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13:39 20 Settembre 2019
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BREXIT sì e, finalmente, è la fine della dittatura linguistica inglese in Europa.

Aver dotato gli europei d’una moneta sovranazionale ma non di una lingua federale, che assicurasse la vita alle lingue europee e non la loro sostituzione soppressiva, non è frutto di follia o stupidità, come chiunque sarebbe portato a pensare tanto la cosa è evidente, bensì di calcolo politico: quello nazionalista e aristocratico, quindi antidemocratico, di non dare la possibilità ai cittadini di parlarsi, se non nazionalisticamente. Agli europei si è così impedito di contare come eurocittadini tout court, incatenandoli agli Stati-Nazione e, conseguentemente, alla più forte nazione tra esse che, in una logica di regime capitalistico e sfera d’influenza determinatasi alla fine della seconda guerra mondiale, non è la più forte tra le nazioni dell’Ue bensì la più armata del sistema militare della NATO, gli USA.

Si tende a dare una visione quasi naturale dell’affermazione dell’inglese. Ma non è così.

Regno Unito e Stati Uniti hanno perseguito il comune imperialismo linguistico per poter assicurare, in un’epoca post-coloniale e di decolonizzazione, il benessere ai loro popoli alle spalle degli altri dando vita ad un nuovo e postmoderno imperialismo: quello delle menti.

Il piano è noto, e pubblico, già dal 1943, allorché grato a Roosevelt dell’impegno che stava profondendo nel divulgare il BASIC English, proprio ad Harvard (università distintasi particolarmente nell’introduzione dell’uso dell’inglese B.A.S.I.C. in America Latina), il 6 settembre, Churchill spiega: «Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente».

Il meccanismo, illiberale e perverso, d’asservimento linguistico degli eurocittadini assicurato dall’imprinting anglofono, rischia di saltare però se i sì all’uscita dell’UK dall’Ue vinceranno.

Brexit
© Foto del blogger Giorgio Pagano
Brexit

Tranne il Regno Unito, praticamente tutti i Paesi Ue si sono asserviti al solo inglese come prima lingua comunitaria ma, la Gran Bretagna, è il solo paese, peraltro concorrente dell’Euro con la sua Sterlina, ad averla come prima lingua ufficiale, e solo le lingue ufficiali degli Stati membri sono tali per la Costituzione europea.

Ecco perché al sì alla Brexit l’Ue e i vari stati membri dovrebbero dismettere l’azione d’imposizione anglofona, pena l’evidenziare al mondo d’essere un agglomerato di stati satelliti degli USA così come, un tempo, lo era l’Est Europa dall’URSS, oppure liberare i loro popoli da qualsiasi catena nazionalistica anglofona, ponendosi la questione del federalismo linguistico e della “lingua comune della specie umana”, così come aveva fatto la Società delle Nazioni già nel 1922.

L’imposizione monopolistica del solo inglese a fronte di 24 lingue ufficiali dell’Unione, oltre ad una palese sottomissione linguistica ai madre lingua inglese – gli unici liberi di non apprendere lingue straniere-, provoca effetti economici e occupazionali devastanti. Altera il mercato impedendo la libera concorrenza in contrasto con il “principio di un mercato economico aperto con libera competizione” (art. 4 Costituzione europea). Si tratta di veri e propri aiuti di stato perenni che l’Europa fornisce ai cittadini britannici discriminando gli altri.

Mentre l’economista ginevrino Grin ha calcolato in 18 miliardi di euro l’anno il risparmio della Gran Bretagna, solo nell’indotto dell’insegnamento delle lingue, la media dei costi diretti e indiretti dell’apprendimento dell’inglese è stata calcolata dall’economista Lucaks in circa 900 €/persona l’anno che, moltiplicati per tutti i popoli non anglofoni, raggiungono il totale di oltre 400 miliardi di Euro l’anno, esattamente € 400.578.597.900. Questo lo spaventoso costo annuale dell’English Tax nell’Unione europea.

A ciò si aggiunge il danno economico e democratico perpetrato dalla Commissione che fornisce i testi dei programmi europei mesi e mesi dopo averli pubblicati in inglese, com’è accaduto per l’ERASMUS+ che, addirittura, è stato fornito in italiano persino dopo 3 mesi dalla scadenza del primo bando pubblico. Commissione che svolge, altresì, le consultazioni del “popolo europeo” quasi esclusivamente in inglese, e ciò è accaduto persino sull’immigrazione, dove ai paesi interessati dal fenomeno è stata di fatto tappata la bocca parlando essi greco, italiano e spagnolo.

Dobbiamo chiedere ed avere giustizia per tutto ciò pretendendo, intanto, meccanismi di correzione delle asimmetrie di mercato generate da questa discriminazione. Con, ad esempio, l’introduzione di un sistema centralizzato di compensazioni finanziarie che annullino interamente i costi maggiori degli europei la cui prima lingua non è l’inglese (o una delle altre due lingue che gli vengono talvolta affiancate); insieme anche a meccanismi compensativi di carattere valutativo come, ad esempio, per i Progetti Europei, e assegnando, a priori, alcuni punti in più per i progetti presentati da cittadini non madrelingua anglo-franco-tedesca.

Oggi, di fatto, la possibile uscita della Gran Bretagna dall’Ue, e dell’inglese dalle lingue dell’Unione, appalesa tutti i limiti, oltre che il ridicolo coloniale, dell’impianto monopolistico di comunicazione finora perseguito in Europa atto a farne un Protettorato d'oltreoceano degli USA.

Brexit? Yes, thanks!

L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

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Tags:
Brexit, Gran Bretagna, Italia
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