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04:29 23 Settembre 2019
Dopo Brexit, via libera all'italiano

Engléxit, Italia alla riscossa: italiano lingua di lavoro, e dei brevetti

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Conseguenza della Brexit è l’Engléxit, ossia l’uscita dell’inglese dalla lingue comunitarie, i cui effetti costituiscono una grande opportunità per l’Italia, la cui antica ed innovativa cultura è stata finora discriminata dall’Ue: è l’ora dell’italiano lingua di lavoro Ue, e di Roma sede del Brevetto unitario europeo.

Qualcuno comincia finalmente ad accorgersi di come la Brexit si trascini dietro anche l’Engléxit, ossia l'uscita dell'inglese dal novero delle lingue comunitarie. L’inglese, infatti, è una delle 24 lingue dell’Ue perché il Regno Unito l’ha identificata come propria lingua ufficiale ma, non appena il Regno Unito completerà le procedure per il distacco dall’Unione europea, l’inglese perderà tale status.

L’Ue ha un Regolamento che dà ad ogni Paese dell’Unione il diritto di notificare una lingua ufficiale e, mentre gli irlandesi hanno notificato il gaelico e i maltesi hanno notificato il maltese, solo il Regno Unito ha notificato l’inglese. Se non c’è più il Regno Unito, non abbiamo quindi l’inglese come lingua comunitaria. Tuttavia il Regolamento che disciplina le lingue ufficiali è, a sua volta, oggetto di più d’una traduzione. Il regolamento del 1958 scritto originariamente in francese, per quanto riguarda le lingue ufficiali dell’Unione europea, non dice chiaramente se un paese membro — Irlanda o Malta per esempio — può avere più di una lingua ufficiale nell'Ue. L’interpretazione del testo francese tende a concludere che questo potrebbe essere possibile, mentre la versione inglese lo escluderebbe. Ma ricorrere a quest'astuzia antidemocratica porterebbe a questioni ancor più dirompenti per l'Ue, si pensi solo al caso spagnolo con le problematiche che già il catalano o il basco comportano e, comunque, per mantenere l’inglese tra le lingue ufficiali dell’UE dovrebbe essere modificato tale Regolamento all’unanimità. Infatti i regimi linguistici delle istituzioni dell’Unione europea vengono determinati dal Consiglio proprio all’unanimità, vedasi l’Art. 342 del Trattato dell’Unione europea, essi però sono modificati solo allorché c’è un allargamento, e un nuovo Paese e un’altra lingua deve necessariamente essere inserita.

L’Engléxit però fornisce all'Italia, Paese fondatore dell'Unione europea, una grande opportunità di riscossa rispetto a quanto finora subito insieme a tutto il sud Europa da parte dei Paesi dell'Europa del nord. La Brexit ci libera dalla nazionalizzazione linguistica inglese della scuola italiana, dall'oppressione linguistica inglese nei progetti europei, dal Brevetto unitario anglo-franco tedesco che, oltre a Monaco e Parigi, aveva come sede Londra… Ora, non potendo più essere Londra e l'inglese sede e lingua di uno dei tre Uffici e Corti del Brevetto unitario europeo (il quale consente con una singola procedura di registrate i propri brevetti in tutti i Paesi dell'Unione), avrebbe dovuto immediatamente partire da parte di un Governo italiano sveglio e attento una richiesta in tal senso.

La sede più opportuna avrebbe potuto essere quella del vertice a tre, a Berlino, con Renzi a posto di Cameron, il 27 Giugno 2016 ma, ciò non è stato. Tanto meno lo è stata il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno da come si evince dalla conferenza stampa dello stesso Renzi del 29, in cui ha sì spiegato come "Purtroppo, di fronte a un grande fatto come la Brexit, l'atteggiamento talvolta timido che noi abbiamo, è quello di pensare, sempre soltanto, a quali sono le ricadute per l'Italia”. E pur ribadendo che "Il problema italiano in questo momento è essere leader in Europa, e cambiare le regole del gioco politico in Europa", ha anche spiegato che, quando sostiene che bisogna cambiare, non intende i Trattati, bensì dare più attenzione ai valori ed agli ideali. Ossia una “Europa che sia l'Europa degli asili nido, della cultura, dei musei e degli innovatori e non soltanto l'Europa dei burocrati e dei finanzieri".

Sono fin troppo d'accordo sul cattivo riflesso degli italiani che pensano, sempre e soltanto, a quali sono le ricadute della Brexit per loro anzi, sostengo che è molto peggio di così perché, a leggere gli articoli sulla Brexit e l’Engléxit, sembra di leggere articoli di uomini sull'orlo di un femminicidio nei confronti di quella che si erano abituati a vedere come la loro ragazza inglese.

​Però se davvero "il problema italiano in questo momento è essere leader in Europa, e cambiare le regole del gioco politico in Europa", come sostiene il Presidente del Consiglio, risolverlo con "l'Europa degli asili nido, della cultura, dei musei e degli innovatori" a posto dell'Europa dei burocrati e dei finanzieri appare un po' troppo generico e vago.

Renzi deve convincersi che, invece, proprio Brexit ed Englexit possono, anzi devono, essere una grande opportunità di riscossa del Paese, egli deve chiedere ai partner europei il subentro dell'italiano all'inglese tra le lingua di lavoro europee accanto a francese e tedesco, e che Roma e l'italiano siano rispettivamente la lingua e la città del Brevetto unitario europeo al posto di Londra e dell'inglese.

Una leadership europea si conquista rappresentando, finalmente ed emblematicamente, gli interessi che non sono solo italiani, bensì di tutta l'Europa del sud — dal Portogallo ad ovest fino alla Grecia ed alla Romania ad Est – un’Europa finora emarginata e sfruttata da quella che, fino ad oggi, è stata solo l'Europa dei popoli del nord.

Se dobbiamo affermare l'Europa degli innovatori, dobbiamo farlo rivendicando il ruolo storico di Roma sia come patria del Diritto che dell'innovazione — quantomeno nell'ingegneria, nell'architettura e nell’arte —, affinché essa possa essere il centro dell'innovazione non solo del sud, del sud-est e del sud-ovest europeo ma, anche, per tutti quei Paesi del nord Africa che si affacciano sul Mediterraneo.

Se dobbiamo affermare "l'Europa della cultura" lo dobbiamo fare insistendo fino allo spasimo che l'italiano divenga lingua di lavoro accanto a francese e tedesco; nella consapevolezza di aver dato vita, con Dante Alighieri, all'umanesimo linguistico dell'intera Europa; nella consapevolezza che l'internazionalizzazione è possibile farla, anzi, dobbiamo farla in italiano — anziché subirla da altri popoli e lingue — nella consapevolezza che, dopo quella cinese di 200 milioni di individui, la diaspora italiana nel mondo è la più numerosa, con 80 milioni di persone che, unite ai 60 milioni di residenti in Italia, porta il potenziale linguistico-culturale del Paese ad oltre 140 milioni di persone; nella consapevolezza che l'italiano è anche la lingua ufficiale del Vaticano che, sempre a Roma, ha la sua “Mecca”, il centro religioso della fede di oltre un miliardo e 229 milioni di fedeli, i quali propagano la potenziale internazionalizzazione della lingua italiana a quasi 1 miliardo e 370 milioni di persone, interessate evidentemente a dialogare, crescere, fare anche affari, in italiano.

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
liberalizzazione, Gran Bretagna, Europa
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