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    Cronache di vita in una guerra di trincea nel 2016

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    Vittorio Nicola Rangeloni
    di Vittorio Rangeloni
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    Ormai il fatto che la pace nel Donbass esista solo sulla carta degli accordi internazionali e nel silenzio della maggior parte dei media è un fatto che in molti conoscono.

    Che i civili continuano a morire a decine ogni mese per mano dei soldati di Kiev non è troppo un segreto. Sulle pagine web di diversi media "alternativi" è possibile leggere le cronache degli orrori che continuano nei territori dell'est Ucraina e del Donbass. Basta avere la voglia di informarsi e senza fatica si possono trovare le notizie.

    In pochi sono invece a conoscenza del fatto che esistono zone dove la tregua non solo viene violata, ma non è mai durata per oltre qualche decina di minuti, tempo di far raffreddare le canne dei fucili e ricaricare i caricatori.

    Uno di questi punti caldi è la fascia di zona neutra tra la zona industriale di Avdeevka, sotto controllo di Kiev, e Yasinovataya, nei pressi dell'autostrada dove tempo fa sorgeva il posto di controllo permanente di polizia. Una zona strategicamente importante per Donetsk, in quanto rappresenta il collegamento più rapido tra la città e Gorlovka e Lugansk. Per Kiev invece è il punto più semplice per entrare nel cuore della capitale della DNR in quanto l'autostrada offre la possibilità di entrare a Donetsk dal lato a nord e da ovest, aggirando l'aeroporto.

    Per questa ragione, fregandosene degli accordi di Minsk che prevedevano una zona demilitarizzata in quel settore, nel mese di marzo le forze armate ucraine si sono addentrate nella zona neutra avvicinandosi pericolosamente all'autostrada ed iniziando ad aprire il fuoco contro le automobili e gli autobus di linea in transito. Questo ha comportato la chiusura della strada ed una reazione delle milizie di Donetsk che hanno eretto nuove linee di difesa per evitare che i soldati ucraini arrivino a controllare l'infrastruttura, tenedoli oltre la linea ferroviaria che corre parallela di qualche decina di metri rispetto all'autostrada.

    Per arrivare alla prima linea di difesa dell'esercito della DNR occorre attraversare proprio la ferrovia, che in ogni caso si trova sotto tiro dei fucili dei soldati ucraini: che tu sia un giornalista, un civile od un soldato devi correre, altrimenti ti beccano. La chiamano "la strada della vita", ma l'ho saputo solo quando già avevamo attraversato i binari senza troppi problemi. Qui di giornalisti europei non se ne sono mai visti, solo raramente arriva qualche folle corrispondente di guerra del posto ma tanto come dicono loro scherzando (o forse no) "anche se dovesse succedere qualcosa, non ci dispiaceremmo".

    Mi hanno avvisato diverse volte prima di partire, non volevano avere responsabilità. Ogni giorno in quelle posizioni si hanno morti e feriti, non esiste luogo sicuro tanto che anche la missione di monitoring dell'OSCE si rifiuta di andarci vista l'assenza di garanzie circa la sicurezza. La maggior parte dei boati che specialmente la notte riescheggiano fino in città, sono esplosioni provocate da qualsiasi genere di arma in dotazione all'esercito ucraino verso quella zona.

    Attraversata la ferrovia, si entra in un boschetto in cui non esiste una pianta integra. Rami spezzati, tronchi squarciati, crateri ovunque e poi finalmente si intravedono delle dacie. O meglio, quel che ne rimane. Una casetta stava bruciando e penso sia stata l'unica ancora nelle condizioni di ardere in quanto tutte le altre nei paraggi erano già bruciate precedentemente senza che sia rimasto qualcosa ad eccetto di porzioni di muri perimetrali e cumuli di macerie.

    Coi militari con cui condividerò la presenza nelle trincee vicine, entro in un bunker sotterraneo ricavato da uno scantinato. E' il cuore e centro logistico di questo settore del fronte: si dettano i comandi; si arriva a riposare per poche ore visto che ci sono brande più comode rispetto ai loculi ricavati nelle trince e soprattutto non ci sono topi; si arriva a ricevere un pasto per tre volte al giorno, ma solo se si è fortunati perchè se i soldati ucraini iniziano a sparare devi essere pronto a reagire, dimenticando il cibo, che rimane un vero e proprio miraggio in quanto il tragitto dalle trincee al bunker risulta impraticabile a causa di proiettili che volano da ogni direzione, da esplosioni di granate o roba ben peggiore. L'ottenimento del pasto inoltre combacia col ritiro delle munizioni che sono fin troppo razionate. Credo che i miliziani rinuncerebbero a parte del pasto in cambio di qualche "VOG", le granate per il lanciagranate sottocanna montato sul Kalashnikov.

    Fatto conoscenza con i ragazzi che si trovavano sul posto e ricevute le istruzioni necessarie per muoversi in zona e sentite le prime esplosioni non troppo lontano da noi, con Sergey e Jeka usciamo dal bunker e di buon passo ci dirigiamo verso le trincee. Probabilmente qualcuno dall'altra parte del fronte ci avrà anche visti nell'ottica, la distanza con le linee ucraine in quel settore varia da 125 a 300 metri. Ma nessuno ha aperto il fuoco in quel momento, hanno solamente aspettato una quindicina di minuti. Tempo di familiarizzare con la posizione ed hanno iniziato a fischiare raffiche di proiettili appena sopra le nostre teste. Jeka e Sergey — due volontari che da diverso tempo difendono queste posizioni — si spartiscono subito i target in quanto gli ucraini solitamente aprono il fuoco da due differenti direzioni. Poche parole ma efficaci e talvolta impossibili da tradurre sono sufficienti per gestire la battaglia che durerà per 45 minuti.

    Da parte ucraina, ai proiettili di Kalashnikov, si aggiungono gradualmente granate di RPG, di "podstvol" (lanciagranate sottocanna per Kalashnikov) e di cannone anticarro "SPG". Solo verso le 6-7 di pomeriggio iniziano a sentirsi anche i fischi e le esplosioni dei proiettili di mortaio e di artiglieria delle batterie ucraine schierate, in violazione di ogni accordo internazionale. E così, si ripetono le stesse battaglie giorno dopo giorno.

    I nervi sono tesi, occorre essere sempre vigili e reattivi perchè non sono le battaglie a cui siamo abituati a giocare alla PlayStation, qui basta una pallottola per perdere l'unica vita a disposizione. In quattro giorni consecutivi passati al fronte, l'unità che mi ha accolto ha avuto due feriti ed un morto. La maggior parte delle perdite si verifica fuori dalle trincee, in spazi aperti durante gli spostamenti o mentre si esce a fare i propri bisogni nei cespugli, come nel caso di un ragazzo che stava a poche decine di metri dalla nostra trincea, ferito all'addome da un proiettile mentre faceva pipì e sopravvissuto dopo 7 ore di operazione in ospedale. La paura è ricorrente, ma solo questa percezione aiuta a salvare tante vite. Chi perde il senso della paura inizia a fregarsene delle procedure di sicurezza, dell'uso delle precauzioni come casco ed antiproiettile, dei fischi dei proiettili e delle esplosioni. Questo accade perlopiù a chi è costretto a turni consistenti a lunghe settimane al fronte senza riposare, a contatto con la morte 24 ore su 24, iniziando a percepire un illusorio senso di invincibilità ed immunità.

    La folla durante la Parata
    © Foto: fornita da Eliseo Bertolasi
    Si, anche io nel corso di quelle lunghissime giornate ho pensato diverse volte che sarebbe arrivata la fine, specialmente di notte. Ad esempio quando un colpo di "SPG" esplose ad un paio di metri di distanza dalla trincea dove stavo dormendo, salvandomi grazie ai sacchi di sabbia e svegliandomi di soprassalto, in tempo per sentire il fischio della seconda granata in arrivo e buttarmi a terra. Quella granata è scoppiata poco lontano, vicino a Jeka che rimase abbagliato ma miracolosamente investito solo da minuscole schegge sul braccio. Un'altra volta, approfittando della calma, decisi che era un buon momento per correre al bunker per pranzare. Sergey appoggiò l'idea, ci incamminammo di buon passo ma arrivati ad una ventina di metri dall'obiettivo un boato squarciò il silenzio. Qualcosa di pesante cadde non troppo lontano, ed a quel punto ci misimo a correre. Tempo di arrivare all'ingresso del bunker ecco un'altra esplosione la cui onda d'urto ci buttò letteralmente dentro al rifugio. Solo in seguito — tornando nuovamente verso le trincee — notai che il colpo di mortaio da 120mm era caduto a circa 10 metri dal sentiero che stavamo percorrendo. Una distanza utile per trasformare un corpo in un puzzle.

    Ci sono state anche tante altre situazioni di pericolo che mai dimenticherò, ma queste sono sufficientemente indicative di come in ogni momento del giorno, senza alcun preavviso, si possa morire sulla linea del fronte di una guerra a sole 3 ore di volo dall'Italia. Una guerra che pochi riescono ad immaginare e che troppi invece ignorano. Un conflitto infame in cui le bombe ucraine cadono indiscriminatamente sulle trincee — dove in ogni caso i soldati conoscono bene il rischio che corrono ed in qualche modo hanno mezzi per difendersi — così come sui quartieri abitati in cui i civili vengono feriti od uccisi senza ragione ma soprattutto mentre non se lo aspettano e senza avere modo di difendersi.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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    Conflitto nel Donbass, Violenza nel Donbass, Bombardamenti nel Donbass, Gorlovka, Lugansk, Repubblica popolare di Donetsk, Donbass, Ucraina
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