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    Donald Trump

    Arriva Trump…e si discute in Medio Oriente

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    di Federico La Mattina
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    Russia, Turchia ed Iran discutono di Siria. L’era di Obama è finita. Donald Trump è il nuovo Presidente degli Usa. Cosa si intravede all’orizzonte?

    I colloqui di Astana, in Kazakistan, sanciscono il nuovo corso – sempre traballante – della partita siriana: gli eredi moscoviti della “Terza Roma” insieme con gli epigoni di coloro che conquistarono la “Seconda Roma” nel 1453 e gli eredi dell’impero persiano, si siedono allo stesso tavolo per discutere di Siria. Nel frattempo Donald Trump diventa ufficialmente il quarantacinquesimo Presidente dell’unica superpotenza globale, con un programma al contempo innovativo e contraddittorio e con intorno una squadra che vede al proprio interno personalità con idee discutibili. Una presidenza Clinton però sarebbe stata certamente catastrofica per gli equilibri siriani: la proposta di una no-fly zone contro al-Assad e la sua istintiva russofobia avrebbero portato molto probabilmente ad un’escalation dalle conseguenze imprevedibili. Trump si muove su un altro piano: mette l’Isis al centro delle sue preoccupazioni; per tale ragione non è interessato ad una istantanea rimozione di Assad o all’opposizione frontale nei confronti della geopolitica mediorientale di Mosca.

    E’ bene non riporre troppe speranze nell’incontro di Astana: né il governo siriano né i “ribelli moderati” hanno firmato alcun accordo. La Turchia – notoriamente sostenitrice dei ribelli anti-Assad – da parecchi mesi ha modificato la strategia neo-ottomana: ha rotto il fronte unico con le petromonarchie e ha aperto a Russia ed Iran dopo essersi resa conto che Mosca non è un suo pari geopolitico. E’ utile leggere le convergenze ora tattiche ora strategiche delle tre potenze alla luce dei complessi rapporti che hanno caratterizzato Russia, Turchia e Iran nel corso della storia. Il presente non sbuca fuori dal nulla a lo studio della geopolitica serve a tentare di decifrare la Storia durante il suo corso, lasciando le chiaroveggenze a chi è avvezzo alle teleologie e a chi pensa di potere prevedere il futuro ben oltre il possibile. Le guerre russo-turche sono state una costante dal XVI fino al XX secolo e hanno lascato strascichi un po’ ovunque, basti pensare al Caucaso, ai Balcani e alla stessa Crimea, baluardo ottomano fino al 1783. Le guerre russo-persiane hanno segnato l’egemonia russa nel Caucaso, conclusasi con il trattato di Turkmenchay del 1828.

    Oggi gli eredi di questi paesi a dimensione (e storia) imperiale provano a stabilire il futuro politico della Siria, o di ciò che ne resta. L’Iran ha posizioni più oltranziste e considera al-Assad un alleato strategico insieme agli Hezbollah libanesi, i quali invece per Mosca sono un tutt’al più un alleato tattico. Mentre la Russia agisce da potenza globale, l’Iran invece si muove da aspirante egemone regionale, in competizione con il regno familiare-dinastico dei Saud. La Turchia prova a plasmare la propria strategia neo-ottomana alla multipolarità, scontando in casa (a suon di attacchi terroristici) il cambio di fronte in Siria (dopo avere sostenuto per anni le autostrade della jihad). Erdogan ha rivisto infatti le proprie priorità strategiche, mettendo in primo piano la questione curda rispetto all’abbattimento violento di al-Assad.

    La strategia obamiana-clintoniana in Medio Oriente è stata un disastro: ha scommesso sulla caduta di al-Assad, sostenendo la fantomatica galassia dei “ribelli moderati” e alimentando de facto la destabilizzazione e l’ascesa dei gruppi jihadisti (militarmente vincenti) in Siria. Joshua Landis, tra i massimi esperti di Siria negli Stati Uniti, è stato chiarissimo in una recente intervista del 10 gennaio: “ogni volta che rimuoviamo un dittatore, diffondiamo il caos e moltiplichiamo i jihadisti. Le risposte che Washington ha messo a punto per la lotta al terrorismo e alle dittature in Medio Oriente hanno fallito”.  

    Le prospettive con Donald Trump non sono certamente di facile previsione (ho affrontato la questione in precedenti articoli), dato che della politica estera del nuovo Presidente conosciamo le linee generali ma non i dettagli. Trump ha più volte criticato i regime change e la politica statunitense in Libia e Siria: un accordo di ampio respiro con la Russia (riconoscendone il ruolo fondamentale) certamente porterebbe beneficio agli equilibri e alla stabilità mediorientale. Indubbiamente però le ostilità (più volte ribadite) nei confronti dell’Iran mal si conciliano con la volontà di trovare un accordo di ampio respiro con la Russia in Medio Oriente. Staremo a vedere.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Crisi in Medio Oriente, crisi in Siria, Lotta al terrorismo, Donald Trump, Bashar al-Assad, Medio Oriente, Iran, Siria, USA, Russia
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