Twitter Files: dipendenti vennero inondati da richieste FBI riguardo i casi di "misinformazione"

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Twitter logo - Sputnik Italia, 1920, 25.12.2022
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La pubblicazione dei cosiddetti ‘Twitter Files’ ha preso il via il 2 dicembre dopo l'impegno del nuovo amministratore delegato della piattaforma social, Elon Musk, di rendere pubblico il dialogo interno all'azienda sull’insabbiamento della storia esclusiva del New York Post sul laptop di Hunter Biden.
Lo scoop del NYP dell’ottobre del 2020 sul famoso laptop del figlio del presidente, fu tacciato di essere niente meno che “disinformazione russa” con i social impegnati a censurare le indiscrezioni trapelate.
In quel laptop, sconsideratamente lasciato incustodito, vennero rinvenute informazioni essenziali sugli affari dei Biden in Ucraina, nonché immagini sessualmente esplicite del ‘First Son’, comprese situazioni con uso di droga.
Ora che persino il più prestigioso New York Times ha preso le difese del Post, confermando che il caso non fu affatto una montatura, ma che era al contrario tutto vero e che non vi era stata alcuna ingerenza o disinformazione russa, le autorità hanno preso le distanze dichiarando che non c’entrano nulla con i casi di insabbiamento palesati sui vari social.
L'FBI ha anche risposto alle prime rivelazioni dei Twitter Files sostenendo in un'intervista con un media statunitense di non aver richiesto "alcuna azione" su specifici tweet che riguardavano il caso. Secondo il Bureau, alcuna istruzione specifica di insabbiamento della storia del laptop sarebbe mai stata data ai social.
Secondo il giornalista indipendente Matt Taibbi invece, che ha pubblicato l'ultima puntata della saga ‘Twitter Files’, non solo l’FBI si sarebbe intromessa per persuadere la piattaforma a censurare, ma i dipendenti del social sarebbero stati letteralmente sommersi di richieste dell’Agenzia, che chiedeva insistentemente di rimuovere e oscurare ogni account e ogni post pubblicato in proposito.
Ma non solo l’FBI, Taibbi afferma che tutte le agenzie del governo federale non facevano altro che insistere ed esercitare pressioni: "Comprendeva agenzie di tutto il governo federale, dal Dipartimento di Stato al Pentagono, alla CIA.
Era molto di più di un’ottantina di membri della Foreign Influence Task Force (FITF) dell'FBI, c’erano di mezzo anche richieste di una vasta gamma di attori minori, dai poliziotti locali ai media ai governi statali", ha scritto.
Era un continuo, racconta Taibbi: "abbiamo avuto così tanti contatti con così tante agenzie che i dirigenti hanno perso il conto: oggi è il DoD [Dipartimento della Difesa] o l'FBI? Era un vero e proprio capogiro".
Il presidente Joe Biden ha ripetutamente negato di essere a conoscenza delle attività commerciali controverse del figlio e la maggior parte degli organi di informazione e dei social media statunitensi sono riusciti a proteggerlo dalle rivelazioni relative al laptop in vista della campagna elettorale per le presidenziali del 2020. All'inizio di quest'anno, tuttavia, alcuni grandi giornali hanno fatto un'inversione di rotta, confermando che il laptop era autentico e che le informazioni compromettenti contenute nel dispositivo erano vere.
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