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    Guerra in Siria

    Perché le primavere arabe sono fallite?

    © REUTERS/ Ammar Abdallah
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    di Francis Marrash
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    Francis Marrash

    La “favolosa” stagione di rivoluzioni contro i “presunti” regimi del Nord Africa e Medioriente, aveva sollevato speranze, erudite riflessioni sulla democrazia, ribalzate all’attenzione dell’opinione pubblica nei nuovi social, che hanno iniziato a proporre approfondite analisi sul cambiamento della geopolitica, sollecitato dai popoli ormai stanchi e oppressi dai conflitti. Ma a distanza di quegli eventi, guarda caso salutati come “la speranza dei popoli”, da un occidente malato e ideologizzato, sul terreno ci sono solo vittime, fisiche e morali.

    Libia, 5 anni dopo
    © REUTERS/ Goran Tomasevic
    Il paradosso della Primavera araba, ha portato a denti stretti, alla “riabilitazione” di figure che sono state oggetto degli attacchi malevoli del mainstream: nessuno lo dice, un po’ per vergogna un po’ per orgoglio, ma oggi in Siria, il presidente Bashar Assad, nonostante l’impegno costante —dei mezzi di comunicazione-, di distruggere la sua immagine, rimane un interlocutore autorevole nella lotta al terrorismo islamico. Il fallimento, del suddetto movimento, ha partorito la minaccia globale dello Stato islamico, il quale ha trovato l’humus ideale nel caos creato dai conflitti; tra povertà totale, e mancanza di punti di riferimento. Ogni rivoluzione, secondo dei schemi ormai ben collaudati, presuppone la preparazione di “politici”, pronti a rimodellare l’eredità del sistema precedente, secondo i modelli di quanti hanno favorito (o meglio imposto) il nuovo corso “democratico”. Ma come abbiamo potuto costatare, l’esito delle rivolte è addirittura peggiore della condizione precedente, contro cui si è combattuto. 

    George Soros
    © AP Photo/ Manuel Balce Ceneta
    Nel “sistema” delle primavere arabe, un ruolo importante lo ha giocato il miliardario Soros, di cui ci siamo già occupati un articolo precedente. Ogni volta che si parla del magnate, si è quasi certi di essere accusati di “paranoie complottiste”; è il modo migliore con cui i radical chic della coscienza democratica, liquidano chiunque provi a spiegare il ruolo dell’élite tecnocratiche e finanziarie, nella creazione e nella manipolazione delle crisi internazionali che sconvolgono il mondo. Di tutti i grandi attori, che dal Medio Oriente all’Europa, fino all’Asia, si divertono a scatenare guerre, crisi economiche e a generare quel caos necessario a dare forma ai loro progetti di dominio, George Soros è il più gettonato, anche perché, a differenza di altri, non disdegna di svolgere il suo ruolo in maniera sfacciata. A lui sono state fatte risalire tutte le organizzazioni non governative che hanno preso parte alle rivoluzioni, e che ancora continuano sul campo a interferire nei processi di stabilità delle zone, sconvolte proprio dalle loro azioni sconsiderate.

    “Primavera araba” è un “concetto” di origine giornalistica, utilizzato perlopiù dai media occidentali per indicare una serie di proteste ed agitazioni cominciate tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. I paesi maggiormente coinvolti dalle sommosse sono la Siria, la Libia, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq, il Bahrein, la Giordania e il Gibuti, mentre ci sono stati moti minori in Mauritania, in Arabia Saudita, in Oman, in Sudan, in Somalia, in Marocco e in Kuwait. Le vicende sono tuttora in corso nelle regioni del Medio Oriente, e del Nord Africa. Dallo scoppio della cosiddetta primavera araba ad oggi, lo scenario appare radicalmente mutato. La spontaneità della ribellione, la grande partecipazione giovanile, l’imponenza delle manifestazioni di piazza e la non violenza del movimento, che avevano segnato tra gennaio e febbraio il momento più alto di questa ondata rivoluzionaria, appaiono ormai irrimediabilmente respinte sullo sfondo. Dopo la vittoria nelle piazze in Tunisia e in Egitto, la rivolta si è trasformata in guerra civile in Libia o si è arenata di fronte alla capacità di resistenza dei governi. Se in origine prevalevano i tratti comuni (tra la rivoluzione tunisina, quella egiziana e le prime manifestazioni di rivolta in Siria e nello Yemen), con il passar dei mesi sono emerse radicali differenze tra paese e paese.

    Hanno ripreso vigore i tradizionali partiti all’opposizione, presi alla sprovvista dall’irruenza della protesta giovanile e spontanea, e un ruolo da protagonista, come era prevedibile, hanno conservato o riguadagnato i militari, pur fautori di scelte antitetiche da paese a paese: in Egitto i vertici dell’esercito hanno saputo cavalcare l’ondata delle proteste senza farsi travolgere e appaiono tuttora in una posizione di forza e di privilegio; in Libia e nello Yemen l’esercito si è diviso tra la fedeltà al “regime” e l’adesione alla rivolta; in Siria, infine, tutte le forze militari e di polizia governative, hanno fatto quadrato intorno ad Assad. Tornano alla ribalta le forze islamiste, fra tutte i Fratelli Musulmani in Egitto, con oscuri presagi per il futuro. La spinta al cambiamento e le aspirazioni di libertà appaiono frustrate, dunque, non solo in quei paesi dove la rivolta è in fase di stallo, ma anche lì dove il crollo dei sistemi politici locali, non ha trascinato con sé tutti i vecchi centri di potere, rivelando ancora una volta l’intrinseca debolezza e fragilità delle istituzioni statali e il peso imprescindibile dei clan tribali, delle oligarchie militari e soprattutto della religione, l’islam, in tutte le sue sfaccettature sociali e politiche. 

    L’Arabia Saudita, nel suo anacronistico connubio tra zelo religioso e petrodollari, modernità tecnologica e struttura statuale arcaica, fondata su clan e famiglie principesche, vuole mantenere il suo ruolo di arbitro regionale, pronta a rinsaldare la sua alleanza strategica con gli Stati Uniti nel caso l’Iran volesse approfittare della debolezza del fronte arabo sunnita. Da ultimo la crisi economica, che nella congiuntura rivoluzionaria ha conosciuto un ulteriore peggioramento, portando con sé il rischio di esasperare gli antagonismi sociali e generare nuove derive autoritarie.

    Le proteste che hanno colpito paesi riconducibili in vario modo all’universo arabo ma anche esterni a tale circoscrizione, hanno in comune l’uso di tecniche di resistenza civile, comprendente scioperi, manifestazioni, marce e cortei e, talvolta, anche atti estremi come suicidi (divenuti noti tra i media come “auto-immolazioni”) e l’autolesionismo, così come l’uso di Facebook e Twitter e altre tecnologie mediatiche per organizzare, comunicare e divulgare gli eventi a dispetto dei tentativi di repressione statale. I social network, tuttavia non sarebbero il vero motore della rivolta, secondo alcuni osservatori, per i quali “il network della moschea, o del bazar, conta assai più dì Facebook, Google o delle email”. I fattori che hanno portato alle proteste sono numerosi e comprendono, tra le maggiori cause, la corruzione, l’assenza di libertà individuali, la violazione dei diritti umani e delle condizioni di vita, che sono molto dure, rasentando in parecchi casi, la povertà estrema. Anche la crescita del prezzo dei generi alimentari e la fame sono da considerarsi tra le principali ragioni del malcontento.

    Ad oggi, quattro capi di stato sono stati costretti alle dimissioni o alla fuga: in Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali il 14 gennaio 2011, in Egitto Hosni Mubarak l’11 febbraio 2011, in Libia Muammar Gheddafi che, dopo una lunga fuga da Tripoli a Sirte, è stato catturato e ucciso dai ribelli il 20 ottobre 2011; e in Yemen Ali Abdullah Saleh il 27 febbraio 2012. I sommovimenti in Tunisia hanno portato il presidente Ben Ali, alla fine di 25 anni di dittatura, alla fuga in Arabia Saudita. Nello stesso periodo, il re di Giordania Abdullah attua un rimpasto ministeriale e nomina un nuovo primo ministro, con l’incarico di preparare un piano di “vere riforme politiche”. Sia l’instabilità portata dalle proteste nella regione mediorientale e nordafricana che le loro profonde implicazioni geopolitiche hanno attirato grande attenzione e preoccupazione in tutto il mondo.

    Tunisia. Le proteste nel paese iniziano dopo il gesto disperato di un ambulante, Mohamed Bouazizi, che il 17 dicembre 2010 si dà fuoco per protestare contro il sequestro da parte della polizia della sua merce. Il 27 dicembre il movimento di protesta si diffonde anche a Tunisi, dove giovani laureati disoccupati manifestano per le strade della città e vengono colpiti dalla mano pesante operata dalla polizia. Nonostante un rimpasto di governo il 29 dicembre, le rivolte nel paese non si placano. Il 13 gennaio il presidente tunisino Ben Ali in un intervento sulla tv nazionale si impegna a lasciare il potere nel 2014 e promette che garantirà la libertà di stampa. Il suo discorso però non calma gli animi e le manifestazioni continuano. Meno di un’ora dopo decreta lo stato d’emergenza e impone il coprifuoco in tutto il Paese. Poco dopo il primo ministro Mohamed Ghannouchi dichiara di assumere la carica di presidente ad interim fino alle elezioni anticipate. In serata viene dato l’annuncio che Ben Ali, dopo ventiquattro anni al potere, ha lasciato il Paese. A fine febbraio alcune decine di migliaia di manifestanti si radunano nel centro di Tunisi per chiedere le dimissioni del governo provvisorio, insediatosi dopo la cacciata dell’ex presidente Zine el-Abidine Ben Ali.

    Egitto. In seguito ai diversi casi di protesta estrema che hanno visto darsi fuoco diverse persone a gennaio, il 25 gennaio violenti scontri si sviluppano al centro del Cairo, con feriti ed arresti, durante le manifestazioni della “giornata della collera” convocata da opposizione e società civile contro la carenza di lavoro e le misure repressive. I manifestanti contrari al regime di Mubarak invocano la liberazione dei detenuti politici, la liberalizzazione dei media, e sostengono la rivolta contro la corruzione e i privilegi dell’oligarchia. Il 29 gennaio il presidente Hosni Mubarak licenzia il governo e nomina come suo vice l’ex capo dell’intelligence, Omar Suleiman. Proseguono tuttavia gli scontri e le manifestazioni nelle città egiziane. Il 5 febbraio intanto si dimette l’esecutivo del Partito nazionale democratico di Mubarak, mentre il rais alcuni giorni dopo delega tutti i suoi poteri a Suleiman. L’11 febbraio il vice presidente annuncia le dimissioni di Mubarak mentre oltre un milione di persone continuano a manifestare nel paese. L’Egitto è lasciato nelle mani di una giunta militare, presieduta dal feldmaresciallo Mohamed Hussein Tantawi, in attesa che venga emendata la costituzione e che venga predisposta la convocazione di prossime elezioni presidenziali. Nell’estate del 2013 il colpo di stato militare guidato dal generale Al Sisi, forte del consenso della classe imprenditoriale egiziana, mette fine ad un periodo di forti contrasti e scontri tra islamisti e opposizioni. Oggi Al Sisi è saldamente alla guida del paese.

    Libia. Il 16 febbraio si verificano nella città di Bengasi scontri fra manifestanti, scontenti per l’arresto di un attivista dei diritti umani, e la polizia, sostenuta da militanti del governo. In tutto il Paese, nel frattempo si tengono manifestazioni a sostegno del governo del leader Mu’ammar Gheddafi. Il 17 febbraio si registrano numerosi morti in accesi conflitti a Bengasi, città simbolo della rivolta libica che intende attuare la cacciata del capo del paese al potere da oltre quarant’anni. Nella data del 17 febbraio, milizie giunte da Tripoli a Beida, nell’est della Libia colpiscono i manifestanti causando morti e numerosi feriti. Molti dei decessi registrati, risultano concentrati nella sola città di Bengasi, località tradizionalmente poco fedele al leader libico e più influenzata dalla cultura islamista. Il 21 febbraio la rivolta si allarga anche alla capitale Tripoli, dove i contestatori danno fuoco a edifici pubblici. Nella stessa giornata a Tripoli si fa ricorso a raid dell’aviazione sui manifestanti per soffocare la protesta. Il 21 febbraio cominciano i tradimenti politici: la delegazione libica all’Onu prende nettamente le distanze dal leader Muammar Gheddafi. Il vice-ambasciatore libico, Ibrahim Dabbashi, a capo della squadra diplomatica libica, accusa il colonnello di essere colpevole di “genocidio” e di aver praticato “crimini contro l’umanità”. Il 20 ottobre 2011 Muammar Gheddafi viene catturato e ucciso vicino a Sirte. Il suo cadavere riposa vicino a Misurata.

    Bandiera della Siria, Damasco
    © REUTERS/ Omar Sanadiki
    Siria. Le sommosse popolari in Siria del 2011-2012 sono un moto di contestazione, simile a quelli che si svolgono nel resto del mondo arabo nello stesso periodo, che interessa numerose città della Siria dal mese di febbraio del 2011. Le proteste, hanno l’obiettivo di spingere il presidente siriano Bashar al-Assad ad attuare le riforme necessarie a dare un’impronta democratica allo stato. Evidentemente la rivolta in Siria ha preso un’altra direzione, di cui le potenze internazionali sono i maggiori responsabili. Il resto è tutta storia recente. Le primavere arabe, si sono rivelate un inverno rigido, che non promette nulla di buono.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    ISIS, Guerra in Siria, Primavera araba, Lotta al terrorismo, Ali Abdullah Saleh, Muhammar Gheddafi, George Soros, Abdel Fattah al-Sisi, Gibuti, Nord Africa, Bahrein, Giordania, Medio Oriente, Tunisia, Arabia Saudita, Yemen, Algeria, Egitto, Libia, Iraq, Siria
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