14:00 17 Novembre 2019
L'Ermitage di San Pietroburgo

Viaggi Pianificati nel socialismo reale - 11° puntata

© Foto del blogger Luca Del Grosso
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Russi, armeni, abcasi, azeri... tutti insieme (quasi) appassionatamente nel viaggio di fine anni '80 raccontato da Mariangela. Da Leningrado a Jerevan, con caprette sui balconi, furti, Raketa e tanta voglia di conoscere l'Est europeo ignoto ai più.

Era il 1989. Avevo trent’anni. L’agenzia ETLISIND aveva elaborato un itinerario massacrante che ci avrebbe portati a Leningrado, Mosca, Jerevan, Tbilisi e, soprattutto, a Taskent e Samarcanda (per noi le top della lista!) in Uzbekistan, d’estate, in ventitre giorni caratterizzati da un continuo salire e scendere dagli aerei, che alla fine ci fece provare un senso di totale spaesamento. Volammo da Milano a Mosca e, il giorno dopo, da Mosca a Leningrado.

Eravamo un po’ preoccupati per questo tipo di viaggio, ma non c’era alternativa. Per compiere un giro del genere in autonomia sarebbero servite troppe cose: capacità organizzativa, tempo e molti soldi! Per non parlare dei visti!

Il tour iniziò all’insegna della rapidità di spostamento e di visita delle principali attrattive. Dopo soli tre giorni a Leningrado, partimmo per Jerevan. Ciò voleva dire lasciare qualcosa di nordico, un certo clima, una certa architettura, una certa luce, per Jerevan nel Caucaso. Facce completamente diverse!

Come quando dalla Georgia, dove il clima è temperato come quello dell’Italia del Sud, dove si stava molto bene, tra persone fisicamente come noi (non hanno tratti molto diversi dai nostri), passammo in Uzbekistan. Gli uzbeki avevano qualcosa di strano, tratti mongoli ed occhi azzurri…

Prima tappa impressionante.Leningrado è una città dall’aspetto europeo, con grandi palazzi e strade larghe. In estate ha un clima meno problematico di quello invernale. Sembrava una città abbandonata, senza cure. I tram “ballavano” su binari incastrati allo sconnesso fondo stradale. In alcuni tratti le rotaie erano discontinue! I negozi sovietici… una povertà… una “melina” triste, solitaria, conciata: non c’era nulla. La città però era bellissima, con i suoi monumenti e i canali… che atmosfera!

​Desideravamo staccarci il più possibile dal gruppo. Con noi, oltre ad una coppia di Livorno, con cui legammo e che avremmo rivisto in Italia, c’erano degli sfegatati comunisti per i quali tutto era perfetto e fantastico e bellissimo, ma c’erano anche i critici, che imprecavano contro le cose che non andavano bene. La cosa divertente era che noi volevamo sganciarci per andare in giro, ma alcune cose di quelle organizzate erano davvero molto curiose, in chiave sindacal-filocomunista.

In ogni città si visitava il museo di arte popolare. Alcuni si rivelarono interessanti, altri meno…, Il museo di Jerevan ospitava i tappeti più belli del mondo, dal ‘200 ad oggi. Ci risparmiarono le gite in fabbrica che, invece, fino a qualche anno prima tiravano molto. Per Leningrado era stato previsto un intero giorno da trascorrere all’Ermitage. Di fronte al museo alcune signore tipicamente russe, truccate da matrioska, che avevano un “non so che” del nostro Sud, pesavano le persone.

Ogni tanto qualcuno passava, gli dava una monetina e si pesava. Dopo aver visto la collezione dell’Ottocento, che ci interessava maggiormente, scappammo verso la Prospettiva Nevski per camminare e per vedere le librerie. Io studiavo russo e cercavo libri che avrei poi potuto leggere se avessi proseguito nello studio della lingua, com’era nelle mie intenzioni. La mia biblioteca personale conserva un libro che riporta un carteggio tra Dostoievski e un altro signore, un testo con copertina rossa e scritte dorate. I libri, tutti finemente rilegati, costavano pochissimo.

Lì si vedeva il comunismo: bei libri a basso prezzo. Qualcuno potrebbe obiettare: sì, ma che libro? solo quello che è permesso leggere. Però, quello che è permesso è bello e costa poco! Entrammo in una bellissima libreria con grandi scaffali in legno e banconi zeppi di libri: passammo le ore cercando di comprendere il significato delle scritte sulle copertine!

Era il periodo delle notti bianche, notti senza buio, una cosa molto strana. Cominciava ad avvicinarsi il tramonto e ci si aspettava che, verso le otto, il sole sparisse. Invece si “fermava” la luce, rimaneva un crepuscolo chiaro e la gente in giro. Erano giunte in città montagne di navi. Marinai, bellissimi, come del resto le ragazze… ragazze sulle banchine, a gruppi, come se fosse stato giorno, che facevano le stupidelle con i ragazzi sui ponti delle navi.

I ponti sulla Neva si aprivano tutti insieme alle sei del mattino per far passare le imbarcazioni: aspettammo e, con un occhio solo (che stanchezza!), potemmo godere dello spettacolo dei ponti. Pieno di gente che aveva bevuto l’impossibile, così io potevo chiacchierare… tra uno che parla male la lingua e uno che ha bevuto alla fine ci si capisce. Parlavo russo, un russo elementare. Volevo tuttavia praticare la lingua, comunicare.

Dormivamo in uno di quegli alberghi che puzzavano di cavolo, come la quasi totalità degli interni di quel Paese. Nei posti caldi era un po’ diverso. Gli alberghi del pacchetto viaggio non brillavano per comfort ed eleganza, ma le hall erano meravigliose. Sovietiche! Grandissime! Marmi, drappi… ahimè, bastava salire la scala e diventavano spartani. Andava bene così. La tragedia era un’altra.

Non si trovava acqua da bere. Ricordo una notte di sete terribile. C’erano le signore ai piani, le digiurnaje, che controllavano, che avevano le chiave di tutto. Senza di loro non si poteva fare niente. La mia non aveva acqua. Nel corso del viaggio ci rendemmo conto che non c’era acqua minerale da nessuna parte. L’acqua del lavandino, se si lasciava scorrere, immediatamente portava due centimetri di ferro nel bicchiere e faceva schifo. Io provai a berla. Lasciava il sapore di ferro in bocca.

Quindi ci torturammo bevendo i “soka”, succhi, disponibili in vari tipi, ma in realtà di un unico sapore. Molto dolci, molto zuccherati. Erano buffi, perché i gusti erano ribes, mirtillo, betulla. Un soka dolcissimo quando hai sete… poi hai sete ancora. Eravamo messi male! Però, affascinanti quei coloranti. Avevamo due accompagnatrici: Barbara, italiana, esperta, sicura e l’accompagnatrice russa obbligatoria, Tatiana, giovane e carina, soverchiata dall’italiana.

Quanto alla sicurezza, nulla da segnalare. A parte un giorno, a Jerevan o in Uzbekistan… Tatiana arrivò trafelata, mentre stavamo bevendo tranquillamente un tè, dicendo “Forse lo sapete già, ma spero che non vi faccia pensare male. Hanno rubato una macchina fotografica ad un turista!”. A lei sembrava un avvenimento scandaloso, mai capitato prima. Disse che aveva preferito dircelo perché magari saremmo venuti a saperlo da qualcun altro. La vittima apparteneva ad un gruppo che non c’entrava con noi. Che sorpresa! Un furto!

Manifestazione nel centro di Yerevan, settembre 1989
Manifestazione nel centro di Yerevan, settembre 1989

A Jerevan vidi l’unico pugno (umano) alzato di tutto il viaggio in Unione Sovietica.

Un gran casino in Armenia. Armeni, abcasi e azeri avevano cominciato a randellarsi (dispute per questioni territoriali e di indipendenza, ndb) e nella capitale c’erano i carri armati. Già a Leningrado la partenza era stata incerta, fino a che non ci imbarcarono dicendo che la situazione era sotto controllo. La piazza centrale di Jerevan, enorme, meravigliosa, con le belle fontane, occupata per due terzi da carri armati faceva un po’ impressione.

Molto più che sapere del furto della macchina fotografica. Secondo la spiegazione ufficiale i carri stavano lì perché la situazione era apparsa complessa fino al giorno prima, ma l’emergenza era rientrata. Che strano il colpo d’occhio! Sulla piazza principale di Jerevan spuntava il mega albergo che ci ospitava, ma che, per un’intera ala, era stato assegnato a gente in fuga dai territori sotto pressione. Guardando la facciata dell’hotel e tutta la parte a destra con i balconi pieni di panni, notai un signore sul balcone con una capretta. Ci spiegarono allora dei recenti accadimenti.

C’erano in giro molti italiani. In seguito al devastante terremoto del 1988, un sacco di italiani erano andati ad aiutare, a tirar fuori gente. Camminavi per la strada e appena ti sentivano parlare gridavano: “ehi italiano!”. Un signore per strada fece proprio così “ehi italiani!”, alzando il pugno chiuso, e noi felici “ehi, compagno, tovarisc!”. Gli italiani erano molto amati. Una sera, in un locale dove si beveva, ci accorgemmo che un italiano sedeva al nostro fianco. Ci raccontò che era rimasto perché “c’era da fare”. La domanda fu: tappeti? “Eh sì, tappeti, è una buona strada”. Aveva capito che poteva fare questo export, anche se con dei limiti.

Quello che veniva fuori appena chiacchieravi con qualcuno era che Gorbaciov piaceva tanto a noi occidentali, ma che a loro non era mai piaciuto, non tanto Gorbaciov quanto Raisa Maksimovna, tutti ce l’avevano con lei, donna molto diversa da quelle dei presidenti precedenti. Anche Gorbaciov era diverso dai presidenti precedenti. Era in atto un boicottaggio, non arrivava niente di quello che doveva arrivare. A Mosca non arrivavano né sapone né sigarette. Prova a togliere le sigarette ad un russo: ti ammazza! Sono dei grandi fumatori. Ma se a te tolgono il sapone, anche tu ti incazzi! Ho visto le famose code, fuori dai GUM. Un giorno mi unii ad una coda esagerata, poi chiesi di che si trattava. Sapone.

Se c’era una coda voleva dire che c’era qualcosa di interessante, io mi ci mettevo. Non arrivava sapone da sette giorni. I prodotti che giungevano dalle periferie del Paese venivano fermati alle porte di Mosca, alle porte di Leningrado, cioè alle porte dei punti vitali della struttura e sembrava che si trattasse di un blocco organizzato. Era già successo nella storia che la sospensione dell’approvvigionamento di merci di prima necessità provocasse il crollo. Quello che percepivi era disamore, non voglio dire odio nei confronti del governo, per Gorbaciov.

Dicevano che lui non riusciva a risolvere i problemi. Secondo altri, questi problemi relativi al sapone o alle sigarette venivano creati ad arte da quelli che volevano silurarlo. Tutto sommato, considerato l’epilogo, poteva essere vero. Però loro erano incazzati. “Ma come?” tuonavano “Voi considerate un progressista, un liberale, quest’uomo che di fronte a un tale problema non riesce a schiodarsi, non riesce a fare in modo che questi punti di interruzione del flusso di merci vitali, indispensabili nella quotidianità, vengano tolti?”.

Era il periodo degli orologi russi “Raketa”. Allora, ad ogni passo, c’era qualcuno che ti offriva il Raketa. Se vedevi uno in un angolo con due tipi sospetti, era perché stava comprando dei Raketa. Erano bellissimi e funzionavano! Erano gli anni dell’ ”ondata sovietica”, che toccò anche la moda. Da noi “operazione simpatia”, loro invece ti dicevano che Gorbaciov era un coglione e Raisa una stronza, perché lei lo manovrava.

Visitammo alcuni interessanti siti archeologici, verso l’una del pomeriggio: c’erano quaranta gradi, senz’acqua, c’erano solo i soka. Un massacro. Entrammo anche in una chiesina ortodossa con pianta a croce, un “eremino”, antichissima, ai bordi di un lago gigante, dove trovammo un prete ortodosso, solo soletto, che si faceva fotografare e tutti lo seguivano perché era l’unico umano, in un paesaggio tipico da sud… caldo, colori accesi. Gli armeni non chiedevano mai dell’Italia, ci conoscevano… italiani compagnoni! Ci offrivano i Raketa, la vodka, il caviale nei tentativi di borsa nera, di cambio nero. Prima di cambiare, aspettammo di capire come funzionava questo cambio, perché Barbara si era raccomandata di non cambiare niente per la strada, a causa dell’alto rischio di fregatura.

continua…

Intervista tratta dal libro "Viaggi Pianificati", di Luca Del Grosso.

 

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