07:13 22 Novembre 2019
Un aereo atterra all'aeroporto di Khorog in Tagikistan il 1° luglio 1988Turisti stranieri nell'Unione Sovietica

Viaggi Pianificati nel socialismo reale - 12° puntata

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Il viaggio di Mariangela prosegue tra Georgia, Uzbekistan, Mosca: tanti colori, odori, tanti visi diversi e imprevedibili rapporti con cittadini sovietici, forse stanchi di essere sovietici. Mariangela ci regala anche fotogrammi di un originale Capodanno a Praga datato 1985.

Dall’Armenia fummo catapultati in Georgia, a Tbilisi, città circondata da montagne e colline, molto verde, ricchissima d’acqua (un fiume l’attraversa), tripudio di meloni, tutti i frutti, case con balconi di legno e montanti decorati, bellissima! Anche lì c’era casino, ma senza carri armati. Loro erano degli squinternati. In ogni città era previsto lo shopping nei GUM.

I GUM di Leningrado e Mosca erano di una tristezza infinita, con pochissima roba… ti chiedevi “ma qui cosa viene a fare la gente, non c’è niente!”.

In Georgia, così come in Uzbekistan e a Jerevan, c’era tutto.

Per esempio, a Tbilisi mi informai sulla possibilità di acquistare colori, acquerelli, cartoleria, strumenti di precisione, lenti e altri beni disponibili. Comprai un orologio. All’epoca ero vegetariana, fu proprio dura. Ogni tanto servivano una zuppa con “saponette” galleggianti, cioè pezzi di carne bianca, grassissima. Io mangiavo le guarnizioni di tutti, erbe e pomodori.

Dopo la camminata in città, durante una sosta ai GUM, chiedemmo ad una commessa se ci fosse un bagno. Ricevute le indicazioni, ci avviammo. Nel nostro incerto girovagare, notammo una signora che, mentre parlavamo con la commessa, si trovava con noi al banco. Ci seguiva osservandoci. All’improvviso decise di avvicinarsi e, in un inglese perfetto, disse che le era parso di capire che avevamo bisogno di aiuto. Ci accompagnò alla toilette, anche perché le parole scritte in georgiano erano indecifrabili. Con aria imbarazzata spiegò che le dispiaceva di vederci in una situazione tanto strana. Pensai che si riferisse allo sporco, ma mi sbagliavo. Nel bagno delle donne c’erano i lavandini e, in fondo, i servizi veri e propri, senza porte, senza possibilità di chiudersi dentro.

Una strada di Tblisi fotografata nella primavera del 1989
Una strada di Tblisi fotografata nella primavera del 1989

Qualcuno aveva appeso, per maggiore protezione, delle tende molli fatte di leggeri cordoncini che oscillavano distanziatissimi. Tutto aperto! La signora disse che capiva il mio imbarazzo. Lei uscì. Aspettai il mio turno, mi feci forza e… fu imbarazzante. La gentile signora, in realtà, aveva uno scopo. Una volta uscita, cominciò a parlare con Sergio, il mio compagno di viaggio, che aspettava fuori.

Si presentò dicendogli di essere una matematica sposata con un accademico della scienza e che le sarebbe piaciuto portarci a casa sua per parlare. Voleva avere contatti con l’estero. Era travolgente e gentile fino all’eccesso. Noi provammo a spiegarle che facevamo parte di un gruppo, con tempi contingentati, che dovevamo rientrare in hotel con gli altri, che il giorno dopo saremmo ripartiti, che non eravamo in giro per conto nostro. Lei insisté. Voleva offrirci da bere e da mangiare. Fissammo quindi un appuntamento. Ci sarebbero venuti a prendere ai GUM tre ore più tardi.

Sembrava una donna interessante. In appena due ore aveva preparato una tavolata di cibo impressionante, meraviglioso e buonissimo. Ci pregarono di assaggiare tutto. Incontrammo suo marito e la di lei sorella, che era un fisico. Era una famiglia di scienziati. La signora aveva smesso di lavorare all’Accademia delle Scienze in seguito alla nascita dei suoi due bambini. Smaniavano per due motivi: per chiacchierare e per chiedere se noi, dall’Italia, potevamo scrivere per fargli ottenere un visto turistico. Fu Sergio a conversare su questo argomento. Lui si era laureato in ingegneria, lavorava all’Università, di conseguenza poteva toccare temi a loro più familiari. Sergio disse che quello che poteva fare al suo ritorno era chiedere in Università, o in Ambasciata, informazioni sulla procedura. Loro erano molto preparati e dicevano che doveva fare questo e quello. Sergio ribatté che chiedere non costava nulla.

Il marito veniva spesso in Europa Occidentale. Il visto sarebbe servito più a lei, che desiderava seguirlo in un viaggio nel nostro Paese. Avevano modi molto cortesi, ma quando si passò a questa discussione i toni si accesero. Raccontavano della loro vita impossibile, del fatto che i georgiani volevano l’indipendenza da sempre e non si sentivano di appartenere all’Unione Sovietica. Volevano tornare ai tempi degli eroi nazionali del XVIII secolo!

“Sicuramente,” dissero “in una nostra repubblica indipendente, per noi sarebbe possibile fare tutto quello che vogliamo, come fate voi in occidente”. Sergio provò a spiegare che le cose da noi non stavano così. Parlò del sistema socialista, che aveva livellato tutti e che garantiva una base alla collettività, che certamente non dava la possibilità di emergere più di tanto… si emergeva fino ad un certo punto, nel partito o in altri ambiti controllati.

Tentava di fargli capire che da noi, se non “cresci”, puoi diventare uno “spiaccicato per la strada” che nessuno cura, senza nessuna tutela, cosa che da loro non poteva succedere. Cercava di bilanciare il loro esagerato ottimismo riguardo all’avvenire dell’occidente. Di sicuro, uno come il professore da noi avrebbe avuto un altissimo tenore di vita, neanche lontanamente paragonabile a quello della sua realtà quotidiana.

Lui, che aveva viaggiato in Europa e in America, lo sapeva. Ad un tratto chiesero se eravamo comunisti e noi: “Sì certo! Comunisti italiani!”. Ci attaccarono: “Ma allora voi difendete…” eccetera, eccetera, la solita storia, “Stalin…”.

La cosa andò avanti. Assolvemmo il nostro compito. La signora riuscì ad accompagnare il marito in Italia.

Partimmo per l’Uzbekistan. Taskent, città poco interessante, rasa al suolo dal terremoto del 1966 e completamente ricostruita, conserva un monumento, un grande cubo saettato spaccato in due, a memoria dell’evento disastroso. Dormivamo al decimo piano di un mastodontico albergo, un'altissima torre. Affacciandosi alla finestra, tenendo come riferimento gli altri palazzi, si poteva percepire chiaramente un’oscillazione. L’impressione fu grande. Barbara diceva che lì si muoveva sempre tutto e che erano abituati ai terremoti.

Da un punto di vista monumentale e architettonico non c’era molto da vedere. Bello il clima, 40 gradi ventilati! Colori violenti, piante, fontane dappertutto, bambini dentro le fontane, gente in giro. Visitammo un bruttissimo monumento ai caduti, dove gli sposi andavano a fare le foto. Sul piccolo aereo ad elica, che da Taskent portava a Samarcanda, viaggiammo coi meloni, meloni che andavano da tutte le parti. Sotto di noi si stendeva un deserto brutto, piatto, fatto di terra e cespugli secchi. Samarcanda doveva sembrare un miraggio per chi vi si recava a piedi, o con gli animali, nel passato. Alla fine del deserto c’è una cosa blu: è Samarcanda! Fantastica la grande piazza delle tre medressa colorate di blu turchese! Nel primo cortile di una di esse mi lasciarono entrare, ma non oltre… sono una donna.

Samarcanda, il Registan fotografato nell'estate del 1989
© Foto :
Samarcanda, il Registan fotografato nell'estate del 1989

Samarcanda era speciale… città bellissima che, all’epoca del viaggio, cadeva un po’ a pezzi… la stavano restaurando. Dopo la visita all’osservatorio astronomico di Ulughbek e al solito museo folk, ci separammo dal gruppo per gustare l’atmosfera del mercato tipicamente orientale. Lunghissimi banchi, montagne di verdure, colori pazzeschi, il “testaio” che vendeva teste di animale coperte dalle mosche, stoffe tradizionali che tutti indossavano, pantaloni fatti a strisce di tutti i colori.

Sergio e un altro ragazzo portavano i classici bermuda. Gli si avvicinò una signora uzbeka. Preso Sergio sotto braccio, lo condusse fino ad un banco dove vendevano pantaloni lunghi. Il messaggio era: sei un uomo, non devi portare i calzoncini corti! I ragazzi si comprarono dei pantaloni lunghi e li indossarono subito. Lei era tutta contenta. Ci chiese da dove venivamo… “Ah l’Italia!”. Sembrava di essere fuori dal mondo. Cosa avevano di strano le persone? Avevano gli occhi azzurri su una faccia mongola!

I viaggi tradizionali non prevedevano la visita del mercato. Comprai degli orecchini molto carini, contrattando un pochino. Nessuno ci chiese niente, né Raketa, né cambio. Ci chiedevano dell’Italia, di Firenze, qualcuno sapeva cosa c’era a Firenze, erano molto incuriositi dal fatto che fossimo in mezzo al mercato da soli. Comprammo delle stoffe facendo un po’ di scena, un po’ di contrattazione da loro tanto gradita. Io detesto contrattare, ma, per stare al gioco, contrattavo anche sul mezzo rublo per poi comprare al prezzo che volevano. Vendevano cose bellissime.

La sera ci fu uno spettacolo di luci e suoni in piazza. Raccontavano, nella loro lingua, dell’epopea di Tamerlano.

Seguirono quattro giorni a Mosca. In principio, a causa dei continui spostamenti, sembravamo degli ubriaconi. Stare a Mosca era… come essere tornati a casa! Vidi le opere della Galleria Tret’jakov, ma non entrai nel mausoleo di Lenin. Preferii aspettare fuori e gustarmi quella meraviglia del cambio della guardia col passo dell’oca… Mosca fu: GUM, Raketa, cambio, pochi rapporti con le persone. C’era già molto turismo sulla Piazza Rossa e sull’Arbat (effetto Gorbaciov).

Che strana impressione trovare le persone anziane all’ingresso delle metropolitane intente a chiedere la carità. Tutto era ancora in piedi! Le signore vendevano le cose di casa… le vidi lì per la prima volta nella mia vita. Parlammo con un taxista, uno di quelli che dicevano che così non si poteva andare avanti per molto, che doveva succedere qualcosa, che non ci rendevamo conto, che Gorbaciov era una persona adatta al contatto con l’estero e che somigliava ai nostri uomini politici, che era per questo che ci piaceva, che non somigliava a nessuno dei loro uomini politici precedenti, quelli non andavano bene ma neanche questo andava bene… Parlava di Chernobyl, chiedeva se ne avessimo sentito parlare, chiedeva cosa ne pensassimo. Più ci avvicinavamo ai problemi dell’URSS, più la conoscevamo e più ci accorgevamo che non ci stavamo capendo niente. Gorbaciov nella nostra visione era una cosa, nella loro visione era un’altra persona. Ci fece l’esempio di Chernobyl.

Trovammo sempre qualcuno disponibile a darci indicazioni o informazioni, non accadde mai che qualcuno ci dicesse “non ho tempo, non ho voglia”, anche se stava lavorando. Erano vestiti da Est. Non c’erano contaminazioni. Le scarpe erano brutte. Le scarpe erano una di quelle merci che non c’erano mai, merci da coda. Invece, i pattini da ghiaccio c’erano dappertutto, anche in Uzbekistan. La città non mi parve trascurata, solo un po’ malinconica.

Visitai Praga molto prima dell’URSS. Vi arrivai nel 1985 con due amiche, in treno, via Vienna. Trovammo un albergo per trascorrervi il Capodanno. Un freddo… bellissimo, con la neve. Fuori era pieno di gente. Passammo il Capodanno in un dopolavoro, in una tipica sala praghese dell’Ottocento, con divani, velluto, orchestrina un po’ triste, la champagnaskaja (avevano prodotti russi), signori di cinquant’anni che ci invitavano a ballare facendo l’occhiolino, divertente… fuori c’era una montagna di neve!

A Praga non ci fu modo di relazionarsi, erano diversi dai russi, ma i signori ballerini furono molto gentili e corretti.

Dormimmo in due alberghi. Tre notti nel primo, molto bello, il resto del soggiorno nel secondo. La stanza, caldissima, era grande due volte casa mia. Andavamo a mangiare nelle Kavarna, sempre piene di gente del luogo. Una volta, arrivando tardi, trovammo la cucina chiusa (chiudevano alle ventuno e trenta) e optammo per una birreria che aveva delle cose un po’ raffazzonate. Ci ronzavano intorno gruppi di maschietti italiani.

Purtroppo non imbroccammo mai con i cechi, che erano molto carini. Prima di ripartire, conoscemmo un ragazzo di Modena che era venuto a trovare lo zio comunista. Il buon uomo, dopo la guerra di liberazione, aveva pensato che, se il comunismo non si poteva far arrivare in Italia, vi ci sarebbe andato lui. Giunto in Cecoslovacchia, si era sposato e non era più tornato. Domandammo al giovane dei pensieri di suo zio. Lo zio diceva di essere un po’ deluso per com’era andata.

Fine dell'intervista a Mariangela tratta dal libro "Viaggi Pianificati", di Luca Del Grosso.

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Turismo, Uzbekistan, Georgia, Russia
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