Pace o condizionatore acceso? La risposta è ovvia, lo sono anche le sanzioni?

© Sputnik . Павел Бедняков / Vai alla galleria fotograficaMario Draghi, primo ministro italiano
Mario Draghi, primo ministro italiano - Sputnik Italia, 1920, 07.04.2022
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"Preferiamo la pace o il condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre", ha detto il Premier Mario Draghi in conferenza stampa dopo il Cdm.
Se la domanda fosse corretta, la risposta sarebbe, penso, univoca. Si che preferiamo la pace, anche rinunciando al condizionatore acceso. Ma il punto è che è la domanda stessa ad essere sbagliata, e per diversi motivi.
"Andiamo con l'UE. - ha continuato Draghi - Se ci propone l'embargo sul gas, siamo contenti di seguire. Quello che vogliamo è lo strumento più efficace per la pace. Ci chiediamo se il prezzo del gas può essere scambiato con la pace".
La Russia esporta gas, petrolio e carbone all’Europa. Carbone e petrolio si possono trovare sul mercato, sostituendo quello della Russia, pur con un aumento dei prezzi, ma il gas non si trova, almeno al momento, sul mercato e per sostituirlo ci vorrà qualche anno, a prezzi notevolmente più alti di quelli russi. L’industria italiana, che sta già soffrendo a causa di questi prezzi, fallirebbe se fossero ancora più alti. E comunque questa scelta aiuterebbe ad ottenere la pace?
No, minimamente. L’Europa compra meno carbone e petrolio dalla Russia? Bene, la Russia o li vende a qualcun altro (e gli acquirenti ci sono), o diminuisce l’estrazione del carbone (come ha fatto l’Italia, ad esempio). Con il gas è un po’ più difficile, perché non ci sono gasdotti che uniscono i giacimenti che portano gas in Europa con quelli che portano gas in Cina, ma questi possono essere costruiti con l’aiuto della Cina, molto prima che la stessa Europa si stacchi dalla Russia. Quindi, con l’embargo segli idrocarburi russi, l’Europa peggiorerebbe solo la sua situazione.
Se si vuole fare la pace, bisogna costringere le parti a negoziare, bisogna mettere l’embargo sulle armi alle parti, per non mettere benzina sul fuoco. Anche se l’Europa paga quasi un miliardo di euro al giorno per l’energia russa, non risulta che la Russia stia comprando armi e non ha riconvertito gli stabilimenti per la produzione di auto in quelli per la produzione di carri armati o missili.
Nel 2014, insieme agli stati membri della NATO, l’Italia ha assunto l’impegno di aumentare le spese militari al 2% del PIL entro il 2024. Queste spese l’Italia ha deciso di aumentarle ora, ma forse con la crisi che abbiamo, sarebbe stato più opportuno aspettare.
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Così la pensano anche gli italiani. In un sondaggio del 28 marzo di Euromedia Research, il 61,4% degli italiani è contrario all’ aumento delle spese militari e il 27,3% è favorevole. Ma nel sondaggio di Nando Pagnoncelli, Ipsos Italia, presentato al programma Di Martedì del 5 aprile, già solo il 51% degli intervistati ha detto che l’aumento delle spese militari “non è giusto”, mentre il 30% ha risposto “si, è giusto”.
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Nello stesso sondaggio, Pagnoncelli chiede: “L’Italia e gli altri paesi europei cosa dovrebbero fare?”: il 49% degli italiani ha risposto di “rimanere realistici e continuare a fare quello che si può senza danneggiarsi troppo”, il 29% ha proposto di “rinunciare completamente al gas e al petrolio russo”, mentre il 13% vorrebbe “aumentare il più possibile gli aiuti militari all’Ucraina”.
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Anche l’ISPI ha fatto un sondaggio, che ha inserito sul suo sito, chiedendo se sia giusto che l’Unione Europea fornisca armi. Qui, a sorpresa, le percentuali di coloro che sono a favore o contrari si equivalgono, sostanzialmente. Al 38,6% dei no si contrappone il 28,6% di intervistati d'accordo con l'invio di armi e il 9,1% che vorrebbero fornire a Kiev armi ancora più potenti.
Se interrogata su quale possa essere il più probabile esito della guerra in Ucraina, la maggioranza relativa degli italiani (44%) è concorde: solo con un accordo di pace in cui ciascuna delle parti rinunci a qualcosa. Seguono, quasi appaiate, soluzioni minoritarie, come la resa incondizionata dell’Ucraina (11%), un colpo di stato in Russia (10%) o l’intervento militare della NATO (9%).
C’è stata anche una domanda sulle sanzioni. Una maggioranza relativa di italiani (48.6%) si dice favorevole alle sanzioni alla Russia, perché possono contribuire a risolvere il conflitto. Ciò, tuttavia, ci restituisce l’immagine di un paese che sulle sanzioni rimane spaccato: significa infatti che il 37% degli italiani, e il 44% di chi esprime un'opinione, si dice sfavorevole alle sanzioni contro Mosca.
Sulla crisi energetica, l’86% si dice disposto a ridurre i propri consumi in caso di una crisi energetica generata dal conflitto. Si tratta di un numero molto elevato e, in qualche modo, sorprendente. D’altronde, visto il forte aumento delle bollette di luce e gas, già più che raddoppiate rispetto all’anno scorso, ancora prima del conflitto, è probabile che alcuni di loro stiano già oggi adottando strategie di riduzione dei consumi.
A sorprendere è però anche la disponibilità degli italiani a discutere di fonti energetiche “discutibili”. Quasi sei su dieci (59%) si dicono infatti disposti ad accettare l’utilizzo di ulteriori centrali a carbone, mentre circa la metà degli intervistati (51%) si dice addirittura disponibile a discutere l’ipotesi di un’Italia che torni a investire nel nucleare. Si tratterebbe di un forte cambiamento, rispetto solo a gennaio scorso, quando una rilevazione Swg evidenziava come la quota di italiani favorevoli a riconsiderare la possibilità di utilizzare il nucleare fosse ferma solo al 33%.
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