19:50 06 Luglio 2020
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È una economia che è destinata a fallire. Quello attuale è un sistema senza cuore, che come risultato ha creato solo una maggiore disparità economica.

C’era una volta una classe economica italiana che ha ricevuto tanto, ma ha anche dato tanto allo stato italiano e all’italianità in generale. Si pensi ad esempio allo statista Adriano Olivetti, imprenditore e proprietari della Olivetti, modello aziendale all’avanguardia non solo per i risultati economici, ma anche per la salvaguardia dei suoi lavoratori; si pensi ad esempio alla creazione degli asili nido vicino all’azienda per dare alle mamme un maggiore comfort nell’accompagnare e lasciare i loro figli vicino al posto di lavoro.

Oggi invece la situazione è un po’ diversa; sempre più spesso accade che gli imprenditori decidano di spostare le loro sedi operative dove la manodopera costa meno (e le leggi sindacali sono più flessibili a loro favore) e le loro sedi legali dove l’imposizione fiscale è minore. Questa nuova figura di imprenditore cosmopolita, sempre attento al formarsi di nuovi mercati in ogni angolo della terra è quella che più si va affermando, complice anche le scelte dei singoli governi nazionali che sponsorizzano questa liberalizzazione estrema.

Ma riprendendo anche quel celebre romanzo di Luigi Pirandello, “Uno, nessuno e centomila”, si potrebbe anche interpretare la figura dell’imprenditore capitalista del nuovo millennio, come una persona apolide e senza sentimento, spinto solo dalla voglia di far profitto. Il capitalista italiano del dopo guerra, che si rifà alla figura tipo del sopracitato Olivetti, era anche lui mosso principalmente dal conseguimento del profitto, anche perché questo scopo è insito nel sistema capitalista; a differenza di oggi però, ieri c’era prima di tutto un’identità nazionale che faceva capo anche ad uno Stato più forte, che ricopriva un ruolo importante ed attivo nella vita economica del paese. Quindi la classe imprenditoriale del paese, data la vitale importanza che il mercato interno assumeva per i conti societari, era molto attenta alle dinamiche dei consumi interni, quindi era nei loro interessi creare nuovi posti di lavoro e nuovo reddito per stimolare gli acquisti ed aumentare le possibilità finanziarie dei consumatori. In sostanza il sistema economico italiano in passato era una sorta di capitalismo statale, un cerchio formato da tre forze che cercavano sempre di bilanciarsi: Stato, Imprenditori e Lavoratori.

Oggi invece l’economia assume una dimensione mondiale e globalizzata, quindi l’imprenditore è attento a cercare nuovi sbocchi di mercato e nuove opportunità, sia dal punto di vista produttivo che sotto il profilo delle vendite; per questo motivo il vincolo del potere d’acquisto della popolazione nazionale diventa secondario e sacrificabile. Se a tutto ciò si aggiunge anche una minore forza che lo Stato ha nelle sue mani, si può bene intuire che le sorti del popolo sembrano già segnate, a patto che non si decida di cambiare drasticamente alcune regole che stanno caratterizzando l’attuale sistema economico, primo fra tutti questo neoimperialismo economico tutto a favore delle multinazionali. A contribuire alla creazione della situazione esposta precedentemente, anche la globalizzazione economica ha fatto la sua parte; anche se è bene precisare che qui si parla di globalizzazione per l’appunto economica e non in senso lato.

È indiscutibile il fatto che un mondo multipolare, dove è diventato più facile e immediato potersi scambiare la conoscenza, ha fatto progredire la società attuale, aprendo l’uomo a confini fino a poco tempo fa del tutto sconosciuti e irraggiungibili; detto questo però bisogna anche analizzare che molte delle conoscenze che oggi sono di dominio mondiale, nascono proprio da quel senso di appartenenza ed identità che mantiene in vita l’insieme delle tradizioni e degli usi che caratterizzano un popolo o una nazione.

Rivalutare il ruolo dello Stato nell’economia e rilanciare la produzione nazionale sono gli unici strumenti per creare lavoro che a sua volta significa benessere, ma per fare ciò non ci deve essere per forza la necessità di ricorrere al protezionismo di passata memoria, ma basterebbe semplicemente rilanciare il concetto che il mondo è multipolare, fatto di popoli e nazioni che per natura sono diversi fra loro, ed ognuno ha al suo interno qualità e difetti che lo caratterizzano; esaltare le proprie origini e radici non è un modo di pensare che va in contrasto con l’idea di persona cosmopolita, anzi è assolutamente funzionale perché conoscendo ed esaltando la propria tradizione si può apprezzare maggiormente tutto ciò che di diverso il mondo e ha da offrire al di fuori dei confini nazionali. 

La posizione dell'autore può non coincidere con quella della redazione

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