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    Viaggi Pianificati nel socialismo reale - 8° puntata

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    di Luca Del Grosso
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    Tra Bratislava, Praga e Berlino continuano le avventure di Gianni in un socialismo un po' ostile nei confronti dei turisti occidentali. La seconda parte della sua divertente intervista è un mix di situazioni, a tratti, surreali. Meglio la polizia slovacca o quella della DDR?

    LEGGI LA PRIMA PARTE

    Lasciammo Budapest alla volta della Cecoslovacchia. L’autostrada era brutta, gibbosa, chilometri di gibbosità a pagamento. Alla frontiera venne a controllarci una poliziotta. Io indossavo un cappellino vietkong e lei lo voleva per sé: “Tu fai un bel regalo a noi cecoslovacchi”. Io le dissi che non facevo un bel regalo di niente. Purtroppo scoprirono il walkman nascosto sotto il sedile. Misero gli specchi sotto la macchina per l’ispezione, ma alla fine la vinsi io, senza perdite. Una volta entrati in Cecoslovacchia notammo che il paesaggio mutava. Diventava duro, più nordico, meno mediterraneo. L’Ungheria, alle nostre spalle, aveva molto del mediterraneo. Fummo subito colpiti da una serie di immagini di forte impatto: prima un bellissimo campo da calcio solcato da due squadre di ragazzini con le maglie rosse, belle, poi l’entrata in scena della simbologia comunista: falce e martello. Non si trovava “benzina privata”. Inoltre, in teoria, non era permesso soggiornare in appartamento.

    1974, Partita di calcio tra i lavoratori della fabbrica metallurgica Falce e Martello
    © Sputnik.
    1974, Partita di calcio tra i lavoratori della fabbrica metallurgica "Falce e Martello"

    A Bratislava erano continui i controlli per l’alcol. I poliziotti aspettavano regolarmente che, uscito dal bar, accendessi il motore per venire a rompere. Bevevo molta coca-cola perché guidavo io. Cambiammo soldi in nero dal facchino. Uscendo incontrammo una ragazza molto bella che ci si rivolse in italiano:

    “Ciao milanese! Tutto bene? Senti, vuoi andare in città, io ti porto in giro”.

    Ci portò a vedere la casa di Havel e un sacco di altre cose. Poi l’accompagnammo a casa. Accese la tv sul canale austriaco. L’appartamento era bellissimo, molto simile a quelli occidentali. Noi eravamo un po’ insospettiti. Poteva essere una confidente della polizia alla ricerca di informazioni. Ci disse che, per la sera stessa, avrebbe preparato una torta e ci invitò a tornare. Nel frattempo arrivò una sua amica bionda che conosceva qualche parola di inglese. La prima ci spinse ad uscire con questa ragazza. Anche lei era molto bella. Dopo un ulteriore giro in città, la bionda ci riaccompagnò in hotel.

    Fissammo un appuntamento per poi raggiungere la ragazza della torta. All’ora stabilita scendemmo nella hall e lei intanto si era comprata le Marlboro, con la scusa che stava con noi. Le domandammo dell’amica, che non arrivava. Arrivò invece un’altra sua amica, poi un’altra ancora e alla fine ci dissero che la prima non sarebbe arrivata più. Proposero allora di andare a ballare.

    In macchina si lamentavano perché non avevamo lo stereo: “Italiano senza radio!”.

    Guidai fino alla discoteca di un grande albergo. Presto si formò al nostro tavolo una grande adunata. Ci presentarono cugini, nipoti… Il cameriere mi chiese se doveva segnare ogni volta che mi portava da bere, e io gli dissi di segnare pure, così ogni volta lui metteva un trattino. Vidi però che prendevano da bere anche gli altri e lui segnava, segnava, segnava, segnava… Ad un certo punto il mio amico, che era tirchio, mi confidò un sospetto:

    “Gianni, ma questo mi sa che dobbiamo pagarlo tutto noi, questi non tirano fuori una lira!”.Per noi c’erano prezzi occidentali! Mi misi d’accordo col mio amico per riuscire a pagare solo le nostre consumazioni. Poi feci finta di andare a fare un giro. Gli ospiti erano tranquilli, allegri, distratti. Raggiunsi il bancone e chiesi di pagare la birra del mio amico, la coca che avevo bevuto e le rose. “E il resto?” mi chiesero. “Loro!” sentenziai. Il barista non mi credeva: “Come, loro?” e io ribadii “Loro!”.

    Avevo una gran paura, fuori poteva fermarci la polizia e far storie perché non avevamo pagato. Ma il mio amico mi tranquillizzò dicendomi che non sarebbe capitato nulla. Pagai il mio conto, lui si risedette e mi fece cenno di andare verso il bagno, che era vicino alla scaletta per uscire. Come d’accordo, uscii e… fregatura! Arrivò la polizia a farmi l’esame del tasso alcolemico: mentre soffiavo, sentii arrivare il mio amico. Ce l’aveva fatta! Gli dissi che sarebbe successo un casino con la polizia che ci bloccava e quelli che prima o poi sarebbero usciti dal locale a cercarci. E invece finii l’esame appena in tempo.

    Partii e vidi uscire la tipa bionda dalla discoteca che gridava “Gianni! Gianni!” Il mio amico si affacciò dal finestrino e le urlò “Italiani sì, ma coglioni no!”.

    Ero preoccupatissimo, quella notte ebbi paura per la macchina… Il giorno dopo cambiammo albergo, per evitare sorprese. Passò un altro giorno a Bratislava tra un salto in birreria, un sacco di propaganda socialista, un incidente tra camion e tram ed un matrimonio in chiesa.

    Di nuovo in macchina, ci dirigemmo ad una località di villeggiatura in montagna, al confine con la Polonia, Starý Smokovec. Tentammo senza troppa convinzione di passare la frontiera, ma non fummo abbastanza fortunati. L’offerta per il pernottamento era di soli cottage-monolocali e c’era molta gente della DDR in vacanza. Il paese era bello, tipo Cortina. Ci dedicammo alla birra e alle mangiate nei grandi posteggi per camion. Il mio amico chiedeva puntualmente il menu. Io gli chiedevo il perché, visto che non ci avrebbe capito niente e infatti non ci capiva mai niente. Avevamo però identificato e memorizzato quattro cose da ordinare. La birra annaffiava tutto. Non potevamo aprire il cofano della macchina per dare una controllata che… subito si formava un capannello di curiosi che volevano vedere il motore Fiat con gli occhi fuori dalle orbite!

    Un albergo nella località montana di Stariy Smokovec, inverno 1985
    © Sputnik.
    Un albergo nella località montana di Stariy Smokovec, inverno 1985

     

    Provavamo a spiegare che era un’auto di merda, ma loro: “no no, buna buna!”.

    Deviammo per Praga. La macchina era piena di fango, sembrava un’auto da rally. Soggiornammo per una settimana intera in un albergo del centro. Non si poteva parcheggiare liberamente, ma studiai un escamotage. Considerato che avevamo prenotato tramite l’Associazione degli Alberghi Cecoslovacchi, lasciammo il volantino dell’associazione e il depliant dell’hotel in bella mostra sul cruscotto. Tutti i vigili che passavano per fare la multa alla fine notavano i depliant e desistevano. Il nostro era l’unico hotel di quella via a non disporre di un parcheggio per i clienti. La macchina restò ferma una settimana. Utilizzavamo i mezzi pubblici. Non dimenticherò facilmente i videoclip di musica cubana proiettati nei mezzanini del metro. Praga si rivelò molto più tranquilla di Budapest. La parte nuova, però, era orribile. Come “vita” era meglio Budapest, che aveva locali jazz, locali rock. In giro per Budapest potevi sentire musica degli Iron Maiden! In Cecoslovacchia si percepiva un maggiore senso di oppressione, la gente era più triste.

    Veduta di Praga, 1988
    © Sputnik.
    Veduta di Praga, 1988

    In tangenziale i poliziotti ci fermarono più volte, continuavano a rompere, con fare cattivo. Rendendosi conto che tutto era in ordine, diventavano cordiali. Fummo obbligati a portare la macchina ad un’officina. La Fiat si trovava dall’altra parte della città. Un signore ci consigliò di rivolgerci alla più vicina Renault. Ci accompagnò e ci fece persino saltare la fila. Sistemarono la macchina e non volevano soldi. Io regalai mille corone al meccanico che l’aveva aggiustata. L’officina aveva macchine occidentali, belle, come la Golf e altre che in giro non si vedevano.

    Ci furono diverse scampagnate e visite, come quella alla fabbrica Skoda — vista solo dall’esterno — e agli impianti della birra Pilsner a Plzen, che in verità ci delusero: capannoni brutti, messi male, niente da rilevare. Plzen sembrava una città tedesca, con i numerosi tram, i viali lunghi e deserti, senza nessuno in giro. Karlovy Vary, città termale, era bellissima. Dormimmo in camere singole, con la radio. Particolare che ci fu fatto notare al check-in. Peccato che le trasmissioni fossero in lingua cecoslovacca! Non passavano neanche un po’ di musica. Le prostitute in hotel erano tante e ci fu anche un piccolo scandalo. Protagonisti alcuni mediorientali con due ragazze cecoslovacche. Alla fine della serata i mediorientali non volevano andare con le ragazze e loro piangevano perché non potevano concludere. Le avevano rifiutate e a loro saltava la serata. Tornammo in Italia.

    L’anno dopo era il 1987: capodanno a Berlino Ovest. Attraversate le Alpi e la Baviera, prendemmo l’autostrada che portava dalla Germania Federale a Berlino Ovest. La campagna era bruttissima, sembrava un "day after", ricordava Chernobyl, spoglia… Non si potevano superare i 110 km l’ora. Ad un certo punto vidi un lampo. Pensai “vuoi vedere che ci hanno fatto la multa, che abbiamo superato il limite?” e infatti, dopo un po’ di chilometri, ci accodammo a macchine tedesche occidentali in fila, ferme per pagare la multa. Noi con loro. Quaranta marchi. Con la foto. Ripartiti, dopo venti chilometri fummo affiancati dalla 124 della polizia tedesca con l’agente che urlava in italiano dal finestrino “ueh! bel viaggio? tutto bene? perché non mettete le cinture di sicurezza?” Quaranta marchi. C’erano altane da tutte le parti, con soldati che controllavano. Da lì non si poteva fuggire.

    Finalmente arrivammo a Berlino Ovest e al controllo documenti. Passammo ad Est dal check-point Charlie. Imbracciavo l’ombrello a mo’ di mitra, per scherzare. Il soldato col colbacco e la stella fece il duro all’inizio, poi divenne gentile. Prese addirittura la cartina e ci indicò le cose da non perdere: le ambasciate americana e russa; l’Opera; la torre della televisione; musei vari… Le donne sembravano uscite dal set di "Star Trek", con quelle tutine anni Sessanta… La parte vecchia di Berlino era diroccata, la tenevano così apposta per far ricordare gli avvenimenti della guerra.

    Il Checkpoint Charlie
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    Il Checkpoint Charlie

    Ad Ovest prendevamo spesso il metrò che faceva il passaggio sotterraneo ad Est. I mezzanini di questa linea erano chiusi da reti di ferro, erano fermate non arredate, e si vedevano i poliziotti di guardia. Solo ad una stazione era permesso scendere per entrare in DDR, ma ovviamente c’era il controllo documenti. I locali sparavano musica cubana a tutto spiano. Ci capitò di girare insieme ad altri italiani, in tutto eravamo forse una decina. In un bar ordinammo dei dolci e, nell'accomodarci, unimmo i tavoli. Niente di strano. Fummo sgridati da un furioso cameriere: “Non si può! (Assembramento!) Mettetevi dove ci sono tavoli liberi!”

    La gente, in generale, era molto cordiale. Un signore mi lasciò curiosare nella sua Trabant, mentre l’aggiustava.

    Ci concedemmo il piacere di un pasto all’Opera, allietati da un chitarrista, con del buon cibo che costava pochissimo. Bellissimo!

    Fine dell'intervista tratta dal libro "Viaggi Pianificati", di Luca Del Grosso.

    Tags:
    Repubblica Ceca, Germania
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