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    Panorama di Budapest, Ungheria.

    On the road da Lubiana a Budapest

    © Sputnik. Yurij Kaver
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    di Luca Del Grosso
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    L'esperienza socialista di Gianni comincia con la Pasqua del 1983 in Jugoslavia. Viaggiatore critico, curioso, attento e divertito, ci racconta di colombe pasquali e Gazzette dello Sport giunte oltre cortina, croati già pronti per la guerra, autogrill bulgari e della Budapest polverosa del 1986.

    Affittammo un bungalow a Lubiana, nel campeggio comunale. Dopo esserci sistemati, partimmo per un giro della città. Nell’avvicinarci alla macchina notammo che ignoti avevano staccato alcuni adesivi, per dispetto, in particolare quelli con riferimenti agli Stati Uniti d’America. Passammo la serata in una discoteca con selezione musicale di salsa e merengue. Lubiana… classica città mitteleuropea di derivazione austro-ungarica, si vedeva il segno del passato austro-ungarico… nello stesso tempo città modernissima, fatta di grandi viali alberati e molto pulita. Circolavano alcune Fiat 600 color carota delle società dei telefoni, un po’ buffe. Gli abitanti conoscevano tutte le lingue. Ci chiedevano caffé italiano, perché lì si beveva solo caffé turco. Si potevano trovare distributori di benzina Agip! Quello slavo era un socialismo riformato, dove si poteva intraprendere un’attività privata, aprire un negozio o un albergo, sia pur con certe restrizioni.

    Per le strade di Lubiana nel 1988
    © Foto:
    Per le strade di Lubiana nel 1988

    Lasciammo Lubiana per pranzare sull’isola di Cherso e viaggiammo in compagnia di truppe dell’esercito jugoslavo. I passeggeri erano o italiani come noi o militari slavi, circa tre o quattrocento, che andavano sull’isola di Cherso per svolgere il servizio di vigilanza. Avevamo portato una colomba e la dividemmo con tutti i passeggeri a bordo, salvo che con i soldati, i quali si tenevano a distanza. Grande festa! Scesi su Cherso, incontrammo degli slavi-italiani con la Gazzetta sotto braccio. Alcuni ci chiamavano dalle finestre gridando “Siete italiani!”. Il posto era bello, ci salutavano i vecchi dalle case…

    Durante la vacanza successiva, nel 1984, transitai da Sofia mentre viaggiavo in autobus diretto in Turchia. Al confine jugo-bulgaro gli autisti regalavano Marlboro a tutto spiano per passare prima, sia agli jugoslavi che ai bulgari. I poliziotti bulgari presero i passaporti e ce li restituirono quattro ore dopo. Ci fu una sosta ad un autogrill bulgaro, trascurato e malandato: l’addetta lavava e chi entrava pisciava per terra. A Sofia ci fermammo in un quartiere turco, non fu possibile avventurarsi. Al confine tra Bulgaria e Turchia i doganieri bulgari controllarono un tir ungherese che andava in Turchia e che trasportava mattonelle: le mattonelle finirono tutte in cocci!

    La cattedrale Aleksandr Nevskiy a Sofia - Bulgaria, nell' estate del 1984
    La cattedrale Aleksandr Nevskiy a Sofia - Bulgaria, nell' estate del 1984

    Nel 1985 organizzai un nuovo viaggio in Croazia, puntando al mare, prima a Pula, poi Parenzo. Scelsi la Croazia perché era più vicina della Spagna. Non c’era una particolare atmosfera socialista, non vedevo grandi differenze. Incontrammo molti italiani del nord-est.

    Per Pula ci vollero sette ore di treno da Trieste, cambiando a Divaccia, dove perdemmo la coincidenza e fummo costretti a dormire sulle panchine con turisti spagnoli che mangiavano per terra e ferrovieri slavi che bestemmiavano in italiano.

    Un giorno notammo una discussione in un bar dove alcuni croati parlavano male a dei tizi serbi, un po’ di battibecchi… alla fine qualcuno ci spiegò che si guardavano di traverso tra loro. I croati ci dicevano: tu non hai conosciuto uno slavo, ma un croato! Conoscevano le squadre di Milano, non avevano senso di inferiorità, si sentivano alla pari. Non c’era neanche troppa differenza nel look. La vera differenza stava nei negozi: vuoti. Erano cooperative con mattonelle alle pareti e sembravano cessi.

    La vacanza successiva fu quella del settembre 1986. L’itinerario toccava nuovamente la Jugoslavia, poi l’Ungheria e la Cecoslovacchia. Per prima cosa ottenemmo i visti da Roma. Partimmo a bordo di una Fiat Uno senza stereo. Si ascoltava una scalcinata radio portatile. Lasciammo Milano al mattino e, giunti molto tardi a Lubiana, con tutti i benzinai chiusi, decidemmo di dormire nel parcheggio del distributore. Al mattino ci svegliò proprio il benzinaio dicendoci che dovevamo aspettare ancora perché doveva prima arrivare l’autobotte per il rifornimento. Facemmo il pieno di benzina alle otto e mezza del mattino. La strada era bellissima, non sembrava neanche di essere in Jugoslavia: bei panorami, tanta natura, ma molta gente con la faccia stanca. Al confine ungherese ci aspettavano un sacco di pratiche da sbrigare. C’erano tre o quattro sbarre da oltrepassare in circa un chilometro di strada in piena campagna. Cinque minuti d’attesa alla prima sbarra. Dopo la prima, ci fermammo altri cinque minuti alla seconda. Infine si aprì e arrivammo al confine vero e proprio. Ci venne incontro un poliziotto. “Buongiorno, benvenuti”, in italiano, “ passaporti!”. Li prese e li mise in una borsa. Non si fece vivo per un’eternità. Con noi un pullman di napoletani in attesa di uscire.

    I napoletani, incazzati neri, facevano casino perché i doganieri volevano fare un cambio di soldi slavi con altri soldi slavi. Gli ufficiali ci chiesero per quanto tempo avevamo intenzione di fermarci. Rispondemmo “quindici giorni!” e ci mandarono a cambiare soldi per quindici giorni. “Compra i fiorini!”. Finalmente ci restituirono i passaporti con molti timbri, le scritte della durata della permanenza e dell’entrata. Entrammo in un paese bellissimo, una campagna meravigliosa, sotto il sole, che sembrava la Lombardia degli anni Sessanta. Ammiravamo le loro macchinine. Anche in Ungheria non demmo molto nell’occhio. Avevano un socialismo libero. Guardavano la tv occidentale, facevano benzina dove volevano, avevano appartamenti privati da affittare ai turisti. Le indicazioni stradali erano incomprensibili. Gustammo del buon gulasch con paprika in una località sul Balaton, poi ci dirigemmo al capoluogo della regione del Balaton, Siofok, che sembrava Rimini. Era piena di gente di Budapest e di austriaci. Appena arrivati fummo intercettati da un livornese, sposato con una ungherese, che ci affittò casa sua dopo averci portato alla centrale di polizia per la segnalazione. A casa c’era una vecchietta che pregava di nascosto. In quel luogo facemmo un mucchio di conoscenze, ad esempio pranzando nei ristoranti privati, dove peraltro il cibo era pessimo… la cucina era mitteleuropea classica a base di wurstel, pollo fritto, patatine, cose da fast food prodotte con macchinari. Invece nei ristoranti statali… conoscevano tutti l’italiano, c’era il violinista zigano, ci trattavano bene e costavano poco, pochissimo.

    Budapest, dentro l'appartamento di una famiglia ungherese ad inizio anni '80
    © Sputnik.
    Budapest, dentro l'appartamento di una famiglia ungherese ad inizio anni '80

    Partimmo fiduciosi per Budapest, la grande delusione. Affittammo un appartamento composto da quattro locali e servizi in pieno centro, sul Danubio, ma che si sarebbe liberato soltanto il giorno successivo. Conoscemmo due livornesi che ci ospitarono per la notte, furono cortesi… visto che erano già stati registrati. Noi non ancora, quindi avevamo un po’ di paura. Alle nove del mattino seguente suonò il campanello dell’appartamento. I livornesi erano già andati via. Aprii la porta e mi trovai di fronte un gran pezzo di figliola: le chiesi che cosa voleva da noi. Lei provò a spiegare qualcosa, ma non si capiva niente. Nel dubbio, le sbattei la porta in faccia. Dopo qualche minuto suonò ancora il campanello: era il padrone. Ci spiegò che quella era la donna delle pulizie. Diventammo amici. Ci fece visitare il cortile della casa, che per la verità versava in cattivo stato, con l’erba incolta e altri chiari segni di incuria… Chiedemmo il perché di quel disordine e ci spiegò che era tutto statale e non si poteva fare granché. Il padrone ci portò a casa sua, che non era grande neanche la metà dello spazio che affittava ai turisti. Parlottammo in inglese. Credeva che la Juve fosse di Milano!

    L’inquinamento era spaventoso. L’alloggio si trovava nei pressi della circonvallazione ed ogni giorno la sveglia era data all’alba dal fracasso causato dal traffico di automobili. La nostra macchina era stata parcheggiata sul marciapiede che divideva i due sensi di marcia. Trascorsi sette giorni, senza che venisse mai utilizzata, risultò interamente coperta da almeno “due dita” di polvere nera.

    I quartieri nuovi di Budapest somigliavano ai milanesi Gratosoglio e Gallaratese. La città vecchia, invece, era bella. La notte andavamo nei locali frequentati dalla nomenklatura, pieni di prostitute che si distinguevano a fatica dalle ragazze “regolari”. Gente ungherese benestante vestita all’occidentale, ma piuttosto pacchiana, arrivava con i taxi. Ah… i tassisti ci imbrogliavano di continuo e noi gettavamo i soldi a terra, in segno di disprezzo. Usavamo il metrò, il tram, da capolinea a capolinea. Di musei non ne visitammo affatto, non ne avevamo voglia. I contatti con gli ungheresi furono buoni, ma l’impressione era di essere presi per il culo: gli interessava uscire a mangiare gratis, stare sulle nostre spalle.

    Budapest by night, anni '80
    Budapest by night, anni '80

    Ci furono una escursione per andare a mangiare a Pécs e alcuni piacevoli giri in campagna. Mi colpirono delle strane colline, per metà coperte da boschi, per l’altra metà dal prato…

    Nei giardini delle case la gente prendeva il sole in costume. La natura era rigogliosa. Tanti facevano l’autostop e fu bello condividere le gioie del viaggio con diverse persone.

    (continua) Brano tratto dal libro Viaggi Pianificati, di Luca Del Grosso.

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