22:29 26 Giugno 2019
Marco Pantani

Pantani: la montagna, il mare e la mia maturità

CC BY 3.0 / Hein Ciere / Picture of Marco Pantani on the way to Alpe d'Huez 1997
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di Mauro Lauretano
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A 18 anni c'è tutta la vita davanti e si potrebbe "stare tranquillamente a ruota". Io invece guardavo la tv, e sognavo la possibilità di andare in fuga dal quotidiano e volare in alto e rispondere alle sfortune che sentivo intorno. Proprio come il Pirata.

Di quel Giro d'Italia del 1997 mi ricordo soprattutto le fughe, quelle di Michele Coppolillo e soprattutto di Marco Pantani. Erano generosi, Pantani e Coppolillo, e il loro modo di affrontare una corsa a tappe era diverso da quello di un seppur grande campionissimo come Indurain, inscalfibile dominatore, in grado di staccare tutti a cronometro per poi controllare in montagna. Loro due invece mi scaldavano il cuore, una caratteristica che avrei poi sempre preferito — beh, Schumacher da questo punto di vista è un'eccezione, lo ammetto.

Ero diventato maggiorenne allora e la mia libertà di movimento era decisamente aumentata grazie alla patente di guida. Per questo in quella mattina di maggio presi la macchina e mi diressi al Terminillo, arrivo di tappa in quel giro, e pazienza se dovetti saltare un giorno di scuola.

Arrivai prestissimo e riuscii a guadagnare la posizione agognata, alla fine della corsa, oltre il traguardo. Questo significava che non avrei visto i ciclisti passare davanti a me ma — pazienza — quando si ha un obiettivo da inseguire bisogna essere disposti a sacrificare il piacere momentaneo. E soprattutto ad aspettare — quanto lo feci quel giorno! Dovevo essere proprio determinato per poter essere al contempo così giovane e così paziente.

Beh, proprio paziente non lo ero… Dovevo abbozzare, come si dice dalle mie parti, e accumulare la scarica di adrenalina al momento giusto. Ore di attesa e poi il tutto si sarebbe deciso in pochi attimi.

Quando i corridori arrivarono, intravidi Coppolillo e iniziai a chiamarlo a squarciagola. Non era inavvicinabile come Tonkov, signore di quella tappa e — fino a quel momento — di un giro poi vinto da Ivan Gotti, e infatti venne da me. Credo fosse stupito e felice di aver trovato un giovane fan tra la folla, e infatti non esitò a farmi l'autografo.

​Ci sono autografi che ci rendono orgogliosi e altri a cui ci affezioniamo perché giungono da personaggi più protagonisti del nostro immaginario privato che di quello pubblico.

Pantani però non si vedeva, non riuscivo a scorgerlo. Mi rimisi così a chiamare Coppolillo a squarciagola e gli chiesi dove fosse Pantani per avere un autografo anche da lui. Non riuscì a trovarlo ma mi indicò l'hotel in cui la Mercatone Uno, la sua squadra, avrebbe alloggiato a Rieti. Purtroppo, nonostante la mia maggiore libertà, non avrei potuto fermarmi fino a tardi perché l'indomani a scuola ci sarei andato.

Successivamente cercai di contattare proprio la società Mercatone Uno ma niente.

Riuscii nell'impresa proprio quando invece Pantani era ormai diventato un mito e apparentemente più inavvicinabile solo un anno dopo, dopo la doppietta giro-tour che lo elevò nell'Olimpo dei ciclisti. Fu grazie a mio cugino in vacanza a Rimini in quell'agosto, che mi fece sapere di una serata in suo onore a Cesenatico, il suo paese natale. Io ero andato in vacanza, la vacanza della mia maturità, con Matteo, in Grecia, a luglio, e quindi ebbi tempo e modo di fiondarmi in Romagna. Lì davvero dovetti solo aspettare, perché Marco era alla portata di tutti.

Appena trovai il mio varco tra l'affetto che lo sommergeva gli porsi il foglietto e ciò che non riuscii a ottenere in montagna lo ottenni in riva al suo mare.

​Quando il Pirata sarebbe morto qualche anno dopo è morta anche una piccola parte di me, quella che si esaltava per le sue straordinarie salite, con un occhio alla TV e un occhio ai libri per gli esami.

Quella parte che si esaltò per un ciclista vero, autentico, che nell'epoca dei robot aveva ridato al ciclismo quell'umanità dei tempi di Bartali e Coppi. Per questo a me non piace soffermarmi col pensiero sulla sua morte ingiusta, crudele, avvenuta dopo che fu lasciato solo da chi prima lo acclamava, unico capro espiatorio condannato a pagare per tutti; quando ripenso al Pirata lo rivedo in quella sera, festante, trionfante, sorridente, circondato dalle gente che lo aveva amato ancor prima di infilarsi quella bandana e di diventare il signore delle salite più leggendarie.

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