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    Sostenitori del Brexit

    Cosa significa la Brexit per l'Europa

    © REUTERS/ Kevin Coombs
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    di German Carboni
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    Ciò su cui dovremmo riflettere è cosa rende l'UE così impopolare. L'uscita del Regno Unito è stata alimentata dal visibile scontento della popolazione verso un’entità, che sempre più ha scaricato i costi delle proprie politiche liberiste sulla classe lavoratrice, dimostrandosi refrattaria a qualsiasi forma controllo democratico.

    Le voci, le analisi a caldo sono e non possono non essere esagerate, è anche nell'interesse dei nostri giornali, dei media legati alla politica e agli interessi dei circoli di potere essere il più allarmisti possibili. Ci troviamo in una situazione, che vede i movimenti tacciati di “populismo”, che dell'opposizione all'UE o di certi suoi aspetti, fanno una delle proprie bandiere, aumentare la propria popolarità, mentre invece il sostegno all'integrazione sta ai minimi storici, la stessa strategia quasi terroristica fu già usata dai media continentali con la Grecia, quando "soltanto" si parlava di uscire dall'Euro e non dall’Unione.

    Oggi invece non è un’eventualità più o meno probabile, la Brexit è realtà, si presenta in tutta la sua concretezza ed è necessario dimostrare (ancor prima che se ne vedano gli effetti) che al di fuori dell'UE non ci sia futuro, nel terrore che il precedente britannico diventi appetibile. Quello che succederà verrà appurato solo con l’esito dei negoziati tra Londra e Bruxelles circa l’uscita, che si svolgeranno a partire dai prossimi giorni, la Gran Bretagna potrebbe seguire una “linea norvegese”, adattandosi alla maggior parte dei regolamenti, che le permetteranno di mantenere una posizione importante circa le merci e i servizi britannici presenti nel mercato unico, magari aderendo allo spazio economico europeo oppure potrebbe intraprendere vari negoziati, che portino ad accordi bilaterali tra Londra e i Ventotto in grado di preservare i vantaggi reciproci, che i voluminosi rapporti economici tra le due parti garantiscono, forse sarebbe questa la via più probabile visto che è quella che preserva la sovranità nazionale su un numero maggiore di campi, a tal proposito consiglio un articolo del Sole24 che permette di approfondire la tematica in questione.

    Sono linee che permetterebbero di ottenere molti dei vantaggi del mercato unico europeo, pur perdendo la capacità di avere voce nella definizione degli accordi o di usufruire delle corpose redistribuzioni di ricchezza all’interno dell’Unione, ma di certo avendo un margine di manovra molto più ampio in numerosi altri domini della politica e dell’economia

    In ogni caso non possiamo negare che a fronte di determinati vantaggi ci saranno anche sacrifici, costi enormi da sostenere e non può che essere così con la perdita del mercato comune, dello scaricamento di alcuni costi, del peso decisionale a livello internazionale consentito dall’influenza del mercato europeo sulla domanda e offerta globali e tante altre conseguenze, su cui ora non entrerò nel dettaglio.

    Gli importanti effetti su cui vorrei soffermarmi sono quelli riguardanti la coesione della comunità politica britannica.

    L'Irlanda aveva trovato sotto il tetto europeo, come i nostri sudtirolesi, un luogo di convivenza comune, di solidarietà e fratellanza molto faticosamente raggiunto con cicatrici mai rimarginate (solo tra maggio e aprile del 2015 due bombe della “New IRA” sono esplose a Derry nell’Irlanda del Nord), ora il tetto viene scoperchiato, l'ombra di un vero confine si estende tra gli irlandesi divisi dall'imperialismo britannico, col rischio che le fratture si riaprano con effetti esplosivi, come già dimostrano le richieste di riunificazione nazionale fatte la stessa mattina del 24 giugno.

    La Scozia invece ha espresso in maniera univoca la propria volontà: tutti i collegi scozzesi hanno mostrato una netta maggioranza per il Bremain. Varie sono le cause del fenomeno, ma tra le principali vi è sicuramente il fatto che l'UE per gli Scozzesi abbia rappresentato la fine di un isolamento a cui gli Inglesi li costrinsero da secoli, una situazione comune in Europa a molti popoli, i baschi, i sardi, i corsi per citarne alcuni. Influenti sono stati anche il riconoscimento di numerose garanzie in primis a livello comunitario in quanto minoranza, i finanziamenti per le periferie svantaggiate ed isolate per garantire reale parità di diritti, la presenza un mercato aperto conveniente per l'esportazione delle proprie materie prime e che permettesse d’inserirsi più facilmente nei circuiti del turismo di massa. Oggi gli scozzesi rischiano di tornare indietro di almeno alcune decadi e chiedono una rinnovata consultazione elettorale circa l’indipendenza.

    Conteggio schede dopo il referendum sulla Brexit
    © Sputnik. Alexey Filippov
    Conteggio schede dopo il referendum sulla Brexit

    Gli si potrebbe opporre che essi hanno avuto il lusso, negato a molti popoli, di votare l'anno scorso e che in quell’occasione decisero di rimanere nel Regno, eppure allora apparve chiaro come la scelta non fu libera, quella di Better Together non fu una campagna elettorale, ma una vera campagna terroristica, coadiuvata in particolar modo dall'UE, dai proclami dei suoi vertici sulle distruttive conseguenze che l'uscita dal Regno Unito avrebbe provocato in quanto implicante l'uscita dall'UE, forse nella speranza di ottenere in cambio l’impegno di Cameron, poi rivelatosi inutile, ad impegnarsi nella campagna per il bremain. In quell’occasione l’Europa fu traditrice del diritto d'autodeterminazione scozzese. Ciononostante gli scozzesi non scelsero tanto UK, quanto UE.

    Con la proclamazione del risultato il 24 giugno, la loro scelta popolare è stata tradita e oggi hanno tutto il diritto di rivalersi, stavolta forse non pugnalati alle spalle dall’Unione Europea, che dovrebbe diventare casa di popoli e nazioni, non di interessi imperialisti come dimostrarono le posizioni filo atlantiche sul Kosovo, l’allineamento a Washington sulle grandi questioni come quella siriana, ucraina e in particolare l’inutile e controproducente contrapposizione con la Russia.

    I britannici sono usciti, ma demonizzarli è inutile, con la loro storia, la loro vocazione mondialista, avevano le proprie motivazioni. Hanno preso una decisione e ora non ci resta che vedere cosa davvero succederà in questi mesi per dare dei giudizi completi sulla saggezza o meno di tale scelta.

    Bandiere della Gran Bretagna e dell'UE
    © AP Photo/ Kirsty Wigglesworth
    Ciò su cui dovremmo riflettere è l’elemento dell'UE, che oggi la rende così impopolare, quali le sue mancanze e assenze. L'uscita del Regno Unito è stata alimentata dal visibile scontento della popolazione verso un’entità, che sempre più ha scaricato i costi delle proprie politiche liberiste sulla classe lavoratrice, dimostrandosi refrattaria a qualsiasi forma di controllo democratico. La Brexit dovrebbe essere l’inizio di una necessaria ristrutturazione dell'Unione verso una maggiore integrazione, ma contemporaneamente un’accresciuta attenzione alle politiche sociali necessarie, per garantire a tutti standard di vita simili a fronte degli inevitabili squilibri di mercato. Un’Unione che curi gli interessi continentali alla ricerca di una propria posizione geopolitica in grado di tranciare il cordone ombelicale attraversante l'atlantico e che sia più democratica e rappresentativa, solo così si potrebbe far sorgere quella cittadinanza europea, di cui non c'è che una simbolica menzione sul passaporto. Se questi ultimi aspetti devono essere pensati daccapo, in quanto assenti da sempre nell’agenda liberista e atlantista dell’Unione, nel campo della ridistribuzione delle ricchezze e dell’integrazione delle periferie e dei popoli europei, dove importanti risultati sono stati raggiunti, occorre un maggior impegno.  L’attenzione verso le questioni nazionali dovrebbe andare in progressione con l’integrazione economica e politica. L’UE dovrebbe diventare quello spazio in cui tanto gli individui quanto i popoli siano davvero uguali o il risultato saranno nuove fratture, non è più tempo di tradire le legittime aspirazioni degli europei: catalani, baschi, scozzesi, irlandesi, corsi, sardi compresi. Sia ben chiaro che reale riconoscimento non per forza vuol dire indipendenza e il caso del Québec lo esemplifica, ma se questi non diventeranno gli indirizzi di Bruxelles a partire da ora, con le fratture sociali che l’attuale politica liberista provoca, unite ad un uso strumentale e irrispettoso delle aspirazioni delle nazioni subalterne, si rischia di porre le masse lavoratrici europee di fronte all’uscita dall’Unione come sola alternativa per riavere almeno una frazione di discrezionalità sulla propria vita.

    L'opinione dell'autore è strettamente personale e può non coincidere con la posizione della redazione.     

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    Tags:
    Unione Europea, mercato, Brexit, Dimissioni, David Cameron, Irlanda del Nord, Scozia, Irlanda, Gran Bretagna
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