20:17 19 Maggio 2019
La bandiera turca

Cosa ci dice il (fallito) golpe in Turchia

CC BY-SA 2.0 / William John Gauthier / Turkish flag
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di German Carboni
Colpo di Stato in Turchia (21)
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La solidarietà dell’occidente a golpe ormai fallito non può quindi non suonare ipocrita. Il golpe sarà fallito, ma non si può tornare indietro, l’importanza dei processi che ha messo in moto, deve farci tenere gli occhi puntati su Ankara, è troppo presto per tirare sospiri di sollievo.

Sui social network, nelle trasmissioni televisive, sui giornali si parla della vittoria del governo democraticamente eletto di Erdogan, del popolo sceso in piazza per difendere la democrazia. La gioventù ammirata scrive post su Facebook celebrando questo avvenimento.

Eppure tutto questo stona con ciò che chi ha seguito il golpe in diretta ieri notte sui social o tramite la copertura diretta offerta da diversi canali televisivi, in Italia ad esempio Rainews24, ha potuto constatare.

Costoro avranno sicuramente notato da parte dei mezzi di informazione più importanti, una certa cautela, apparentemente giustificata dalla velocità, con cui si verificavano i fatti e la conseguente impossibilità di poter esprimere giudizi definiti circa l’accaduto, ma che ben si accordava alla titubanza ed all’assenza di presa di posizione da parte degli Stati Uniti, dei Paesi dell’Ue e della Russia.

Sui canali di informazione principali si è iniziato a parlare di un “colpo di stato di cui la Turchia non aveva bisogno” o di “vittoria delle istituzioni democratiche” soltanto dopo le dichiarazioni di Obama a favore di Erdogan e del governo turco democraticamente eletto, seguite presto da affermazioni di stampo simile da parte della Merkel e degli altri leader del blocco atlantico.

A parte l’incapacità dei mezzi d’informazione di prendere una posizione indipendente sulle questioni geopolitiche nevralgiche, ciò che colpisce è che oggi, a golpe concluso (e fallito) si parla della solidarietà delle democrazie occidentali verso il presidente legittimo e il popolo turco capace di sventare il golpe, con la conveniente dimenticanza del fatto che mentre era in corso il golpe notturno, in un momento in cui la maggior parte dell’opinione pubblica dormiva, le potenze occidentali non si esprimevano.

Apparentemente ciò non dovrebbe stupirci, è nella prassi politica attendere gli sviluppi, per comprendere come porsi coerentemente con i propri interessi nazionali in casi in cui gli equilibri globali rischiano di essere mutati. Eppure ciò non si applica a questo caso, poiché il golpe non si stava svolgendo in un Paese come gli altri, ma in Turchia, ossia uno dei maggiori attori nello scacchiere mediorientale (e nello specifico siriano), ma soprattutto un membro della NATO e candidato membro dell’Unione Europea.

La NATO si è quindi trovata un governo democraticamente eletto di un Paese membro sotto attacco da forze armate golpiste e non solo non ha preso alcuna posizione, ma cosa ben più grave non ha previsto nemmeno alcuna riunione sulla questione. Contemporaneamente dagli USA, gendarmi del mondo e paladini della democrazia, fino a quando non s’è resa manifesta l’incapacità dei golpisti di mantenere le proprie posizioni e la conseguente prossima vittoria dei sostenitori di Erdogan, non è giunta alcuna dichiarazione, al contrario fonti del dipartimento di Stato affermavano di non essere ancora in grado di distinguere gli amici dai nemici, un discrimine, che in una simile situazione, dovrebbe invece essere lampante.

Ancor più grave la decisione delle autorità tedesche, nel momento in cui s’è diffusa la notizia di un possibile volo di Erdogan diretto verso la Germania, di rifiutare qualsiasi ipotesi di accoglienza del presidente di un Paese, che sebbene al centro di alcune controversie con protagonisti i due governi, rimane pur sempre un alleato.

La solidarietà dell’occidente a golpe ormai fallito non può quindi non suonare ipocrita.

Il colpo di stato ha coinvolto alti ufficiali, tra cui l’ex capo di stato maggiore dell’esercito turco, ossia di un esercito altamente integrato nell’organizzazione atlantica. Difficilmente un’azione del genere, capillare, non osteggiata ufficialmente dalla NATO era attuabile senza l’assenso di Washington e dei suoi alleati, come ha sottolineato Daniele Santoro in un suo articolo per Limes.

Un golpe per cui le cancellerie occidentali hanno tifato per ragioni che non dovrebbero essere per niente oscure all’opinione pubblica del nostro Paese, preparata ormai da tempo a gioire di un’eventuale caduta di Erdogan, dipinto sempre più prepotentemente come un despota, un violatore dei diritti umani, protagonista di una pericolosa deriva islamista in salsa neo-ottomana in quella Turchia da sempre considerata faro del laicismo nel Vicino Oriente.

Un laicismo di cui l’esercito turco è sempre stato il nume tutelare, garantendo stabilità ad Ankara e facendone uno dei più importanti avamposti della NATO in Medio Oriente ed alla frontiera con la Russia.

Questa garanzia stava venendo meno col nuovo indirizzo di Erdogan, che sostenuto da un impianto teorico che si rifà alla “specificità turca”, ossia un’identità irriducibile all’occidente europeo, alla cultura araba od alle culture asiatiche, si dirigeva verso la costruzione di una Turchia più autonoma, meno allineata, che ha portato ad esempio a farne, contro il volere dell’Occidente, un partner strategico di Mosca fino alla rottura causata dall’inevitabile collisione di interessi strategici emersa con la crisi Siriana e che ha avuto il suo apice con l’abbattimento da parte dell’aviazione turca di un caccia-bombardiere russo il 24 Novembre scorso.

La perdita dell’alleato russo, ha visto Erdogan isolato da una parte e dall’altra incapace di contare sull’appoggio incondizionato dell’Occidente a causa delle sue politiche fuori dal coro e del suo ruolo sempre più manifesto di sostegno ai gruppi integralisti islamici in Siria, Daesh compreso, che hanno reso sempre meno giustificabile di fronte all’opinione pubblica l’appoggio e l’alleanza con Ankara.

Come se non bastasse il Presidente della Turchia, forte del suo consenso interno e dell’importanza acquisita come attore nella regione, non si è allineato circa l’apertura americana nei confronti dell’Iran, vista come necessaria per garantire una nuova stabilità alla regione e la contrapposizione frontale di Erdogan con la Russia si è rivelata controproducente nell’ottica di inaugurare una collaborazione o un coordinamento minimo tra la missione russa e la coalizione cappeggiata da Washington.

In poche parole Erdogan nel suo tentativo di estendere la propria influenza, mettendo in secondo piano le esigenze di messa in sicurezza della Siria, rispetto alle sue mire imperialiste e di coesione interna, come hanno dimostrato i suoi interventi contro le forze curde, si stava qualificando sempre più come un personaggio scomodo. Inoltre il suo braccio di ferro con l’UE, il continuo ricatto attuato dalla sua posizione di forza circa la crisi migratoria, lo ha reso inviso alla Germania, impegnata in prima linea per quanto riguarda gli accordi con la Turchia, nel tentativo di far fronte all’arrivo dei migranti, al fine di tenere coesa una sempre più scricchiolante Unione Europea.

A nessuno è interessato o interessa della democrazia in Turchia, la vittoria dei golpisti sarebbe stata una soluzione auspicabile per tutti, ma il governo legittimamente eletto ed Erdogan hanno dimostrato di avere un inaspettato consenso interno, alimentato anche dall’incondizionato appoggio degli ambienti religiosi. Una vittoria dei golpisti sarebbe stata probabilmente vista come una nuova rivoluzione dei garofani, un golpe democratico, ma il popolo turco ha smentito quelle che erano le segrete speranze dei suoi avversari e (falsi) alleati.

Chi si espone in commenti celebrativi sulla vittoria del popolo turco dovrebbe fare una seria disamina di quali siano i propri valori, su cosa sia la democrazia: essa si riduce a una procedura competitiva, attraverso le elezioni, di scelta dei governanti? In tal caso essa è giusta a priori? Ha un valore normativo che rende i suoi risultati per definizione “corretti” e “democratici”? Un governante democraticamente eletto, se ha il consenso del popolo, fino a dove può arrivare? E la sua opposizione fino a dove si può spingere in un contesto sempre più repressivo come quello turco?

Ai novelli ammiratori della democrazia turca spettano non solo queste, ma tante altre domande a cui rispondere, se desiderano oltrepassare lo stato di semplice cassa di risonanza acritica dei media.

Queste non sono però le uniche questioni che il fallito golpe pone. L’esercito turco è sempre stato il baluardo del laicismo, dell’occidentalizzazione originariamente promossa da Kemal Ataturk, in un Paese ancora largamente arretrato e tuttora passibile di pericolose deviazioni islamiste. Esso era l’unico ostacolo al consolidamento definitivo del potere personale di Erdogan, con il fallimento del putsch, questo ostacolo viene meno ed il Presidente della Turchia riuscirà in ciò che nessuno prima di lui ha avuto il potere di fare: ripulire i ranghi delle forze armate e renderle strumento del proprio potere. È quindi possibile che ciò sia stato al contrario la fine della giovane “democrazia” turca?

Erdogan, dopo l’abbandono o comunque la titubanza dei propri alleati di fronte al colpo di stato, come si rapporterà con l’Occidente? Le scuse a Putin di qualche settimana fa potrebbero essere l’inizio di un importante dialogo, che mosso dall’inaffidabilità di Washington e Bruxelles, potrebbe culminare nel lungo termine in un nuovo asse euroasiatico tra Mosca ed Ankara. Al contrario invece il fallimento del golpe, pur rafforzando il potere di Erdogan potrebbe aver funzionato come dissuasore, facendo capire al Presidente turco, che il suo potere non è garantito dall’appoggio degli alleati e che per consolidarlo deve adeguare toni e politica estera a più miti consigli.

È troppo presto per tirare conclusioni che vadano in una o l’altra direzione, di certo questo avvenimento è stato uno spartiacque importante per i Turchi, la Turchia e non solo: i suoi sviluppi determineranno in maniera definitiva il ruolo di Erdogan in Siria, i suoi rapporti con Russia, Europa ed USA. Il golpe sarà fallito, ma non si può tornare indietro, l’importanza dei processi che ha messo in moto, deve farci tenere gli occhi puntati su Ankara, è troppo presto per tirare sospiri di sollievo.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Colpo di Stato in Turchia (21)

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Colpo di stato in Turchia, Golpe, NATO, Barack Obama, Recep Erdogan, Turchia
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