo sfruttamento, nelle società moderne, può essere trasposto con il sistema bancario, usufruito da tutte quelle nazioni che hanno cercato il loro “posto al sole” nel sistema economico mondiale, il quale attraverso il “debito pubblico” imbriglia intere popolazioni, costrette a ripagare quel debito (inestinguibile per sua stessa natura matematica) e che sembra non porre mai termine.

“L'unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è il loro debito pubblico. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più affondo si indebita. Il credito pubblico diventa il credo del capitale.(…) Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell'accumulazione originaria”.

Ma, allo stesso tempo, diventa padrone dei singoli cittadini, ponendo vite umane sullo stesso piano di semplici oggetti.

Sempre più complesso, dunque, sembra essere l'innesco di una possibile rivoluzione, grazie ad un vero e proprio assoggettamento messo in essere dalle grandi banche e che mette in catene intere popolazioni, soprattutto senza la loro piena consapevolezza.

Il sistema bancario pare avere vita propria, come un essere spregevole che si nutre di stenti umani.

Marx, nel capitolo preso in esame, lascia una lettura del tutto convincente sul motivo dell'impoverimento della società, mettendo in chiaro le origini, le cause e le conseguenze.

Non si esime neppure nel dare risposte su possibili sviluppi alternativi al consumismo, i quali, sebbene non conducessero alla ricchezza, garantivano l'agiatezza comune come, ad esempio, la possibilità di istituire delle “fabbriche separate”, in cui dare spazio ai piccoli imprenditori.

Ma tale aspetto, riguardo alla grande industrializzazione, è visto come uno sviluppo precedente, ovvero appartenente al passato. Tuttavia, secondo lo studioso, era (e lo potrebbe essere ancora) l'unica forma idonea ad una effettiva redistribuzione della ricchezza.

In oltre, Marx sottolinea la possibilità di miglioramento solamente attraverso una predisposizione diversa dell'animo umano, ove il benessere comune abbia la precedenza su quello del singolo:

“La fabbrica riunita arricchisce prodigiosamente uno o due imprenditori, ma gli operai non saranno che giornalieri pagati più o meno bene, e non parteciperanno per nulla al benessere dell'imprenditore. Nella fabbrica separata invece nessuno diventerà ricco, ma molti operai saranno agiati… (…) Le manifatture separate individuali, perlopiù collegate con la piccola agricoltura, sono le sole libere”.

Steinbeck, come precedentemente accennato, nel suo romanzo rende più volte omaggio a Marx, senza rinunciare, come non lo ha fatto del resto anche lo scrittore de “Il Capitale”, ad un' aspra critica contro lo sfruttamento della società moderna, fornendo delucidazioni riguardanti la redistribuzione della ricchezza, di pura matrice marxiana che lui stesso cita, delineando soprattutto il concetto indispensabile della proprietà comune, mettendo in luce l'ingiustizia dello sfruttamento causato dall'appropriazione terriera:

“Se riusciste a separare le cause dagli effetti, se riusciste a capire che Paine, Marx, Jefferson e Lenin erano effetti, non cause, potreste sopravvivere. Ma questo non potete capirlo. Perché il fatto di possedere vi congela per sempre in “io”, e vi separa per sempre dal “noi””

“ (…) Che diavolo se ne fa d'un milione di acri? A che gli serve avere un milione di acri?(…) “Non lo so”, disse. “Mi sa ch'è pazzo. Dev'essere pazzo.(…)”.

La pazzia, la povertà e le istituzioni

“Non c'è verità più grande di quella stabilita dal potere”

Questa unica citazione, potrebbe essere bastevole per racchiudere interamente le riflessioni di Foucault, il quale trasmette un pensiero che si potrebbe definire semplice e rivoluzionario al tempo stesso.

Attraverso accurate ricerche storiche, traccia le linee guida dell'evoluzione dei diversi governi e come questi abbiano influito, in maniera diretta, sul pensiero comune.

Esempio lampante, è senz'altro il concetto di follia.

In “Storia della pazzia” Foucault sottolinea con forza, come la follia sia stata utilizzata nelle maniere più disparate dalle diverse istituzioni politiche, per spiegare o mettere a tacere, soggetti umani non facilmente contenibili entro le “mura ristrette” della società.

Quella che, nell'epoca contemporanea dello studioso, veniva definita come “schizofrenia” poteva, a suo parere, essere stata definita “isteria” e, andando in tempi ancora precedenti, si poteva persino chiamare: “stregoneria”.

Il concetto essenziale è dunque quello di far comprendere che la follia o gli squilibri umani, sono per lo più additati dalla società come tali, poiché trattasi di soggetti scomodi, atti a turbare il normale equilibrio della comunità.

In verità la follia, per Foucault, non è affatto così facilmente individuabile e, l'unica propriamente riscontrabile, sarebbe quella data da un'analisi effettuata sulla mente stessa del soggetto in questione, lontana dal riscontro e dal contesto sociale:

“La pazzia non ha molto a che vedere con la verità e con il mondo, come con l'uomo e con la verità di se stesso”.

Il collegamento tra pazzia e povertà è dunque facilmente individuabile, ovvero: emarginazione.

La reclusione è un sistema ben ponderato dallo Stato, al fine di allontanare ogni soggetto che pone in difficoltà il sistema governativo, attraverso delle “cure”, che lo Stato stesso evidenzia come “rieducative”. Il soggetto potrà dunque riabilitarsi dalla propria condizione, soprattutto grazie alle apposite “work houses”, dove si guariranno i “malati” dal proprio ozio.

La miseria viene dunque individuata come patologia: perché un essere umano dovrebbe crogiolarsi nell'ozio e nel sudiciume se non per cattiveria o per follia?

Il folle è colui che si crogiola nella miseria e la sua stranezza, che in età medievale lo caratterizzava, diviene, a partire dalla metà del secolo XVI, indice di un essere spregevole che deve essere espulso o recluso, poiché non considerato soggetto operoso e utile.

“Nel XVIII sec. la follia è come desacralizzata, ciò deriva anzitutto dal fatto che la miseria ha subito questa specie di decadenza che la fa concepire oramai nel solo orizzonte della morale. Ormai la pazzia non troverà ospitalità che tra le mura dell'ospedale, accanto a tutti i poveri”.

Questo è senz'altro il pensiero comune che spinse il re luigi XIII ad istituire l' “hopital général” definito dall'intellettuale come: “il terzo stato della repressione”:

“L'Hopital général non è un'istituzione medica. E' piuttosto una struttura semi-giuridica, una specie di entità amministrativa che, accanto ai poteri già costituiti, e al di fuori dei tribunali, decide, giudica ed esegue”.

La costrizione dei pazienti a quella di prigionieri, è ben evidente nella testimonianza dell''intellettuale:

“Questi ospizi sono destinati a soccorrere i poveri, ma quasi tutti comportano celle di detenzione e prigioni dove vengono rinchiusi dei detenuti la cui pensione è pagata dalla famiglia o dal re”.

Ovviamente, come già accennato con la funzione delle “work houses”, detto fenomeno era tutt'altro che confinato alla sola Francia. In Inghilterra, sin dall'epoca di Elisabetta I, a pochi anni dalla riforma luterana, tale istituzione era già presente dal 1575.

La “house of correction” era un fenomeno diffuso a tal punto che ve ne erano almeno una in ogni contea.

“La punizione dei vagabondi ed il sollievo per i poveri”!

La distinzione non era certo casuale, vi era una netta separazione tra povero operoso e quindi produttivo, da coloro che erano recidivi agli insegnamenti, quindi folli. I quali presentavano, agli occhi delle istituzioni, un'unica tendenza: quella del vagabondaggio e della prolificazione.

“L'opposizione tra poveri buoni e cattivi è essenziale alla struttura e al significato dell'internamento”.

“Il libertinaggio dei mendicanti si è spinto all'eccesso con uno sciagurato abbandono ad ogni sorta di delitti, che attira la maledizione di Dio sugli stati, quando sono impuniti”.

La matrice religiosa, come osservato nel medesimo aspetto anche se con fini diversi dalla Federici, è senz'altro influente nel contesto sociale.

Già nella metà del sec. XVI, sembrano molto lontani gli insegnamenti di san Francesco riguardanti la povertà, intesa come virtù ed avvicinamento a Dio.

Il luteranesimo ed il calvinismo (soprattutto quest'ultimo, con la sua dottrina di selezione, implica che sin dal momento della nascita vi siano dei predestinati ad incontrare la grazia divina. La predestinazione è già visibile dal loro operato sulla terra, che ne determina la “sorte”) hanno messo in cattiva luce il concetto di elemosina e di mendicità. Lutero ha più volte condannato (cattività babilonese) gli ordini religiosi, l'agiografia e le opera di carità, sostenendo che la gloria del signore sia un processo del tutto interiore.

Questo ha conseguentemente posto in primo piano, un maggiore individualismo e laicizzazione delle istituzioni; occuparsi dei mendicanti non deve essere più una problematica religiosa, ma dello Stato che deve avere una funzione riabilitativa dall'ozio, giudicato come “padre di tutti i vizi”, dei soggetti in cura.

“Dio giudica le azioni dell'operato umano”.

Sarebbe del tutto riduttivo dunque, dare carità ad un singolo, quando in verità è necessario spazzare via l'intero fenomeno; per cui, confidare nelle case riabilitative, vuol dire dunque essere a piena conoscenza dell'approvazione di Dio:

“No, le opere non sono necessarie, no,esse non servono a niente per santità”.

Anche il cattolicesimo non è esente da questa modifica di pensiero:

A partire dal Concilio di Trento, la Chiesa vorrebbe ottenere spontaneamente dai vescovi la conversione dei beni ecclesiastici in opere ospedaliere che la Riforma aveva ottenuto attraverso la laicizzazione.

Operare non singolarmente, ma far del bene per la collettività, diviene il nuovo credo che si sviluppa dal concilio di Trento in poi anche nelle istituzioni ecclesiastiche.

In ultima analisi, Foucault analizza (intuibili i collegamenti con Marx) quanto la condanna dell'ozio possa essere produttiva.

Dove, per produttiva, s'intende la costrizione di questi soggetti al lavoro forzato.

Lavoro che si presenta quasi come una schiavitù, data una manodopera quasi del tutto gratuita e che si accontenta della propria sussistenza, andando sempre più a rimpinguare il fenomeno del capitalismo.

Difficile distaccarsi dal girone infernale delineato egregiamente da Marx e cosi tanto attuale ai nostri giorni; lo Stato influenza l'opinione pubblica, la quale teme di essere invasa dalla miseria e dalla violenza generata dall'esasperazione dei vagabondi, i quali tentano di uscire dalla loro condizione con il lavoro, ma al tempo stesso, sono costretti dallo Stato (il quale sostiene di tutelarli) e dai datori che offrono una paga misera. Tutto ciò garantisce un maggior guadagno dell'industriale o del proprietario terriero:

“Tutti gli internati devono lavorare. Si tiene conto esattamente del valore della loro opera e si dà loro il quarto di esso. Perché il lavoro non rappresenta soltanto un'occupazione, dev'essere produttivo”.

Tutto questo giustificato attraverso un'azione “redentrice” del lavoro, che riesce in questo modo ad evitare il pericolo anche di possibili sommosse.

Ed ecco la continuità storica del concetto di sfruttamento e di controllo dell'opinione pubblica attraverso la propaganda di potere.

Le lezioni che Foucault sostenne al “Collège de France” possono risultare alquanto utili, se viste come un ulteriore approfondimento di: “Storia della follia in età classica”.

Lo scopo didascalico delle sue lezioni, agevola il lettore nel potersi inserire nella mente dell'intellettuale, favorendo in colui che si accinge alla lettura, una facile comprensione di procedimenti tutt'altro che elementari.

Il suo approccio psicologico dona fascino ai suoi scritti, offrendo un nuovo elemento esaminatore: l'animo umano.

In quest'ultimo, Foucault s'immerge totalmente e fornisce delle letture di estremo rilievo, quali quelle riguardanti l'individualità e l'individuo stesso che si approccia all'inserimento in una società; legame tutt'altro che spontaneo e naturale, ma conseguenza di un'evoluzione storica.

Altro elemento, affatto trascurabile, ed approfondito con estrema chiarezza nel suo saggio: “Il coraggio delle verità”, è quello casuale. L'uomo è collegato al caso, al destino o all'accidente?

Tale legame, per gli antichi, era un fattore incontrovertibile, congiunto doppiamente non solo al singolo individuo, ma anche al suo γένος (ghenos), ovverosia: la discendenza. Opere come la “Orestea” di Eschilo ne sono testimonianza.

L'uomo moderno, dall'illuminismo in poi, ha risentito di una necessità razionale, da qui lo studio sotto questa lente del fenomeno del vagabondaggio, evento che non ha solo come unica matrice quella della nascita e quindi esclusivamente casuale, ma anche quella della società non ben disposta all'accettazione.

“Mi chiedo se sia possibile tentare di classificare le società in base alla sorte riservata, non ai defunti, ma ai vivi di cui esse vogliono sbarazzarsi, a seconda di come trattano coloro che cercano di sfuggire al potere, di come reagiscono rispetto a coloro che, in un modo o nell'altro, trasgrediscono, infrangono o aggirano le leggi”.

Foucault, anche attraverso la testimonianza di alcuni filosofi e studiosi, traccia le linee individuali separate da quelle collettive, inclini al rifiuto, all'esclusione, alla paura.

Il primo tema trattato e più volte ricalcato, è quello dell'esclusione: chi si appresta al vagabondaggio è deciso ad escludersi, oppure viene escluso ed infine allontanato?

Il fenomeno è studiato ed identificato da più voci: Lèvi-Strauss parla di due esclusioni totalmente distinte: l'una di assimilazione e l'altra di rigetto. I due fenomeni sono, dall'autore, scissi.

Secondo Foucault, invece, non esiste una reale differenza poiché colui che viene recluso al fine correttivo è comunque esiliato tanto quanto colui che viene espulso.

La problematica quasi immediatamente individuata è quella legislativa, troppo favorevole alle classi sociali più elevate, rilevata dallo studioso soprattutto per la sua azione moralizzatrice, più che per quella di ripristino dell'ordine e della giustizia.

Foucault individua lo Stato ed alcune sue leggi, come una repressione contro le inclinazioni umane e vede, come unica via di sviluppo storico, la guerra civile, bistrattata dalla maggioranza dei suoi colleghi, come espressione della voce della popolazione (oggi: populismo).

“La guerra civile, mi pare, è una nozione filosoficamente, politicamente, storicamente molto mal elaborata. E lo è per svariate ragioni. Mi sembra che nascondere, negare la guerra civile, affermare che la guerra civile non esiste sia uno dei primi assiomi dell'esercizio del potere”.

Egli, prima d'introdurre la sua teoria espone quella dello studioso Julius, il quale individua la guerra civile come una lotta di tutti contro tutti; l'uomo, a differenza di quanto sosteneva Aristotele con la definizione di ”animale sociale,”è geloso della propria individualità, poiché non ammette di poter essere facilmente sostituibile. L'appropriazione di beni e di potere, s'insinua come un veleno all'interno della società, poiché il singolo è spinto dalla bramosia dell'appropriazione e del sovrastare, con il proprio potere sugli altri. Da qui nasce la delinquenza, seguita da sommosse intrise di violenza.

La legge, secondo Julius, garantirebbe l'ordine: senza una figura di dominio come quella regia, la società si riverserebbe nel caos. Inoltre, sostiene che tali sommosse si inneschino solamente quando vi è una perdita del potere medesimo.

Foucault, invece, si accentra su altri aspetti, ricorrendo, nella maggior parte dei casi a degli esempi storici: l'uomo, proprio perché oppresso e schiacciato da mancanti diritti che gli spetterebbero, è spinto alla rivolta; non solo per soddisfare gli interessi propri, ma di un'intera comunità, la quale risente della medesima mancanza. Quindi, spinti da questo fabbisogno, si genera la guerra civile. Non una guerra contro tutti, ma solo contro il sistema che ha fatto crollare diritti che in precedenza sussistevano:

“Quindi non bisogna affatto vedere la guerra civile come qualcosa che dissolverebbe l'elemento collettivo della vita degli individui e li riporterebbe a qualcosa come una loro individualità originaria. La guerra civile al contrario, è un processo i cui personaggi sono collettivi e il cui effetto è un' ulteriore apparizione di nuovi personaggi collettivi”.

Per citare nuovamente Steinbeck, anche qui si riscontra una similitudine degna di nota, come la scena nella quale l'ex predicatore Casy coinvolge Tom ed altri braccianti ad allearsi con lui, nel tentativo, riuscito anche se solo momentaneamente, di garantire agli altri braccianti una paga adeguata, la quale in precedenza, era stata decurtata:

“Ascolta,Tom,” disse infine. — noi siamo venuti qui per lavorare. Dicevano che la paga era cinque centesimi. Eravamo così tanti che non puoi sapere quanti. Arriviamo a quelli che ci dicono che la paga è due centesimi e mezzo. Con due centesimi uno non ci mangia (…) Allora gli abbiamo detto che non ci stavamo. E loro ci hanno sbattuti fuori. (…) Ora dici che a voi vi pagano cinque centesimi. Ti credi che quando ci smontano lo sciopero vi pagano ancora cinque centesimi?”

Molti dei pensatori citati da Foucault hanno una corrente di pensiero diametralmente opposta; ad esempio, per Le Trosne, le insurrezioni e la violenza sono generate unicamente dal vagabondaggio, il quale non rappresenta solamente un problema dell'individuo, ma dell'intera società; grazie all'azione di questi, l'economia ne ha fortemente risentito.

L'intellettuale in questione individua il lavoro come un dovere per l'intera comunità, senza alcuni elementi, l'intero ingranaggio ne risente. Potrebbe risultare lecito considerare la sua visione come un “marxismo rovesciato” ove non è la carenza di lavoro la causa del nomadismo ma è la volontà personale nel volersi sottrarre, a causa del proprio ozio, dal lavoro a garantire una povertà generale dato l'aumento dei costi di manodopera ed il poco guadagno che se ne ricava dalle materie prime. Le Trosne condanna la legge, in quanto il sistema punitivo è basato interamente sulla problematica della mendicità e non su quella del vagabondaggio, che instilla, con la sua prolificazione, una totale trascuratezza del benessere sociale.

Egli dunque propone una modifica drastica del codice penale, ove il vagabondaggio sia punito non solamente con la reclusione, ma anche con il lavoro forzato, sino al ripristino dello schiavismo al fine rieducativo e riabilitativo.

Foucault ribatte, alla teoria di Le Trosne, in maniera semplice ma efficace, asserendo che è questo il “gioco” del Capitalismo. Ovvero, sfruttare la forza lavoro, dando come giustificazione, agli occhi della società, un'azione riabilitativa:

“Un grande internamento sul luogo di lavoro, è questo che Le Trosne ha sognato, non ha visto altro che questa specie di grande massacro in cui si poteva uccidere chiunque rifiutasse di fissarsi, questa scena di caccia feudale, ma già capitalista”.

L'intellettuale prosegue inoltre, ricalcando i passi marxiani, con la problematica data dall'accumulazione originaria e di come la proprietà e la forza lavoro siano diventati un'esclusiva del datore di lavoro che può utilizzare queste risorse ad appannaggio del tutto personale.

Un altro punto trattato, è ciò che deriva dallo sfruttamento, quindi quello della povertà, la quale genera timore generale, poiché il nomadismo è senz'altro un fenomeno non contemplato da una società lavoratrice ed additato per la propria diversità. Arguibile è l' opinione che si possa avere di questo fenomeno, in quanto esulante dalla norma: la pigrizia e la dissipazione sono le prime due colpe marchiate a fuoco (nel vero senso del termine).

Oltre ciò, argomento ugualmente trattato dalla Federici, emerge la problematica riguardante il nucleo familiare; il vagabondo è associato ad una vita dissipata, ben lontana dal timore di Dio e dal mettere al mondo della prole disposta a divenire forza lavoro.

Come afferma la studiosa, vi è la concezione che il mettere al mondo dei figli sia una “condizione naturale” e che quindi chi esula da tale impegno, è di conseguenza colui che non ubbidisce al volere divino.

Foucault inoltre, ripropone la questione del nomadismo, non solo inserita nella visione data dall'opinione pubblica, ma soprattutto quella dello Stato e dei suoi molteplici tentativi per frenare il fenomeno: uno dei punti essenziali è senz'altro la forte preoccupazione di una mancanza di controllo da parte delle istituzioni.

Un uomo che non ha residenza fissa né nucleo familiare e che non presenta alcun impiego, è difficilmente controllabile (ricordiamo l'astio instillato ancora oggi contro gli zingari, unica comunità al mondo che ripudia IL CONCETTO DI GUERRA. Fa venire in mente qualcosa?); le pene che sono inflitte sono senz'altro violente ma, soprattutto, poco produttive.

Lo studioso, ben consapevole di ciò, riporta citazioni tratte da “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, il quale aveva studiato l'aspetto riabilitativo di certi provvedimenti, riscontrandoli poco proficui.

Foucault, in ultima analisi, asserisce che le stesse leggi servono a garantire un maggior potere alla borghesia, la quale può avvalersi delle leggi stesse per un proprio tornaconto personale; sarebbe dunque corretto applicarle in maniera del tutto universale, prive di qualsiasi distinzione e senza alcun correlato correttivo:

“Al contrario, la vera disfunzione di questo sistema s'introduce, come tenta di fare il Sindacato della magistratura, sopprimendo la codificazione criminologica e aplicando la legge nella sua universalità e inevitabilità, cioè facendo funzionare il sistema penale secondo l'impostazione di Beccaria, senza questa specie di correlato-correttivo costituito dalla moralizzazione e dalla criminologia”.

Lo stato di povertà è lo specchio di una società

“Ai re, ai baroni, ai vescovi, alle grandi corporazioni non sono certo mancati gli storici, a non trovarne nessuno sono stati i poveri e gli oppressi”.

Con questa citazione Geremek introduce nel suo saggio il capitolo riguardante la criminalità ed il vagabondaggio: materia che fino ai primi del XIX sec. era stata raramente esaminata. Successivamente, primeggia come materia legittimata di studio dell'evoluzione sociale; del resto non si può escludere, al fine di comprendere lo sviluppo di questa, la maggioranza della popolazione che, per secoli, era stata messa in disparte, “dietro le quinte” del teatro storico.

La società capitalistica diviene un soggetto di studio molto approfondito, soprattutto con l'avvento del marxismo, analizzato dalla parte degli oppressi e degli sfruttati.

Geremek approfondisce anch'egli il fenomeno e, in special modo, dà una delucidazione sull'esplosione della violenza e sul concetto di criminalità.

Per lo studioso, al fine di comprendere il motivo dell'esplosione della criminalità, è necessario considerarne l'aspetto violento, perché questo si generi e se sia rivolto o meno verso un obiettivo comune.

Il primo punto della sua analisi è la ferma convinzione, come del resto lo era anche per Foucault, che la maggioranza degli episodi di criminalità, siano dovuti all'emarginazione.

Per affermare questa ipotesi, l'autore conduce una piccola indagine statistica, ove si riscontra che atti di violenza e special modo il furto, sono eseguiti più frequentemente nelle città piuttosto che nelle campagne. La spiegazione è senz'altro quella data da una maggiore repressione, più frequente nel contesto urbano, data dall'alta percentuale di disoccupazione a causa della sovrappopolazione di gente che si riversa dalla miseria della campagna alla fallace speranza di un possibile impiego nella città. Non trascurabile quindi è l'innesco della violenza data la precarietà di risorse e di false aspettative riversate dalla maggioranza contadina nella città.

Altro punto interessante approfondito da Geremek, è quello che la stessa violenza non sia riversata su obiettivi casuali, per citare Foucault in una guerra di “tutti contro tutti”, bensì si scatena, la maggior parte delle volte, verso il ceto abbiente: il caso di furto è senz'altro il crimine commesso con più frequenza. (Qui si potrebbe inserire un quesito: ma è davvero reato rubare a chi ci ha derubato e sfruttato per primo? Perché, come abbiamo appurato, non può esiste arricchimento senza reato).

Nella teoria economica di Marx, “sovrappopolazione relativa”, è una locuzione che indica (in logica e giusta polemica con il malthusianismo) la risultanza della diminuzione dei mezzi di sussistenza (piuttosto che dall’aumento naturale della popolazione) e che a sua volta determina la formazione dell’esercito industriale di riserva, così regolando i movimenti del mercato del lavoro secondo le esigenze di valorizzazione del capitale:

“Le condizioni di affollamento in cui si svolgeva la vita urbana, i conflitti e le tensioni tipici della società cittadina spiegano il carattere della quotidianità di questo tipo di reati”.

Deducibile, potrebbe essere ulteriore collegamento a Steinbeck che, nel suo romanzo, traccia le molteplici conseguenze dello sfruttamento umano, puntando sulle naturali illusioni generate da false speranze che inducono a credere ad uno stile di vita migliore, volto al mero scopo di cacciare il surplus umano dalle proprie abitazioni.

La mancanza di lavoro, l'emarginazione, le illusioni trasformate in atroci incubi hanno suscitato, nei protagonisti e non solo, inferocimento e forme di violenza incontrollabili. La denutrizione dei propri figli li spinge a tentare l'effrazione ed il furto:

La violenza, per Steinbeck, si traduce come tale quando si è costretti all'esasperazione, ad avvalorare tale tesi è l'episodio in cui la famiglia Joad riesce a rifugiarsi in un “campo governativo” ove gli “Okie” si amministrano da soli e collaborano spontaneamente senza l'incessante intervento della polizia:

“E non c'erano rogne? Risse, furti, ubriachi?— Macchè — disse Tom (…)”.

Altro segno d'emarginazione è, per Geremek, quello dato dalla reputazione dell'individuo accusato: se questo ha dei precedenti e soprattutto se è considerato un vagabondo, è costretto a subire delle pene molto più severe rispetto al torto fatto. Questo è dovuto senz'altro dalla paura generale che suscita tale fenomeno, spinto in special modo dal timore di non trovare più lavoro a causa dell'improvviso calo del costo della manodopera per il forte flusso migratorio e per la presenza di gente disposta a tutto pur di sopravvivere.

Nuovamente Steinbeck:

“Sono stati lì a strillare tutt' il giorno. Sono arrivati quelli della polizia. Gliela stanno facendo vedere loro a quei figli di puttana (…) Il lavoro ce l' avremo eccome. Questi maledetti Okie (…)”.

E sembrerebbe proprio di stare a sentire dei discorsi odierni di “guerra tra poveri”, emarginati ed immigrati.

Al fine di concludere questo cerchio costituito da eventi che si susseguono infinitamente, generati dalla paura, dalla criminalità ed infine dall'emarginazione, si riterrebbe utile citare nuovamente Foucault, il quale trascrive le sanzioni imposte dallo Stato, tra le quali, come atto di esclusione, emerge quello di una vera e propria marchiatura a fuoco per coloro che sono ritenuti criminali, oppure dall'amputazione dell'orecchio, a mo' di simbolo, per chi aveva commesso un furto:

“Marchiare: fare una cicatrice, lasciare un segno sul corpo, in breve, imporre a questo corpo una diminuzione virtuale o visibile, oppure, se non si ha accesso al corpo reale dell'individuo, infliggere una ferita simbolica a suo nome, umiliare la sua figura, intaccare il suo statuto”.

L'associazione che si fa “delinquente uguale vagabondo” è dunque arguibile.

Geremek conduce la sua ricerca verso le cause di un tale incremento di criminalità dato dal fenomeno del capitalismo. Sebbene questa sua ipotesi sia controversa a molti studiosi (uno tra tutti Hildebrand, citato dall'autore stesso, come contestatore di tale tesi), i quali affermano che il fenomeno pauperistico esistesse ben prima di quello capitalistico, Geremek, concordando con Marx, afferma che senz'altro quest'ultimo non ha fatto altro che incrementare il fenomeno della povertà e dello sfruttamento:

“Se è vero che i poveri esistevano da sempre, in tutte le società di classi, è altrettanto vero che il pauperismo, in quanto fenomeno sociale, fu legato alla crisi del sistema feudale, e accompagnò la genesi della società capitalistica, contribuendo all'accumulazione primitiva del capitale”.

Rifacendosi alla matrice marxista dell'enclosueres, un gran numero di braccianti sono stati costretti all'abbandono delle proprie terre e a riversarsi nelle città, creando non solamente un fenomeno d'agitazione generale, ma soprattutto di basso costo della manodopera e di un maggior impoverimento per la gran parte di classi sociali, che si sono viste decurtare la propria paga. L'agitazione generale sarà dunque riversata su queste masse, proprio perché inconsapevoli del fenomeno più alto e irraggiungibile del capitalismo.

In ultima analisi Geremek conduce un parellelismo d'indubbio interesse: quello degli Stati europei con il Terzo mondo (interessante riscontro con il sociologo tedesco Beck: il quale con il suo scritto “La società del rischio” del 1999, poneva in raffronto la situazione economica del Brasile con quella europea, dando la sua profetica visione dell'Europa che, nel nuovo millennio, si sarebbe avvicinata alle medesime condizioni dello Stato dell'America del Sud). Egli vede, in questo confronto, la possibilità di ottenere, se non delle soluzioni, perlomeno delle possibilità di ricerca.

Egli attribuisce ad entrambe le realtà un incremento di povertà dato in special modo dalla limitata possibilità di assimilazione dell'immigrazione nel contesto urbano: ovvero quello di non avere delle leggi necessarie alla risoluzione della problematica e ad un'accoglienza, la quale si mostra favorevole solamente ad un numero limitato di immigrati. Il resto viene riversato come “manodopera superflua” allo sfruttamento, quasi alla stregua dello schiavismo.

Il “mercantilismo”, come viene dall'autore definito, conduce ad una totale precarietà che si traduce in rabbia e violenza, sino a sfociare nella criminalità.

Da qui, si ripresenta il ciclo infinito: dall'emarginazione alla criminalità.

La trasposizione marxiana nei tempi moderni

“Il nostro tempo pare essere incapace di dare di sé una definizione positiva. E' un tempo del “post”, postmoderno, poststorico, postfordista e, recita ora un ritornello divenuto perfino stucchevole oltre Atlantico, postcoloniale.”

Postcoloniale e modernità sono le parole chiavi che Mezzadra utilizza nel suo testo, in cui trasporre ideologie ed eventi storici nell'attualità, si rivela la sua “missione” da compiere in maniera del tutto efficace ed esauriente.

Qui Mezzadra si ritrova impegnato in un'indagine accurata del capitolo XXV del “ Il Capitale” di Marx; indagine non solamente mirata a delucidare alcuni punti del grande intellettuale, ma altresì alla trasposizione in chiave moderna di quello che oggi può essere definito “capitalismo” e “accumulazione originaria”, delle derivanti variazioni che l'epoca moderna ha trascinato con sé, deducendone non solo una situazione non troppo modificata con il trascorrere del tempo, ma ancora del tutto esistente ed ampliata in quella che oggi definiamo con il termine “globalizzazione” e con lo sfruttamento eterogeneo prodotto da una continua migrazione, che altro non ha fatto se non rendere legale l'abuso della forza lavoro, fino ad una nuova forma di schiavismo.

Attraverso una scrittura sprezzante di quel mondo aureo che i “media” molto spesso fanno apparire nelle loro riviste satinate, assoggettate, corrotte e prezzolate, mette in evidenza che, dietro la tecnologia e il benessere, esaltate dalla televisione del nulla, si nasconde una sorta di catena minacciosa da cui è quasi impossibile sciogliersi: Il capitalismo.

Mezzadra inizia la sua analisi accogliendo l'affermazione marxiana che riconduce il male capitalistico a l' “accumulazione originaria e agli enclousers” da cui deriva la miseria dei lavoratori e il cieco sfruttamento da parte dei capitalisti.

Dunque, l'odierna e cosiddetta civiltà avanzata, fonda le sue basi sulla violenza e sullo sfruttamento delle risorse umane, dando falsa consapevolezza che tali sforzi, prodotti dalla mercificazione umana, siano da considerarsi “naturali”.

“Nulla v'è di “naturale”, ci dice Marx, nel fatto che una classe d'individui sia costretta, per riprodurre la propria esistenza, a vendere la propria forza lavoro come “merce”, appunto scambiata sul “mercato del lavoro”. Ma che potremmo ben definire ormai, il nuovo mercato degli schiavi.

Mezzadra continua il suo studio concordando sulla visione storica marxiana: l'evoluzione data dalla sola violenza e dalla mercificazione non conduce ad altro che ad un ripetersi incessante di soprusi ed ingiustizie, da cui ne deriva solo un ciclo storico turbolento, tale da definirsi compatto e unico e che ha, come fine e principio, quello dell'accumulazione originaria, ovvero: la netta separazione del produttore dai mezzi di produzione.

“ (..) Ma ogni formalismo è qui escluso dalla rilevanza strategica che assume su entrambe le dimensioni, nell'analisi svolta da Marx, il problema della produzione della merce forza lavoro: una produzione che incide i corpi e modifica le anime, una produzione che investe e stravolge in modo assolutamente concreto e determinato il terreno stesso della vita”.

Mezzadra apre una vera e propria indagine (e lo fa producendo vari riferimenti ai più svariati autori che hanno trattato lo scrittore del “ Il Capitale”) sull'origine di tale sistema economico e se a questo vi si possa porre rimedio. Una parentesi ironica è aperta dall'autore nell'accostamento con l'invettiva dissacrante marxiana che vede nell'origine del capitalismo, un parallelismo con il peccato originale, dove l'uomo si ritrova causa e spesso vittima delle sue medesime sofferenze:

“ (…)Però la leggenda del peccato originale teologico ci racconta come l'uomo sia stato condannato a mangiare il suo pane nel sudore della fronte; invece la storia del peccato originale economico ci rivela come mai vi sia della gente che non ha affatto bisogno di faticare”.

L'aggiunta che fa l'autore de: “ La condizione postcoloniale”, è senz'altro quella di una visione storica che ci evidenzia, come causa dell'origine capitalistica, l'evento scaturito da “la transizione”. Tra le molteplici cause di questa, vi è ad esempio, la rivoluzione borghese che ha condotto una rivoluzione capitalistica in chiave del tutto politica:

“A me pare estremamente importante questo riferimento all'ambiguità della categoria di “borghesia come classe”. Non solo perché in qualche modo anticipa gli sviluppi successivi della storiografia sulla borghesia (…) Ma anche perché, mi sembra, ci restituisce il concetto di classe libero da una serie di incrostazioni “sociologiche” che su di esso si sono depositate nel tempo. E ci consente di riappropriarcene nel suo originario significato marxiano, un significato tutto politico”.

L'origine è dovuta dall'incessante ripetersi di momenti di transizione dati da una continua e duratura violenza generata dallo sfruttamento d'intere popolazioni. Da qui, l'autore, approfondisce propriamente la questione della colonizzazione, ove mentre in Marx questo fenomeno viene additato solamente come una rapina ed un'estorsione, Mezzadra, con l'appoggio di citazioni di altri autori, tra i quali spicca Chakrabartry, individua la colonizzazione come uno sviluppo di eterogeneità e di forza lavoro che si fonda su tale diversità. Per cui, il capitalismo, può essere definito, ovviamente, “globale”.

La transizione tra “la storia 1” ovvero il lavoro astratto, e la “storia 2” costituita dall'eterogeneità, ci consente di comprendere la rilevanza della distorsione dell'opinione pubblica, la quale, vittima di propaganda, evidenzia l'azione capitalistica come capacità di osservazione giusta del mondo e rende legittima quella che viene definita come forza lavoro, ciò che in realtà è violenza e sfruttamento.

“Perché si determini la transizione al capitalismo è necessario che le condizioni storicamente e “culturalmente” eterogenee che il capitale incontra e sussume sotto di sé siano tradotte nei codici che governano la “ Storia 1” del capitale, ed in particolare nel codice del “lavoro astratto”, inteso come “la chiave interpretativa della griglia con cui il capitale ci chiede di osservare il mondo”.

L'ultimo paragrafo del suo libro, Mezzadra lo dedica alla concezione marxiana dei “commons” distrutti dalla privatizzazione.

Qui l'autore si colloca in piena antitesi con il pensiero comune che pone tale concetto in maniera del tutto nostalgica e, probabilmente, anacronistica.

Mezzadra s'impegna nel far emergere questa concezione come facilmente accostabile al significato semantico racchiuso nella parola “comunità” e dunque invita a lasciare da parte il pensiero che fa cadere “i commons” nel desueto e di dargli nuova modernità nella speranza di una possibile libertà e uguaglianza.

“L'ipotesi che il comune sia qualcosa deve essere prodotto, costituito da un soggetto collettivo capace, nel processo della sua stessa costituzione, di distruggere le basi dello sfruttamento e di reinventare le condizioni comuni di una produzione strutturata sulla sintesi di libertà e uguaglianza”.

Collegamento a tale affermazione può essere ricondotto certamente a Steinbeck e al suo romanzo ove la “famiglia Joad”, trovatasi in un campo governativo, riscontra una situazione del tutto peculiare a quella dei “commons”.

L'auto governamento e la gestione dei beni, non propri ma comuni, si traduce come unica possibilità di pacifica convivenza del tutto priva di ogni forma di delinquenza:

“Il Comitato Centrale s'occupa di mantenere l'ordine e di fare le regole. Poi ci sono le donne. Badano ai bambini e s'occupano dei moduli sanitari se tua madre non lavora, può badare ai bambini di quelle che lavorano. E se trova una lavoro, quelle che non ce l'hanno badano ai suoi. Fanno pure roba di cucito, poi c'è un 'infermiera che viene a fargli lezione… e tutta roba così”.

In conclusione, il capitalismo rappresenta il furto, la rapina, l'estorsione, l'usura e l'appropriazione indebita di pochi (privatizzazioni) a discapito di tutti. Quindi, in realtà, il capitalismo dovrebbe essere perseguito a termini legali e punito con l'arresto e il sequestro dei beni accumulati. O meglio, sottratti.

Ma non è così, poiché, per prima cosa, i vari capitalisti, ormai da secoli, si sono costruiti su misura leggi e regole. Anzi, dire la verità, ormai si può cominciare tranquillamente a ritenerla un'azione illegale. Perché, come dice Marx:

Non c'è verità più grande di quella stabilita dal potere”!

E, il potere, non vorrà mai, almeno spontaneamente, rinunciare alla possibilità di arricchire parassitariamente sul lavoro altrui. Ben consapevole che la povertà altrui costituisce l'asse portante della sua ricchezza.

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