17:29 13 Agosto 2020
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Le tradizionali celebrazioni del 9 maggio, la parata in Piazza Rossa e la marcia del Reggimento Immortale sono state rimandate. Ciò non significa però che venga dimenticato il significato del 9 maggio e il motivo per cui i russi lo celebrano. Il 9 maggio è la Giornata della Vittoria.

Di Michael Jabara Carley

In questa giornata nel 1945 al maresciallo Georgy Zhukov, comandante del Primo Fronte bielorusso che aveva preso d’assalto Berlino, fu presentata la resa incondizionata della Germania. La Grande guerra patriottica si era protratta per 1418 giorni di violenza, distruzione e brutalità inedite. Da Stalingrado al Caucaso settentrionale e dalle periferie nordorientali di Mosca ai confini occidentali dell’Unione sovietica a Sebastopoli a sud e a Leningrado e i confini finlandesi a nord, il Paese era stato devastato. Si stimano vittime per 17 milioni di civili, tra uomini, donne e bambini. Tuttavia, il numero esatto non è noto. Furono distrutti villaggi e città. Intere famiglie furono cancellate senza che nessuno potesse ricordarle o piangere le loro morti. Circa 10 milioni di soldati sovietici morirono combattendo per respingere l’efferato invasore nazista per poi sconfiggerlo definitivamente a Berlino alla fine di aprile 1945. I soldati dell’Armata Rossa rimasti uccisi furono lasciati senza degna sepoltura in migliaia di luoghi diversi lungo la marcia verso l’Europa occidentale oppure interrati in fosse comuni poiché non vi era tempo per identificarli e garantire loro una degna sepoltura. Dei bambini maschi nati tra il 1922 e il 1924 in URSS solo il 3% sopravvisse alla guerra. La maggior parte dei cittadini sovietici perse membri della propria famiglia. Tutti in qualche modo furono colpiti da questi eventi.

La Grande guerra patriottica iniziò alle 3:30 del mattino del 22 giugno 1941 quando la Wehrmacht nazista invase l’Unione sovietica lungo il fronte che collegava il Mar Baltico al Mar Nero con 3,2 milioni di soldati tedeschi organizzati in 150 divisioni e supportati da 3350 carri armati, 7184 mezzi di artiglieria, 600.000 camion e 2000 aerei. Tra gli altri, alla fine si unirono all’attacco anche soldati finlandesi, italiani, romeni, ungheresi, spagnoli e slovacchi. Il Comando tedesco dichiarò che l’Operazione Barbarossa avrebbe richiesto dalle 4 alle 6 settimane per portare alla resa dell’Unione sovietica. In Occidente, gli eserciti statunitense e britannico erano d’accordo. Del resto, chi era mai riuscito a sconfiggere la Wehrmacht prima? La Germania nazista era un colosso invincibile. La Polonia si era arresa in pochi giorni. Nell’aprile 1940 il tentativo anglo-francese di difendere la Norvegia si rivelò un fiasco. I nazisti arrivarono anche in Danimarca. In maggio la Wehrmacht prese d’assalto l’Europa occidentale: Olanda, Belgio e Francia cedettero dopo poco. L’esercito britannico fu sbaragliato a Dunkirk. Nella primavera del 1941 la Jugoslavia e la Grecia si arresero alla Germania senza che i nazisti dovessero faticare molto.

L’avanzata in Europa della Wehrmacht fu una passeggiata finché i soldati tedeschi non arrivarono ai confini dell’Unione sovietica. L’Armata Rossa fu colta di sorpresa, nel ben mezzo delle operazioni di mobilitazione perché il “boss sovietico” Stalin non intendeva provocare la Germania di Hitler. Il risultato fu una catastrofe, ma, a differenza di Polonia e Francia, l’URSS non si arrese dopo le 4-6 settimane previste. Le perdite dell’Armata Rossa furono enormi: 2 milioni di soldati morti nei primi 3 mesi e mezzo di guerra. Le provincie sul Baltico furono perdute. Smolensk soccombette e poi Kiev nella più terribile sconfitta sovietica della storia. Leningrado venne accerchiata. Un vecchio chiese ad alcuni soldati “Da dove vi state ritirando?” C’erano nemici ovunque. Ma l’Armata Rossa continuava a combattere fino all’ultimo soldato alla fortezza di Brest e in una moltitudine di altri luoghi oggi ignoti, piccoli villaggi, cittadine e incroci stradali. Riuscirono a salvarsi dagli accerchiamenti per riprendere poi posizione o per scomparire tra le foreste e le paludi bielorusse e ucraine dove organizzarono le prime unità partigiane che attaccarono la Germania alle spalle. Entro la fine del 1941 morirono 3 milioni di soldati sovietici (2 terzi dei quali erano prigionieri di guerra che i tedeschi fecero morire di fame). L’Armata Rossa continuò comunque a combattere respingendo i tedeschi a El’nia (a sud-est di Smolensk) a fine agosto. La Wehrmacht cercava di opporre resistenza alla colpita, ma non sconfitta Armata Rossa. Le forze tedesche sostenevano 7.000 morti al giorno, una esperienza inedita per loro.

Alla Wehrmacht che apriva la strada facevano seguito gli Einsatzgruppen e le squadre di SS che uccisero ebrei, rom, comunisti, prigionieri di guerra sovietici o chiunque altro trovassero lungo il loro cammino. Arrivato l’inverno, i soldati tedeschi colpiti dal gelo spararono agli abitanti dei villaggi o li costrinsero ad abbandonare le loro case vestiti di stracci e li derubarono del calore di casa, degli abiti caldi e di qualsiasi altra cosa ci fosse da mangiare.

In Occidente coloro che avevano previsto un rapido collasso dei sovietici, i soliti sovietofobi, fecero una pessima figura e dovettero rimangiarsi le loro previsioni. La popolazione capì che la Germania di Hitler era finita in un ginepraio e che questa impresa non sarebbe stata una passeggiata come l’invasione della Francia. Mentre la popolazione britannica applaudiva la resistenza sovietica, il governo britannico fece ben poco per aiutare. Alcuni ministri nemmeno intendevano definire alleato l’Unione sovietica. Il primo ministro, Winston S. Churchill, impedì alla BCC di suonare l’inno nazionale sovietico, l’Internazionale, di domenica sera insieme agli inni degli altri alleati.

L’Armata Rossa perdeva terreno, ma continuava a combattere. Questa non era una guerra tradizionale, ma una lotta di inaudita violenza contro un efferato invasore per difendere la casa, la famiglia, il Paese e la propria vita. Qualsiasi arma era concessa in questa battaglia: un coltello, un badile, un’ascia, un mattone. A novembre l’Armata Rossa gettò degli opuscoli sulle linee tedesche che citavano Carl von Clausewitz, il teorico militare prussiano: “È impossibile mantenere o conquistare la Russia”. Alla fine davanti a Mosca nel dicembre del 1941 l’Armata Rossa, guidata da Zhukov, respinse le truppe della Wehrmacht 300 km più a sud. L’immaginario di una Germania nazista invincibile crollò per sempre. L’Operazione Barbarossa era troppo ambiziosa, lo schema della guerra lampo aveva fallito e la Wehrmacht subì la sua prima sconfitta strategica. A Londra Churchill accettò, a malincuore, di lasciare che la BCC suonasse l’inno nazionale sovietico.

Nel 1942 l’Armata Rossa continuò a subire importanti sconfitte e perdite in quanto di fatto era sola a combattere. A novembre di quell’anno a Stalingrado sul Volga l’Armata Rossa avviò una controffensiva che portò a una grande vittoria e a una ritirata della Wehrmacht sulle loro linee di partenza della primavera del 1942… o almeno, ad eccezione della Sesta Armata che fu accerchiata in una grande sacca, il cosiddetto calderone o kessel di Stalingrado. Lì 22 divisioni naziste, alcune delle migliori della Germania di Hitler, furono distrutte assieme a divisioni degli eserciti romeno, italiano e ungherese. Stalingrado fu la Verdun della Seconda guerra mondiale. “È l’inferno”, disse un soldato. “No…questo è dieci volte peggio dell’inferno”, lo corresse qualcun altro. Sopravvivere a un giorno di battaglia di Stalingrado era un’impresa. “Sarebbe bello arrivare a Kiev”, disse un soldato. “…a Berlino!”, rispose un altro. “Sii paziente, ci arriveremo”, mi immagino che disse un altro ancora. Alla fine dell’inverno del 1943 le perdite dei Paesi dell’Asse furono ingenti: 100 divisioni tedesche, italiane, romene e ungheresi furono distrutte o spazzate via. Il presidente statunitense, Franklin D. Roosevelt, dichiarò che da quel momento le sorti della battaglia erano mutate: la Germania di Hitler era condannata. E anche i frontoviki lo sapevano.

Era il febbraio 1943. Quel mese nemmeno una divisione britannica, statunitense o canadese stava combattendo in Europa contro la Wehramcht. Nemmeno una. Mancavano 16 mesi allo Sbarco in Normandia. Gli inglesi e gli americani stavano contrastando 2 o 3 divisioni in Africa settentrionale, quisquilie rispetto al fronte sovietico. La popolazione occidentale sapeva chi si stava effettivamente sobbarcando l’onere della guerra contro la Wehrmacht. Nel 1942 l’80% delle divisioni dell’Asse erano schierate contro l’Armata Rossa. All’inizio del 1943 erano 207 le divisioni tedesche sul fronte orientale. Diciamo che gli alleati occidentali con la loro quota dell’1,5% di divisioni tedesche fronteggiate non potevano certo dire di aver distribuito equamente il sacrificio.

Churchill questo lo sapeva e per alleviare la propria coscienza colpevole amava parlare di come gli anglo-americani bombardavano la Germania. Winston sapeva anche che combattere sul campo di battaglia era assai, assai più dispendioso in termini di vite umane rispetto che condurre combattimenti aerei o navali.

I tedeschi tentarono un’ultima offensiva contro il saliente di Kursk nel luglio 1943. L’operazione fu un fiasco. L’Armata Rossa avviò una controffensiva in Ucraina che permise di liberare Kiev a novembre. Più a nord, Smolensk, l’ingresso occidentale verso Mosca, era stata liberata il mese prima.

Nel frattempo gli alleati occidentali attaccarono l’Italia. Stalin aveva chiesto più volte un secondo fronte in Francia, ma Churchill non cedette alle richieste. Voleva attaccare l’Asse in modo tale da non aiutare l’Armata Rossa ma da impedire la sua avanzata nei Balcani.

L’idea era di avanzare velocemente lungo lo stivale italiano e poi dirigersi verso Est attraverso i Balcani per tenere lontana l’Armata Rossa. La strada verso Berlino, però, era in direzione nord-nord-est. Il piano di Churchill fu un fiasco. Gli alleati occidentali non raggiunsero Roma fino al giugno 1944. In Italia vi erano circa 20 divisioni tedesche che combatterono contro divisioni ben nutrite degli Alleati. Sul fronte orientale c’erano sempre più di 200 divisioni dell’Asse, ossia 10 volte quelle presenti in Italia. La campagna italiana portò la quota di divisioni della Wehrmacht affrontate dagli anglo-americani dall’1,5% al 10%.

Il 6 giugno 1944, quando fu avviata l’Operazione Overlord in Normandia, l’Armata Rossa era ai confini romeno-polacchi. Due settimane prima dello Sbarco di Normandia, l’Armata Rossa diede inizio all’Operazione Bagration, una grande offensiva sferrata dai sovietici nel bel mezzo del fronte orientale tedesco che riuscì a distruggere 28 divisioni tedesche e che portò i sovietici ad avanzare di circa 600 km verso ovest, mentre gli alleati occidentali erano ancora bloccati sulla penisola di Normandia. L’Operazione Bagration fu posta in essere da 130 divisioni, la Overlord da 20. Gli alleati occidentali stavano cominciando a fare la loro parte: delle 150 divisioni impegnate nell’estate del 1944 sui fronti occidentale e orientale, la loro quota salì al 14%. Gli americani sostengono chiaramente che la Overlord fu “decisiva”. In realtà, fu sì un’operazione notevole, ma non decisiva. Ad ogni modo, Stalin non si lamentava, era contento di avere un secondo fronte anche se, a suo dire, era arrivato troppo tardi nella guerra.

Tuttavia, era solo questione di tempo prima che la Germania nazista venisse distrutta. Varsavia cedette sotto l’avanzata dell’Armata Rossa e delle forze polacche alleate a gennaio 1945. La Polonia fu liberata dai nazisti al costo di 600.000 soldati sovietici. Quando la guerra finì a maggio 1945, l’Armata Rossa aveva garantito l’80% delle perdite subite dalla Wehrmacht e questa percentuale era ancora maggiore prima dell’invasione della Normandia. Coloro che non hanno mai provato tutta l’amarezza dell’estate del 1941”, scrisse Vasily Grossman, “non potranno mai apprezzare pienamente la gioia della nostra vittoria”.

Gli storici spesso dibattono su quale sia stato il punto di svolta della guerra in Europa. Alcuni sostengono che sia stato il 22 giugno 1941 quando la Wehrmacht oltrepassò i confini sovietici. Altri parlano delle battaglie di Mosca, Stalingrado o Kursk. Durante la guerra l’opinione pubblica occidentale parve supportare l’Armata Rossa più di quanto non facessero alcuni leader occidentali come Churchill. Roosevelt ebbe un approccio politico più pragmatico e riconobbe facilmente il ruolo preponderante svolto dai sovietici nel contrasto alla Germania nazista. Persino Winston lo riconobbe nei suoi momenti migliori. L’Armata Rossa, disse Roosevelt a un generale dubbioso nel 1942, sta uccidendo più soldati tedeschi e distruggendo più carri armati tedeschi di tutti gli altri alleati messi insieme. Roosevelt sapeva che l’Unione sovietica era il fulcro della coalizione antinazista in Europa. Per me, Franklin D. Roosevelt fu il padrino della “grande alleanza” consolidandola grazie alla concessione di grandi quantità di materiale di guerra nell’ambito dell’iniziativa Lend-Lease (Legge Affitti e Prestiti).

Ciononostante, nell’ombra continuavano ad agire i soliti detrattori dell’Unione sovietica che aspettavano solo di poter tornare alla ribalta. Maggiore era la certezza di una vittoria sulla Germania, più i detrattori della grande alleanza si esponevano pubblicamente.

Gli americani sono sensibili circa il ruolo di punta svolto dall’Armata Rossa nella distruzione della Wehrmacht. “E allora il Lend-Lease?”, dicono. “Senza le nostre forniture, l’Unione sovietica non sarebbe riuscita a sconfiggere i tedeschi”. In realtà, la maggior parte delle forniture concesse nell’ambito dell’iniziativa Lend-Lease non arrivarono in URSS se non dopo la battaglia di Stalingrado. I soldati dell’Armata Rossa definiscono scherzosamente il cibo in scatola del Lend-Lease un “secondo fronte” perché quello vero tardava ad arrivare. Nel 1942 l’industria sovietica stava già surclassando la Germania nazista nelle principali tipologie di armamenti. Il T-34 era un carro armato statunitense o sovietico? Il gentile Stalin si ricordò sempre di ringraziare il governo statunitense per le jeep e gli autocarri Studebaker che permisero all’Armata Rossa di migliorare la propria mobilità. “Voi avete contribuito con l’alluminio, noi abbiamo contribuito con il sangue… fiumi di sangue”, dicevano i russi.

Non appena questa guerra volse al termine, quegli stessi “alleati” cominciarono a pensare a un’altra guerra, stavolta contro l’Unione sovietica. Nel maggio 1945 l’alto comando britannico mise a punto l’Operazione Unthinkable, un piano top secret per un’offensiva contro l’Unione sovietica. Che bastardi ingrati! A settembre 1945 il Pentagono ventilò persino l’idea di utilizzare 204 bombe atomiche per distruggere l’Unione sovietica. Il padrino, il presidente Roosevelt, era deceduto in aprile e nell’arco di poche settimane i sovietofobi americani stavano cambiando le carte in tavola. La grande alleanza fu solamente una tregua in una Guerra fredda che era cominciata dopo la presa di potere bolscevica a novembre 1917 e che terminò nel 1945.

Quell’anno i governi britannico e statunitense dovettero confrontarsi con l’opinione pubblica. La popolazione europea e statunitense sapeva bene chi si era fatto carico della battaglia contro la Wehrmacht. Non si poteva attuare nuovamente la vecchia politica d’odio contro l’Unione sovietica dimenticando completamente il ruolo di quest’ultima nell’assicurare una vittoria comune contro la Germania nazista. Quindi, i ricordi del patto di non aggressione tra Germania e Unione sovietica dell’agosto 1939 furono dimenticati sebbene i ricordi della precedente opposizione anglo-francese alle proposte sovietiche di garantire una sicurezza collettiva contro la Germania e in particolare il ricordo del tradimento della Cecoslovacchia furono tenuti fuori dalla nuova narrativa occidentale. Come ladri di notte, Gran Bretagna e Stati Uniti manomisero il vero resoconto della distruzione della Germania nazista.

Quanti di noi hanno visto quel film di Hollywood in cui lo Sbarco in Normadia è il punto di svolta della guerra? “E se lo sbarco fosse fallito”? “Be’…non sarebbe cambiato molto” bisognerebbe rispondere. La guerra si sarebbe protratta più a lungo, questo è vero, e l’Armata Rossa avrebbe piantato le proprie bandiere sulle coste della Normandia dopo essere arrivata da Est. Poi ci sono film che dipingono i bombardamenti degli Alleati contro la Germania come il fattore decisivo della guerra. Nei film di Hollywood sulla Seconda guerra mondiale, l’Armata Rossa è invisibile. È come se Gran Bretagna e Stati Uniti stessero reclamando degli allori che non si sono nemmeno guadagnati…come soldati che indossano medaglie al valore che appartengono ad altri.

La verità è un obiettivo difficile da conseguire in una realtà occidentale in cui le fake news e ora anche la “fake storia” sono la norma. L’OSCE e il Parlamento europeo incolpano della Seconda guerra mondiale l’Unione sovietica, leggasi la Russia e il presidente Vladimir Putin. Hitler va in secondo piano a fronte di queste accuse prive di fondamento. Nascosti dietro questa storia parallela vi sono i Paesi Baltici, la Polonia e l’Ucraina che sputano odio contro la Russia. Oggi i Paesi Baltici e l’Ucraina ricordano i collaboratori dei nazisti come eroi nazionali e ne celebrano le vili gesta. Oggi il governo polacco sta distruggendo i monumenti. I “nazionalisti” polacchi non riescono a sostenere il ricordo dell’Armata Rossa che libera la Polonia dall’invasore hitleriano.

In Russia il 9 maggio di ogni anno si ricordano i milioni di soldati che combatterono e morirono e i milioni di civili che soffrirono e morirono per mano nazista.

Oggi ogni anno per la Giornata della Vittoria marcia il Reggimento Immortale. I russi in Russia e all’estero marciano insieme portando grandi fotografie di membri della propria famiglia, uomini e donne, che combatterono durante la guerra. “Noi ricordiamo”, vogliono dire.


Michael Jabara Carley è docente presso l’Università di Montréal. I suoi scritti sono incentrati sulla storia delle relazioni tra l’Unione sovietica e le potenze occidentali, in particolare nel periodo tra il 1917 e il 1945. Il suo ultimo libro si intitola Silent Conflict: A Hidden History of Early Soviet-Western Relations(Rowman & Littlefield, 2014), edito in lingua francese da Presses de l’Université de Montréal (2016) e presto disponibile in lingua russa, edito da Istoricheskaya Literatura. Carley è impegnato ora alla continuazione di Silent Conflict grazie a un ingente assegno di ricerca erogato dal Social Sciences and Humanities Research Council of Canada. Il recente articolo pubblicato da IHR (versione online 2018; versione cartacea 2019) ripercorre le sue ultime ricerche effettuate negli archivi del Ministero degli Esteri di Mosca.