18:55 24 Maggio 2019
Donald Trump e Hillary Clinton

Guida ai programmi di Trump e Clinton: lavoro e commercio internazionale

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di German Carboni
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Quello che mi propongo di fare in questa serie di articoli è di decostruire ed analizzare nello specifico i punti toccati dai candidati. Questo articolo si occuperà nello specifico delle proposte che i due candidati hanno avuto nel campo del lavoro, della politica economica e commerciale. Chi ha le carte vincenti?

Il primo dibattito presidenziale ospitato dalla NBC ha visto i due candidati per la prima volta sullo stesso palco a confrontarsi su alcune importanti questioni.

Credo di non essere l’unico ad essersi dedicato alla visione del dibattito, oltre che per il sincero interesse, per via dell’aspettativa di uno spettacolo imbarazzante e divertente tra i luoghi spaventosamente comuni della Clinton e qualche spiazzante, politicamente scorretta affermazione di Trump.

Devo dire che sotto questo punto di vista il dibattito è stato una sorta di delusione, i luoghi comuni della Clinton non si sono rivelati interessanti, mentre Trump ha finalmente tirato fuori una sorta di contegno presidenziale, lasciando ad altre sedi i comportamenti, a volte scenici, che hanno caratterizzato la sua campagna.

Tuttavia dal punto di vista dei contenuti il dibattito è stato tutt’altro che deludente, anzi decisamente interessante, per i temi toccati e soprattutto per come sia emersa una fondamentale distanza tra i due candidati su praticamente tutte le questioni affrontate, caratterizzando questa tornata elettorale come una delle più polarizzate dal secondo dopoguerra.

Quello che mi propongo di fare in questa serie di articoli è di decostruire ed analizzare nello specifico i punti toccati dai candidati, non arrivando all’analisi scientifica, ma quanto meno favorendo una migliore comprensione dei programmi dei candidati, i loro punti deboli e quelli di forza, andando per una volta oltre il semplice giudizio sulla presenza scenica dei due candidati e il ritratto manicheo che i nostri media danno di essi (in cui il “bene” è la Clinton e il “male” è Trump), senza sfiorare le questioni al centro del dibattito politico che coinvolge questi due personaggi.

Questo articolo si occuperà nello specifico delle proposte che i due candidati hanno avuto nel campo del lavoro, della politica economica e commerciale.

Sul come riuscire ridare vitalità al lavoro in America, come creare occupazione e restituire benessere alla cittadinanza le differenze sono emerse subito.

La Clinton ha affermato di voler investire nelle infrastrutture, nella piccola e media impresa, nell’energia rinnovabile, di voler imporre uno stipendio minimo e eguale stipendio per entrambi i sessi e, come ciliegina sulla torta, fare in modo che le persone, che si bilanciano tra famiglia e lavoro, possano essere tutelate grazie ad aumento della quota dedicata al welfare.

Trump alla stessa domanda ha risposto invece che la priorità non è tanto creare lavori, quanto farli rimanere all’interno degli Stati Uniti.

Il candidato repubblicano infatti sostiene che non solo i posti di lavoro stanno abbandonando il territorio americano, ma per via della concorrenza internazionale nel settore industriale, oggi il valore dello stipendio dei lavoratori americani sta decrescendo. E bisogna dargli atto che non ha torto. Non si tratta di teorie nazionaliste o populiste, ma la reale presa di coscienza di un processo iniziato a partire dagli anni ’80 e in particolare con gli anni ’90 quando sotto l’amministrazione Clinton si è dato vita ad un processo di crescente integrazione economica internazionale, a partire con la creazione della NAFTA, l’area di libero scambio che coinvolge USA. Messico e Canada. Oggi il reddito reale medio di lavoratore bianco con contratto a tempo pieno è più basso di quanto lo fosse nel ‘72, gli stipendi del 90% della popolazione americana sono rimasti stagnanti, mentre il costo della vita è accresciuto. Infatti le multinazionali con base negli Stati Uniti non solo a partire dal 2000  hanno smesso nel complesso di creare lavoro negli Stati Uniti, ma si è iniziato ha tagliare un sempre maggior numero di posti di lavoro, che di certo non sparivano, ma si materializzavano o addirittura moltiplicavano altrove. Non è un caso che dal 2001 al 2009 le multinazionali con base negli Stati Uniti hanno tagliato quasi un milione di posti di lavoro negli USA, creandone due milioni e mezzo all’estero.

La strategia di Trump è radicata nella comprensione degli effetti che la politica economica americana delle ultime decadi ha avuto sul mondo del lavoro, appurato questo rimane da capire come il candidato repubblicano vorrebbe risolvere la questione.

Ebbene, per l’immobiliarista newyorkese la risposta sarebbe il più importante taglio fiscale della storia americana fin dai tempi di Reagan, quando gli Stati Uniti si trovarono in una simile situazione, braccati dalla concorrenza di Giappone, Europa Occidentale, si tratta di portare dal 30% al 15% le tasse sul reddito, in modo da stimolare consumo e investimenti. Si strizza l’occhio ai ricchi americani, questo è certo, ma il piano si basa anche sul precedente reaganiano. Quando R. Reagan divenne presidente degli Stati Uniti nel 1980 la disoccupazione nel Paese era al 7.5% e crebbe fino al 10% all’inizio del secondo anno del suo mandato, tuttavia quando alla fine del suo secondo mandato nell’88, la disoccupazione era scesa al 5.4% e l’economia aveva registrato un tasso di crescita annuo del 3.8%.

Tuttavia è doveroso far notare che questi risultati sono anche ben collegabili col contrario di ciò a cui Reagan viene spesso associato, ossia la compressione del Governo, sia nelle spese che nella sua attività, infatti sotto entrambe le sue amministrazioni la spesa militare statunitense è accresciuta sempre più, trainando interi settori dell’industria statunitense, in particolare quella dell’alta tecnologia. Non sappiamo invece se Trump voglia aumentare o meno le spese militari. Ad alcuni sembrerebbe il contrario, più volte infatti, anche nel dibattito stesso, ha affermato di voler risparmiare sui trattati di difesa “ingiusti”, che caricano sulle spalle degli americani la maggior parte del costo della difesa degli alleati, senza un adeguato compenso, originando uno spreco di soldi da evitare. Questo tuttavia vorrebbe dire tagliare sulla presenza militare all’estero, ma non la spesa militare in sé, che anzi potrebbe vedere il denaro risparmiato reinvestito nel lancio di nuovi programmi di ricerca e sviluppo.

Alla riforma fiscale il compito di creare lavoro, ma come s’intende tenere i lavori già presenti entro il territorio americano? Trump afferma che questo avverrà rinegoziando i trattati commerciali svantaggiosi, anche a costo di rallentare la globalizzazione, oltre che imponendo una tassa per tutte le aziende che delocalizzano e poi cercano di rivendere nel mercato statunitense le merci prodotte altrove. Gli USA hanno uno dei più grandi mercati interni del mondo e sembrerebbe che Trump voglia sfruttare questo fatto: le tasse per queste aziende potrebbero significare la rinuncia a uno dei mercati più remunerativi del pianeta ed effettivamente si configurerebbero come un importante disincentivo a lasciare il Paese.

Il programma di Trump sembra tutto rosa e fiori, ma non lo è e la Clinton lo fa notare. La candidata democratica ha affermato giustamente che un simile taglio alle tasse finirebbe semplicemente per avvantaggiare i ricchi e afferma che proprio politiche come queste, che non hanno investito nella classe media, hanno portato alla crisi finanziaria del 2008. Le sue affermazioni non sono per niente nel torto, specie se guardiamo di nuovo agli effetti della politica economica reaganiana e siamo costretti a farlo, perché studiare la dinamica reale e l’unico modo per capire la realtà, a differenza di quanto spesso accade con l’eccessiva focalizzazione su immaginari modelli teorici. Infatti durante i due mandati di Ronald Reagan gli Stati Uniti hanno assistito ad un allargamento del gap tra ricchi e il resto della popolazione, alla riduzione degli stipendi e del livello di vita per le famiglie dei lavoratori, alla crescita della povertà e dei senza tetto, nonché il consolidamento della deregolamentazione finanziaria che ha portato all’esplosione della bolla nel 2008.

Qual è allora l’alternativa della Clinton? Questa consiste nel creare un grande progetto di investimenti nella green economy, per ricostituire sulle basi delle energie rinnovabili il sistema di approvvigionamento elettrico degli Stati Uniti d’America. Inoltre la Clinton sostiene degli anonimi esperti, che ovviamente avrebbero elogiato il suo programma, avrebbero affermato che il programma di Trump gonfierà in maniera insostenibile il debito a causa del repentino taglio delle tasse e finirebbe per portare alla perdita di almeno 3 milioni di posti di lavoro. Come e perché non ci è dato sapere, anche perché è semplicemente una bugia. Inoltre in reazione alle affermazioni di Trump sugli accordi commerciali, la Clinton avrebbe affermato che bisogna continuare a commerciare col resto del mondo, senza specificare nulla circa modalità e partner, lasciando intendere un generale supporto all’agenda neoliberista e all’espansione del processo globale d’integrazione economica.

Un supporto che Trump ben conosce e rinfaccia presto alla sua avversaria, ricordandole di come fino a poco tempo prima fosse una sostenitrice del TTP (affermò addirittura si trattasse del miglior accordo economico della storia) e di come improvvisamente, dopo aver notato, grazie anche alla mobilitazione creata da Trump attorno all’argomento, abbia mutato totalmente opinione diventandone un’oppositrice. La poco convincente risposta della candidata democratica è stata che n’era entusiasta a livello teorico, ma delusa dal risultato delle negoziazioni l’avrebbe rigettato. Dico che è poco convincente, non tanto per il tempismo con cui la Clinton ha rigettato l’appoggio all’accordo, ma per via delle motivazioni che l’avrebbero spinta a farlo, se esse sono collegate alla perdita di posti di lavoro per gli Americani, ad una rinnovata spirale di compressione del reddito e del livello di vita per la maggior parte dei cittadini statunitensi, ebbene questi sarebbero stati il naturale risultato di qualsiasi trattato di liberalizzazione economica e commerciale transcontinentale della mole del TTP, indipendentemente dal risultato dei negoziati.

Il debito? Il programma della Clinton pone esattamente la stessa problematica.

Oggi la produzione di pannelli solari su larga scala negli Stati uniti è virtualmente impossibile.

Nella top 20 delle compagnie del settore, 10 sono cinesi.  Questo perché gli investimenti nel settore hanno fatto in modo in pochi anni che la produzione cinese raggiungesse un’alta qualità abbattendo i costi al punto tale che la concorrenza straniera si è trovata impossibilitata a competere, riducendo radicalmente la propria sfera di mercato, fallendo o addirittura venendo assorbita dai giganti cinesi. a meno che non si decida di alzare le già importanti tariffe varate da Washington nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, nel settore delle energie rinnovabili, il che però contraddirebbe la linea liberista adottata dalla candidata democratica circa il commercio internazionale, qualificandosi come un’altra mossa di guerra commerciale nei confronti dei Cinesi, esattamente come vorrebbe Trump, una contraddizione interna insomma.

Possiamo quindi considerare certo che un simile programma, può apportare lavoro, ma di certo non nel settore della produzione industriale, ma soltanto in ambito infrastrutturale (e quindi per la maggior parte temporanei) e nella manutenzione degli impianti (che richiedono una ridotta forza lavoro al confronto al confronto delle centrali tradizionali).  Si dovrebbero inoltre considerare le reazioni che potrebbe causare in un importante alleato: l’Arabia Saudita. Infine in un regime di progressiva integrazione economica globale o anche solo continuando con l’attuale politica commerciale, la compressione dei redditi medi e la delocalizzazione non verrebbero arrestate, rendendo poco efficace il progetto clintoniano.

Le parole dell’ex first lady fanno pensare ad una sorta di rinnovato New Deal, incentrato sulle infrastrutture energetiche ed in particolar modo sulle energie rinnovabili. Tuttavia i dettagli mancano e non sembra una strada realmente percorribile o per lo meno non percorribile con tutta la serie di vantaggi che la Clinton sembra attribuirgli.

Un altro problema della sua posizione sull’economia risiede sul fatto che le sue affermazioni non siano affidabili. Reticente nel toccare il tasto dolente del commercio internazionale, lei stessa, contraddicendo in parte posizioni neoliberiste che hanno caratterizzato la sua intera carriera (e quella del marito) è arrivata ad affermare durante il dibattito che si sarebbero dovuti sicuramente rinegoziare con intelligenza certe parti dei trattati.

E a tal proposito dobbiamo dare credito a Trump per aver sollevato la questione di come in decadi in cui la signora Clinton prima in qualità di senatrice e poi addirittura Segretario di Stato, non solo non abbia mai fatto niente circa tale questione, ma non l’abbia neanche sollevata. Ancora una volta la credibilità della candidata democratica viene danneggiata.

Un’altra cosa che mi ha stupito durante questa parte del dibattito è come la Clinton sia riuscita a dipingere Trump come il tipico rappresentante dell’élite bianca, ricca ed avida, il che è assolutamente vero, ciò che stupisce è come lei sia riuscita a porsi come negativo di tale raffigurazione, atteggiandosi a donna di popolo, della middle class, messia di tutte le classi oppresse.

Ebbene, non lo è, il padre sarà stato pure della classe media (anche se padrone di varie fabbriche ed in grado di mandare la propria figlia in uno dei college femminili più prestigiosi e costosi del Paese), ma lei è di certo parte a pieno titolo della casta privilegiata, bianca, ricca e protestante al vertice degli Stati Uniti ed il solo fatto che sia donna non può oscurare ciò.

Qui concludo il primo modesto commento sui contenuti dei due candidati ed eventualmente proseguirò, anche in base all’effettivo interesse dei lettori per l’argomento, scrivendo, magari più nel dettaglio rispetto a quanto fatto qui, degli altri temi trattati dai due candidati nel loro dibattito.

Fate voi le vostre somme, personalmente non mi fanno impazzire nessuna delle loro proposte, ma se la priorità è creare lavoro subito, forse Trump ha le carte vincenti, ma a quale costo?

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Tags:
Elezioni negli USA, Donald Trump, Hillary Clinton, USA
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