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    Donald Trump alla CNN

    Ha ragione la Sarandon: meglio Trump della Clinton

    © AFP 2017/ Robyn Beck
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    di German Carboni
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    Ha ragione Susan Sarandon: con Trump ci sarebbe la rivoluzione, cambierebbe il mondo e decisamente in meglio, in primis per noi europei.

    Il 19 Aprile ci sono state le primarie dello Stato di New York sia per i repubblicani che per i democratici. Gli occhi di tutti sono stati però puntati su quest'ultimi, perché New York è un obbiettivo importante per entrambi i candidati, visti i legami personali che li lega a questo Stato ed è uno degli stati che consegna più delegati, in tutto 245, vitali per consolidare il vantaggio della Clinton o per rendere realistica la rimonta di Sanders.

    Come le primarie siano andate lo abbiamo visto, ha vinto, come pronosticato, la Clinton con il 58% dei voti, aggiudicandosi così 139 delegati a fronte dei 106 guadagnati da Sanders. Per ottenere la nomina a candidato del partito per il seggio presidenziale servono 2383 voti e l'ex First Lady con i suoi 1930 candidati totali (contando le preferenze già espresse dai cosiddetti “superdelegati”)si avvicina molto di più al risultato rispetto al suo avversario fermo ai 1189.

    La prospettiva di una rimonta del Senatore del Vermont perde quindi i suoi connotati di possibilità per diventare sempre più una speranza semi-infondata.

    Ciononostante Sanders non ha rinunciato a correre fino alla fine, sebbene la questione per la maggior parte dei democratici americani sembri chiusa, aprendo però un nuovo interrogativo:

    Cosa ne sarà della massa dei sostenitori del Senatore del Vermont qualora uscisse sconfitto dalle primarie? Certamente molti tesserati sosterranno la Clinton in teoria idelogicamente più vicina di un qualsiasi repubblicano, ma bisogna tenere in considerazione che molti dei sostenitori del vecchio socialista sono persone disaffezionate alla politica, a cui si sono riavvicinate solo grazie al carisma di Sanders, alle sue idee ed al suo progetto che si pone in totale contrasto con quel Partito Democratico sempre più indistinguibile dai repubblicani rappresentato dall'attuale leadership, la cui massima espressione è guarda caso proprio Hillary Clinton.

    La preoccupazione che la grande mobilitazione popolare messa in moto da Sanders non si traduca in consenso elettorale per un candidato del Partito Democratico che non sia lui è quindi più che fondata, ma si è andati oltre, i sondaggi mostrano infatti che in un confronto Sanders-Trump il partito democratico otterrebbe più voti rispetto ad una situazione in cui è Hillary opposta al magnate newyorkese. Questo non solo perché i sostenitori di Sanders si rifiuterebbero di votare Hillary, ma anche perché alcuni sarebbero in grado di sostenere Trump, che in un modo o nell'altro si rivela antisistema, pur sempre “cambiamento”.

    Tale paura si è improvvisamente materializzata quando la MSNBC ha intervistato una delle più importanti e influenti sostenitrici del Senatore del Vermont, la famosa attrice Susan Sarandon.

    Il conduttore a un certo punto, ha chiesto all'attrice cosa farebbe qualora la Clinton divenisse il candidato democratico; la sua risposta è stata un semplice “non lo so”. Una risposta sincera e forse per questo spiazzante per il conduttore, abituato come noi ad un mondo in cui il camaleontismo è la regola e l'onestà intellettuale una pericolosa eccezione.

    Il conduttore incredulo ha quindi chiesto “davvero?” al che la Sarandon replica “alcune persone sentono che Donald Trump porterà la rivoluzione non appena entrerà nella Casa Bianca e la situazione diventerà esplosiva” aggiungendo poi che “è più pericoloso non cambiare le cose è continuare nell'attuale situazione, con polizia militarizzata, prigioni privatizzate, pena di morte, con uno stipendio minimo basso, con le minacce ai diritti della donna e il pensiero che non si possa fare niente per rivoltare la situazione”.

    Hillary Clinton and Donald Trump
    © REUTERS/ Craig Lassig/Jay LaPrete
    Queste affermazioni le sono valse la stigma mediatica e una strumentalizzazione ovviamente in chiave anti-Sanders, presentato ormai come un elemento di destabilizzazione e debolezza per il Partito Democratico, che deve quindi stringersi a coorte intorno alla Clinton.

    Io da europeo però mi dissocio. Lo dico con assoluta leggerezza e decisione: ha ragione Susan.

    Qui, nel Paese satellite dell'Impero, assistiamo con fascino ed impotenza alle dinamiche elettorali d'oltreoceano, stretti assieme dall'odio verso Trump e una simpatia verso la possibile futura prima presidente donna degli Stati Uniti d'America, certo con una dissidenza a favore di Sanders, ma che di certo non ha il coraggio di portare alle estreme conseguenze logiche la propria posizione, pronta eventualmente a manifestare il suo, inutile, sostegno alla Clinton. Quale sia il motivo non so, forse cuori troppo pavidi o forse buonismo.

    Io mi dissocio da questo modo di pensare sia in quanto persona che desidera un cambiamento globale (e gli Stati Uniti sono forse il tassello più importante di tutti), sia in quanto individuo che ha cuore il destino della propria terra, della propria persona e della maggioranza delle persone.

    La Clinton, come già scrissi con tanto di elenco, si è sempre posta nelle maniere più erronea di fronte ai momenti di svolta geopolitici, risultando oggi una delle principali responsabili del disordine globale, della destabilizzazione delle frontiere europee e del ritorno delle guerre nel teatro mediterraneo, mediorientale ed europeo tanto da averci gettato in un modo o nell'altro in una situazione di guerra generale, con buona pace dei trafficanti d'armi.

    Inoltre l'attuale, inaccettabile contrapposizione con una Russia che non fa che soffocare le nostre economie, ledere i nostri interessi vitali e destabilizzare la regione, vede tra i suoi massimi sostenitori proprio la Clinton e se lei dovesse essere presidente tutto ciò, come presente nel suo programma, insieme alla presenza militare americana non potrebbe che aumentare di intensità, con conseguenze negative in primo luogo per noi, ma anche per gli abitanti di Siria e Iraq dove non si riesce a trovare un compromesso a causa del perseverare americano nell'armare e appoggiare gruppi ribelli di stampo terrorista con l'obbiettivo di portare alla caduta di Assad (e quindi dell'unica speranza di un governo stabile per la regione) e ridimensionare la presenza russa nella regione.

    La Clinton è arrivata addirittura a paragonare pubblicamente Putin a Hitler questa estate, accusando l'amministrazione di non intervenire abbastanza in Europa, portando un analista politico conservatore come Paul Craig Roberts ad affermare che non esiste candidato con cui si ha maggiore possibilità di finire in guerra con la Russia che Hillary.

    Una posizione che di certo non potrà essere abbandonata visto che tra i suoi maggiori finanziatori troviamo George Soros, che con la sua fondazione ha alimentato sia le rivoluzioni colorate in Europa orientali con risultati disastrosi come quello ucraino, sia le cosiddette primavere arabe.

    Sempre lo stesso Roberts afferma che le dichiarazioni russofobe, ostili della Clinton non sono solo dichiarazioni, ma qualcosa di più visti i suoi stretti legami col complesso militare e di sicurezza americano.

    Trump invece è poco legato agli interessi dei grandi complessi economici che speculano sulle guerre, non è un caso che tra i suoi finanziatori manchi Soros e non ci siano colossi finanziari come la Goldman Sachs o la JP Morgan, che proprio qualche anno fa scrisse il famoso rapporto circa l'urgenza di eliminare le assicurazioni sociali dalle costituzioni europee per rendere più economici i loro mercati del lavoro ed eliminare le ultime vestigia di ideologia di sinistra dalle istituzioni di questi stati.

    Inutile dire che queste entità, assenti tra i sostenitori di Trump, sono tra i principali finanziatori dell'ex First Lady. Forse per l'assenza di questi legami il magnate newyorchese sembra essere più consapevole che la guerra fredda e finita e che l'asse dei principali interessi statunitensi si è spostata dall'atlantico al pacifico. Proprio per questo Trump afferma che gli Stati Uniti dovrebbero spendere meno nella NATO lasciando più spazio all'autorganizzazione degli alleati europei, che il vero pericolo per gli interessi USA sia oggi la Cina e di conseguenza sia necessario fare della Russia un partner commerciale e non un fronte in cui sprecare risorse, che gli Stati Uniti dovrebbero rispettare la sovranità, gli interessi anche degli altri Paesi e tornare ad una politica più isolazionista, richiesta anche dalla necessità di riformare un Paese ormai in decadenza.

    ​Si tratterebbe dei primi passi per la ristrutturazione del sistema delle relazioni internazionali verso un mondo multipolare e più democratico, dove l'assenza del gendarme americano potrebbe creare gli spazi per maggiore autonomia delle nazioni nel decidere il modello di sviluppo da seguire, per il perseguimento di soluzioni durature e condivise in Ucraina, Libia, Siria, per ritrovare quella maggiore autonomia europea tanto sognata da De Gaulle, che potrebbe finalmente traghettarci ad una maggiore integrazione politica e militare, aumentando il peso del vecchio continente nel teatro mondiale. A tal proposito è giusto ricordare l'opposizione di Trump al TTIP, che va nella stessa direzione di una maggiore indipendenza europea.

    Magari si potrebbe dire anche che la Clinton ha vari punti progressisti nel suo programma, come l'aumento dello stipendio minimo, controllo sulle armi, potenziamento dell'educazione etc. Io però ribatto che quelle sono solo parole, da parte di una persona che una storia alle sue spalle che conta molto più di tutto l'inchiostro speso per quel programma, rivelando importanti linee di lungo termine ed infine che la portata di Trump e ben più rivoluzionaria, duratura e positiva per i nostri destini.

    Tanto ci sarebbe da aggiungere, ma poco è lo spazio, riassumendo però ha ragione Susan Sarandon: con Trump ci sarebbe la rivoluzione, per noi in primis, cambierebbe il mondo e decisamente in meglio.

    Quindi cari europei, cari italiani, se proprio dovete partecipare al teatrino delle primarie e delle elezioni americane senza avere alcun peso almeno vedete di dirigere nella giusta direzione le vostre simpatie.

    A New York ha perso Sanders? Un peccato, ma rallegratevi: Trump ha vinto col 60%.

    L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.

    Tags:
    USA, Elezioni negli USA, Partito Conservatore, partito Democratico, Bernie Sanders, Donald Trump
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