Una donna britannica ha definito "incubo" l'aver dato alloggio ad una rifugiata ucraina

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La britannica Hannah Debenham, che ha ospitato una rifugiata ucraina e poi accusata dalla stessa di "condizioni di schiavitù", ha raccontato al Daily Mail di aver vissuto un vero e proprio incubo per causa della rifugiata.
Secondo quanto riportato a fine ottobre dai media locali, l'ucraina 36enne ha accusato la donna che le ha dato rifugio di "essere stata usata come una schiava e una tata per bambini a tempo pieno per un salario minimo o nullo secondo uno schema per i rifugiati ucraini". La polizia ha aperto le indagini, che sono state però chiuse per mancanza di prove.
Secondo la britannica, ancor prima di questo evento, volendo aiutare i rifugiati, si era rivolta ad un'organizzazione di beneficienza ucraina, dove le avevano trovato una donna con una bambina di 6 anni da ospitare in casa, ma allora l'accordo era saltato. "Avevo rifiutato, perché sin dall'inizio la donna mi chiedeva soldi in una maniera leggermente aggressiva. Ho semplicemente pensato che non fosse giusto", ha riferito.
In seguito ha trovato la 36enne rifugiata di Vinnitsa, che avrebbe dovuto, per un compenso di 200 sterline al mese, fare da balia qualche giorno alla settimana al figlio della Debenham. La donna britannica aiutava attivamente l'ucraina e sua figlia, tanto che le due all'inizio andavano molto d'accordo, ma l'idilio ha iniziato presto a rovinarsi. L'ospite non puliva e quando la Debenham non ha potuto accompagnarla ad un ufficio c'è stata una litigata.
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Dopo l'ennesima litigata, l'ucraina si alzata presto la mattina ed è uscita di casa, e la donna britannica, all'oscuro della situazione, è andata a lavoro. La mattina stessa, il marito della britannica le ha mandato un messaggio dicendo che a casa era arrivata la polizia, che voleva fare qualche domanda legata all'"accusa di schiavitù". "È stato come se il mondo mi fosse caduto addosso. Non potevo letteralmente credere alle mie orecchie", ha detto la Debenham.
Una volta tornata a casa, la donna si è accorta che l'ucraina aveva lasciato la casa. "Io e mio marito eravamo sotto shock. L'abbiamo presa sul personale, visto che entrambi l'abbiamo aiutata e lei non ha fatto altro che denunciarmi", ha detto la britannica, aggiungendo che a causa delle false accuse avrebbe potuto avere problemi nella sua carriera di medico. Da allora ha cominciato ad alzarsi ogni giorno con un senso di nausea e a pregare che la situazione si risolvesse al più presto.
Dopo un mese di "sofferenze", la donna ha anche dovuto subire un interrogatorio di un'ora e mezza presso la polizia, che l'aveva informata che l'indagine avrebbe necessitato di più tempo del previsto. Solo due mesi più tardi la Debenham ha ricevuto l'avviso che l'indagine era stata chiusa per mancanza di prove.
"Ho provato un sollievo enorme, che si è tramutato subito in rabbia", ha sottolineato la donna. Secondo questa, il comportamento dell'ucraina non aveva scusanti. "È difficile rendersi conto che ha agito in malafede. Como altro posso spiegarmelo? Penso che ha visto cosa avevo ed era gelosa. (...) È giusto essere buoni, ma non farò più una cosa del genere", ha concluso la donna.
A marzo le autorità britanniche hanno lanciato il programma Case per l'Ucraina, che permette ai privati, agli enti di beneficienza, ai gruppi pubblici e alle corporative di fornire alloggio ai rifugiati ucraini in cambio di un compenso in denaro.
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