07:59 21 Ottobre 2018
Hillary Clinton e Donal Trump

Trump e Clinton: non c'è sfida, prepariamoci a ciò che seguirà

© REUTERS / Jonathan Ernst
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di German Carboni
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I modelli predittivi ideati per le elezioni presidenziali statunitensi si trovano in crisi di fronte ai due attuali candidati, ma dove falliscono questi, ha successo il semplice spirito di osservazione: vincerà la Clinton. Ed è nostro compito pensare ora alle conseguenze, prepararci, perché le decisioni di Washington riguardano anche gli italiani

La maggior parte degli scienziati politici sono concordi che le attuali elezioni americane sono le più le più difficili da predire con i sistemi in uso fino ad oggi.

Preciso subito: difficili non da predire in generale, ma con i sistemi in uso fino ad oggi, è diverso.

La scienza politica e in generale le scienze sociali nel corso delle ultime decadi si sono imbarcate nella creazione di diversi sistemi predittivi per le elezioni presidenziali americane. Si tratta di qualcosa di più complesso dell’utilizzo di sondaggi e proiezioni, per determinare chi ha la maggiore possibilità di vincere, metodo preferito più che altro dai mezzi di informazione.

I modelli predittivi più adeguati di solito stabiliscono la vittoria di uno o l’altro candidato a prescindere anche dalla campagna elettorale, basandosi su variabili indipendenti come l’andamento dell’economia, il tasso di disoccupazione la fiducia degli elettori nelle istituzioni, la polarizzazione dei partiti e il numero di mandati coperti dal partito uscente, il tasso di approvazione del presidente incombente. Altri modelli si avvalgono inoltre della media dei risultati dei sondaggi più attendibili, dei risultati alle elezioni del congresso e del Senato e tanto altro ancora. In base ai valori delle variabili si dovrebbe essere poi in grado di predire il risultato delle elezioni, ossia la variabile dipendente.

Ma non è mio proposito presentare i vari modelli, tuttavia, essendo un argomento affascinante, consiglio un buon saggio breve e riassuntivo, per chi fosse interessato, chiamato “Fundamental Models for Forecasting Elections” di Patrick Hummel e David Rothschild, liberamente consultabile online (ma in lingua inglese).

Senza perdermi quindi in rassegne, mi concentro sul modello da molti considerato più accurato, ossia quello di Abramowitz. Il modello, da quando creato negli anni ’80, non ha mai errato una volta, sbagliando solo nelle percentuali date ai due candidati e anche qui di poco, nelle elezioni del 2008 ad esempio il margine di errore era solo dello 0.6%.

Alan Abramowitz usa solo tre variabili per “prevedere” il voto ottenuto dal candidato del partito attualmente alla casa Bianca. Le varianti sono l’approvazione netta del presidente uscente, ossia la differenza tra la percentuale di approvazione e disapprovazione, basata sul sondaggio Gallup di fine mandato; la crescita del PIL reale nel secondo quarto dell’anno delle elezioni, la presenza o l’assenza nella corsa di un candidato appartenente al partito attualmente alla Casa Bianca, più mandati consecutivi accumula un partito, più diventa difficile far eleggere alla presidenza un candidato dello stesso.

Il modello quest’anno ha suggerito la vittoria di Trump col 51,4% dei voti. Tuttavia è assai probabile che stavolta Abramowitz, come lui stesso ha ammesso, sia in errore. Non perché il modello sia sbagliato, ma perché queste elezioni violano i suoi assunti di base. Abramowitz ha creato questo modello avendo in mente il convenzionale svolgimento delle elezioni americane, presumendo che i due candidati siano convenzionali, tendenzialmente centristi, ed abbiano due campagne elettorali tendenzialmente uguali per mezzi e diffusione.

Tuttavia se la Clinton è un candidato centrista e convenzionale, Trump segna una rottura ed una polarizzazione inaspettata, è un candidato rivoluzionario per la politica statunitense. Inoltre il milionario newyorkese non ha una grande organizzazione che si occupi della sua pubblicità. Il candidato repubblicano ha infatti rilanciato un modello quasi novecentesco di campagna elettorale, più incentrato su grandi eventi, incontri con le folle e discorsi in tutto il Paese. Inoltre la presenza sul territorio non è garantita tanto da un suo comitato elettorale, quanto dalle associazioni e sedi del partito repubblicano, che però ha un’organizzazione limitata, è diviso sul sostegno per Trump ed è impegnato anche sul fronte delle elezioni congressuali.

La Clinton invece ha mobilizzato una macchina elettorale massiva. Ha un comitato elettorale con grandi risorse finanziarie, la cui presenza è assai diffusa nel territorio, regioni tradizionalmente repubblicane comprese. La superiorità della sua macchine elettorale si può constatare anche solo citando il fatto che l’80% degli spot elettorali, che vanno in onda nei canali televisivi americani, sono a favore della Clinton.

Sebbene Trump abbia coagulato attorno a sé una buona parte della classe lavoratrice americana bianca, sfiancata e impoverita, posta ormai in rottura con le politiche neoliberiste di queste ultime decadi, causa della delocalizzazione di quasi due milioni di posti di lavoro, resta un dato di fatto che abbia ricevuto l’appoggio di segmenti della società americana che si pensavano superati da tempo come gruppi suprematisti bianchi o ultraconservatori religiosi, facendo stringere attorno alla Clinton quella sinistra che si è mobilitata attorno alla figura di Sanders ed era originariamente ostile all’attuale candidata democratica.

In poche parole la Clinton può contare sull’appoggio della sinistra orfana di Sanders, della minoranza latina e nera e del tradizionale, moderato elettorato repubblicano e democratico.

Se i per i modelli predittivi sono disarmati di fronte a queste elezioni, non lo è invece il semplice spirito di osservazione: la vittoria della Clinton è chiara.

Non sembrerebbe così dai mezzi d’informazione statunitensi, ma non bisogna lasciarsi ingannare. Essi sono più che semplici osservatori, ma parte attiva della campagna, che costituisce una vera e propria miniera fonte di profitto. Per questo si continua a vendere all’opinione pubblica l’illusione di una corsa alla presidenza, di un pericolo Trump che non esiste, a suon di ricorrenti scandali e titoli dai click facili. La cosa ironica è questo sforzo per tenere gli spettatori tesi, col fiato sospeso, avidi nel leggere e sapere l’ultimo scandalo, oscura le agende politiche dei due protagonisti e le sfide che gli Stati Uniti devono affrontare.

Non ci si facciano quindi illusioni, la Clinton vincerà. Per rendere più chiaro il concetto userò un aneddoto: il Prof. Rolf Peterson ad una conferenza sui modelli predittivi a cui assistevo affermò che, sebbene non strumenti scientifici, le piattaforme per le scommesse sono il modo migliori per prevedere i risultati elettorali. Chi scommette tende a curare il proprio interesse, la vincita, rischiano il meno possibile, prendendo quindi decisioni solitamente accurate. Ebbene, sono entrato su Predictit una delle piattaforme di scommesse politiche più popolari negli Stati Uniti e la vittoria della Clinton era data all’84%.

Ma quindi che fare? Non a torto molti, anche a sinistra, mossi dalla volontà di cambiamento, come l’attrice Susy Sarandon, hanno affermato che senza la candidatura di Sanders, una vittoria di Trump avrebbe avuto conseguenze migliori. Perché? Sia perché alla presidenza poterebbe ad alcuni cambi di rotta rivoluzionari a livello mondiale, come il rifiuto della globalizzazione ed un approccio multipolare in politica estera che porterebbe alla fine dell’America gendarme del mondo, sia perché probabilmente si aprirebbero più facilmente nella società statunitense fratture tali da portare ad una mobilitazione crescente di giovani e lavoratori, ad un rifiuto dello status quo portando alla fine della gabbia bipartitica ed alla riforma della società americana.

Tuttavia, fortunatamente o meno, la possibilità di Presidente Trump non esiste. Chi, anche legittimamente, pensa che la Clinton possa essere il male minore, deve sempre tenere presente che l’ex Segretario di Stato non è di certo una progressista.

Bisogna tenere a mente come la candidata democratica sia vicina agli ambienti di Wall Street, ai più alti circoli finanziari e neoliberisti, come compatti attorno a sé il sostegno dei neocon e dei falchi del complesso militare ed industriale. Infatti, la sua carriera come senatrice e Segretaria di Stato l’ha vista sempre in prima linea, anche contro il parere di Obama, per un maggiore interventismo americano. In campagna elettorale ha usato il populismo patriottico accusando i russi di aver hackerato le sue mail, sviando il dibattito dal deficit di democrazia, che emergeva da esse, ricreando la figura del grande nemico contro cui compattare il fronte interno. Continua inoltre a sostenere la necessità di instaurare una no fly zone siriana, che aiuterebbe gruppi jihadisti, etichettati come moderati dal Dipartimento di Stato, e rischierebbe di esacerbare la tensione con Mosca, con conseguenze catastrofiche per i Siriani e l’Europa.

Presidenziali USA 2016
© Sputnik . Vitaly Podvitsky
Presidenziali USA 2016

Come se non bastasse il suo sostegno ai trattati di libero scambio e alle politiche neoliberiste, nonché i suoi maggiori sostenitori e finanziatori, lasciano largamente dubitare della sua capacità di intervenire a favore dei lavoratori, riequilibrando i rapporti di forza tra capitale e lavoro, allo stesso modo la promessa di imbarcarsi in politiche ambientaliste, come l’ambizioso piano di iniziare una transizione verso fonti di energia rinnovabili, stride con la struttura della NAFTA (Area di Libero Scambio del Nord America) e la sua biografia politica.

Personalmente ritengo che gli Americani, che hanno a cuore un futuro migliore, prospettive di pace, cooperazione e prosperità, non possano permettersi di festeggiare la vittoria della Clinton, anche se contingentemente reputata il male minore, ma debbano mettersi subito a lavoro per combattere la sua agenda neoliberista e imperialista. Allo stesso modo noi italiani dobbiamo mettere da parte la stampa nostrana, la paura del pericolo Trump e prepararci ad opporci a qualsiasi ipotesi di collaborazione con le politiche Clintoniane, non è nel nostro interesse un’escalation con la Russia, un’esacerbazione delle crisi libiche e siriane. L’Italia, centro del mediterraneo, dei commerci, dei flussi di persone e cultura, non può non ergersi a difesa del suo interesse nazionale, ossia l’emersione di un mondo multipolare, di cooperazione internazionale tra pari, la costruzione di un mare nostrum finalmente sicuro, palpitante di rotte commerciali e non di cadaveri, di disperati, ed infine una Russia amica, la cui economia complementare alla nostra possa essere la base di mutui profitti.

La vittoria della Clinton non è solo la fine delle elezioni, ma anche l’inizio di una lotta senza confini, che tocca gli americani, ma anche noi e tanti altri, che nolenti o volenti dovremmo fare i conti, come già facciamo, con gli effetti del suo militarismo. 

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