20:16 25 Febbraio 2018
Roma0°C
Mosca-15°C
    Donald Trump

    La politica estera di Trump è il motivo per cui dovremmo tifare per lui

    © REUTERS/ Brendan McDermid
    URL abbreviato
    di German Carboni
    4104

    Più si avvicina alla reale possibilità di diventare presidente e più i toni spettacolari, irrealistici e sensazionalistici da propaganda vengono abbandonati, lasciando spazio ad osservazioni acute, dalla limpidezza sorprendente.

    I giornali nazionali ed internazionali hanno dato grande spazio a quanto delineato da Trump nel discorso, in cui per la prima volta illustrava il proprio programma di politica estera, che qualora diventasse presidente chiameremmo “Dottrina Trump”.

    Un giornale in particolare, di cui non faccio il nome, sicuramente uno dei maggiori quotidiani nazionali, si affanna in un articolo fazioso a dimostrare l'ipocrisia del discorso di Trump, menzionando di continuo il fatto che “dimentichi” le responsabilità dell'amministrazione repubblicana guidata da George W. Bush. 

    Non ci sono più accuse di fascismo, razzismo e tutta una serie di stigme e reductiones ad hitlerum come si è soliti fare quando si parla del magnate newyorchese, stavolta si prova con l'arma dell'ipocrisia, non ci si può limitare ad esporre quello che è stato il semplice detto durante il discorso. Non ce lo si può permettere per un semplice motivo: quello che ha detto Trump rischia d'essere condivisibile.

    Trump non dimentica affatto le responsabilità dell'amministrazione Bush, il fatto che non le menzioni è da inscrivere alla situazione posta dall'essere ormai candidato sicuro alle presidenziali, non può quindi più permettersi di dividere il partito con attacchi ad personam, ciò però non toglie che tutti abbiano bene in mente che Donald rappresenti un elemento antisistema e opposto a quelle stabili gerarchie repubblicane, che della politica hanno fatto un mestiere, incarnate dalla dinastia Bush, così come è risaputo che le sue parole attaccano il responsabile della guerra al terrore insieme al resto dell'establishment del PR anche quando non nominato.

    Si dimentica inoltre che delle decisioni prese durante l'era Bush i democratici sono altrettanto responsabili, se non tutti, almeno la Clinton, che votò a favore di tutte le peggiori decisioni imperialiste, interventiste e liberticide dell'amministrazione Bush, dall'invasione dell'Iraq al Patriot Act. La Clinton ha rappresentato in questi ultimi anni la più importante voce neocon all'interno dell'amministrazione Obama, criticando spesso gli interventi di quest'ultimo, non tanto perché controproducenti, ma perché troppo “morbidi”. Per l'ex First Lady ad esempio si sarebbe dovuto intervenire militarmente in Siria ignorando la presa di posizione russa, davanti a ciò sorge spontanea una domanda: se le bombe americane avessero spazzato via Assad, l'Iran fosse stato tagliato fuori dai giochi e in campo fossero rimaste le forze di opposizione (di cui gli estremisti islamici sono la maggioranza), Turchia e sauditi oggi cosa ci sarebbe in Siria? E fino a che punto sarebbe arrivata l'escalation Russo-americana? Non voglio nemmeno immaginarlo. 

    E' naturale quindi che nel presentare la propria dottrina di politica estera, Trump veda l'incarnazione del suo opposto proprio nella Clinton. Chiunque se ne accorgerebbe dando un veloce sguardo alla “dottrina Trump” riassumendo infatti viene affermato che gli Stati Uniti debbano impegnarsi per il controllo dell'energia nucleare e del suo impiego militare visto come la più grande minaccia per l'umanità. Un punto cruciale è stato posto poi sulla necessità di riorganizzare i rapporti economici con la Cina in maniera più equilibrata, favorendo in questo modo l'industria americana, ma anche la stabilità del commercio internazionale.

    Hillary Clinton e Donald Trump
    © REUTERS/ David Becker/Nancy Wiechec
    Hillary Clinton e Donald Trump

    Molto importante inoltre è la decisione di optare per una politica estera più cauta, che lasci maggiore autonomia nell'ambito di difesa e sicurezza ai propri alleati e non prevede lo spiegamento automatico delle forze armate in caso di tensioni, come spesso in questi anni è accaduto nel Pacifico o in Europa orientale, preferendo invece l'utilizzo dell'influenza economica come mezzo di dissuasione, una decisione che dovrebbe garantire una maggiore stabilità nelle regioni sensibili grazie alla ricerca di soluzioni politiche e non solo di confronti ostili e pericolosi.

    Proprio in questo senso deve essere letta la decisione di rinunciare al ruolo di “poliziotto del mondo”, o meglio non ruolo, bensì un modo che alcuni politici hanno di vedere gli Stati Uniti e che secondo il candidato repubblicano si rivela controproducente per gli stessi USA, che sotto la sua presidenza intraprenderebbero invece un dialogo costruttivo, ma sopratutto di collaborazione su campi in cui ci sono interessi comuni, tra cui il terrorismo. Non è dunque un caso che una brusca virata sia stata quella relativa all'ISIS, che per Trump non può che essere fermato attraverso la chiusura definitiva di tutte le sue maggiori fonti di finanziamento, in particolar modo la vendita di petrolio, un obbiettivo che realisticamente non può essere raggiunto senza l'ausilio degli altri attori nella regione, Russia in primis. Questo inoltre vorrebbe dire imporsi sulle petromonarchie del Golfo e sopratutto sulla Turchia al centro di un controverso rapporto con l'ISIS e centro di sempre maggiori tensioni in Medio Oriente. Quella sull'ISIS può sembrare un'affermazione banale, ma è uno dei più rivoluzionari, totalmente contrapposto tanto alla proposta di Cruz di “bombardare fino a quando non si scioglie la sabbia”, che sappiamo porterebbe solo più morte, distruzione, miseria, profughi e ulteriore radicalizzazione dei gruppi armati sul territorio, ma anche allo schema della Clinton che prevede aiuti economici e militari crescenti a gruppi d'opposizione ufficialmente moderati e praticamente fondamentalisti, uniti a una maggiore presenza americana nella regione, con risultati analoghi a quanto propugnato da Cruz, non è un caso che in entrambi i casi si aprirebbero alle aziende americane ghiotti mercati di energetici e di ricostruzione.

    Ma ciò che più possiamo considerare sconvolgente ed inaudito nel programma di Trump è la decisione che la politica estera americana debba  d'ora in poi essere mirata all'ottenimento della pace, un bene che più di tutti può assicurare benessere agli Stati Uniti e ai suoi alleati, una pace che come si può notare dai suddetti punti del programma per la prima volta si otterrebbe con uno sforzo politico, economico e non militare, scardinando quel paradigma neocon che da Bush in poi ha guidato le decisioni americane per cui “guerra (preventiva) = pace” e di cui la Clinton è ora la massima incarnazione.

    Più si avvicina alla reale possibilità di diventare presidente e più i toni spettacolari, irrealistici e sensazionalistici da propaganda vengono abbandonati, lasciando spazio ad osservazioni acute, dalla limpidezza sorprendente.

    Il discorso che l'altro ieri ha pronunciato Trump ha un'importanza che si fatica a cogliere. Chi parla è infatti il futuro candidato alla presidenza di un Paese federale, in cui grandissime autonomie in politica interna sono conferite ai singoli stati,  tanto far assolvere agli organi federali spesso funzioni meramente regolatrici, la politica estera invece si configura come piena competenza delle istituzioni di Washington DC e sopratutto della Presidenza, costituendo forse i campo in cui più di tutti le varie amministrazioni lasciano il proprio segno.

    Per chi ha a cuore il proprio futuro, non resta che dismettere le vesti della provocazione e stavolta sottoscrivere coscientemente la dottrina Trump, farlo in nome della pace, del cambiamento e non di sterili diatribe nemmeno ideologiche, ma nominaliste.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

    Tags:
    politica estera, Primarie presidenziali USA, Donald Trump, Hillary Clinton, USA
    RegolamentoDiscussione
    Commenta via FacebookCommenta via Sputnik